Padre Bernardo agli universitari di Firenze ottobre 2009


Carissimi amici e amiche, vi abbiamo convocato per quella  che non esiterei a definire una pacifica occupazione di uno dei luoghi più eloquenti di quella che Giorgio La Pira  chiamava la “geografia della grazia”, sì perché Dio non solo ama dei tempi speciali, che l’anno liturgico ci ricorda – Natale, ecc. – ma anche dei luoghi speciali, in una geografia che parla e ci dice di lui.


Siamo qui stamani in una occupazione pacifica che vuole essere, per usare una immagine di papa Bendetto quando era solo cardinale, una “mobilitazione della memoria”!


La magnifica poesia di Mario Luzi che vi ho appena letto intona un bellissimo inno alla memoria, al ricordo, che vuol dire riportare al nostro cuore quanto credevamo perso per sempre nell’oblio…


Ma per noi crisitani, non esiste solo la memoria, il passato, il corso inarrestabile degli eventi.


Noi crediamo in un Dio che attraverso la speranza ci fa attendere e preparare un futuro di pienezza, nonostante tante le fosche previsioni di molti pensatori della nostra contemporaneità.







Vi abbiamo chiamato dunque a realizzare una mobilitazione della memoria, radicata sul fuoco dei antichi santi di Firenze, e Miniato è il primo martire, ma vi abbiamo chiamato anche ad una mobilitazione della speranza, perché per noi sono inscindibili memoria e speranza, passato e futuro, tempo ed eternità: e credere nel Dio di Gesù Cristo significa credere in un Dio che scegliendosi prima un popolo e poi incarnandosi nella stirpe di quel popolo ha voluto dirci che la storia, i fatti di questa vita qui, sono avvenimenti che non restano e mai resteranno estranei al Suo sguardo, al suo coinvolgimento totale e permanente nella vicenda dell’uomo, creato a sua immagine e redento mediante Cristo Gesù vero Dio e vero uomo, modello di bellezza che Dio ha ricalcato creando il volto di Adamo e il volto di ciascuno di noi, modellato sul volto del più bello fra i figli dell’uomo.


Vi abbiamo invitato in un monastero, un monastero che esiste da quasi mille anni e che da sempre vive secondo la regola di san Benedetto. E il monastero per san Benedetto è una schola dominici servitii, e per un altro grandissimo monaco del secolo xi, san Bernardo, è una schola caritatis.
Dunque oggi potete mettere la vs coscienza a posto: non avete perso alcuna ora di lezione, siete in una scuola anche oggi, una scuola particolare, oviamente, orientata a quella esperienza di liberazione e di riscoperta della nostra dignità che avviene quando finalmente smettiamo di servire gli idoli e iniziamo a servire solo e soltanto il Signore della vita e ancora, una scuola di amore, perché per noi l’amore, solo l’amore è ragione di vita e via ed esperienza di Dio, come ci insegna san Giovanni (“chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio, chi non ama non ha conosciuto Dio  perché Dio è amore”, I Giov 4,7-8).


Riccardo di San Vittore, grande mistico medievale, ha una formula di stupefacente bellezza, egli dice Ubi amor, ibi oculus: è questo forse il segreto della vera contemplazione cristiana: nulla è nascosto all’amore! L’amore è capace di uno sguardo, che in quanto amoroso non può non essere uno sguardo di partecipazione, di condivisione, di testimonianza, di attenzione: è forse questo un primo obbiettivo dell’essere quassù stamani: regalarci una visione d’insieme della nostra città, una vera visione è sempre – ce lo ha detto san Riccardo – un segno della presenza dell’amore. E noi vogliamo stamani essere colmi di spirito santo, per addestrare uno sguardo che sappia, dai margini delle colline, o nel ventre stesso della città, riversare amore, riversare speranza, suscitare nel nostro prossimo la percezione che la nostra città, anche se ammalata, deve e può continuare ad essere luogo di redenzione, spazio di conversione, ponte di fraternità, giardino di speranza, perché il mondo, ce lo aveva ricordato Giovanni Paolo II, “è già trasfigurato dall’azione deificante del Cristo morto e risorto”, il mondo – osiamo aggiungere noi – è ancora guardato, custodito, amato dallo sguardo attento di Dio!


Carissimi. da questa specialissima scuola di carità posta qussù possiamo dunque meglio imparare a contemplare il cuore della città: mossi dall’amore possiamo infatti perforare quel mare rosso di tegole che Giorgio La Pira chiamava il mistero dei tetti di Firenze, e puntare il nostro sguardo su quello che Mario Luzi ha mirabilmente definito il costato di Firenze, “coi suoi tagli, le fenditure, le ferite, le croste, le cicatrici”.
Sì, la città, e me ne rendo meglio conto quando scendo sotto il mistero di quei tetti rossi, è veramente ferita!
Ognuno di noi impegnato nello studio come professione, nei propri ambiti di competenza, non può risparmiare il proprio cuore e il proprio pensiero dall’austera ma feconda fatica di chiedersi sempre il perché profondo di ogni cosa, di ogni evento, di ogni fenomeno. E non può lasciarsi tentare da scorciatoie che sapppiano di indifferenza, svogliatezza, disattenzione, oblio.


Vi propongo adesso due diagnosi forti sull’uomo, ve le propongo non perché mi senta di individuare solo in quel che sostengono le ragioni della sofferenza delle nostre città oggi, ve le propongo perché rappresentano comunque un “sentire” riguardo all’uomo e al senso della sua vita di cui la modernità è problematicamente intrisa e che comunque molto può spiegare di certe patologie che oggi affliggono le nostre strade.
Anzitutto vi propongo una diagnosi di Marc Augé, filosofo e sociologo francese del nostro tempo. Egli scrive: «Oggi imperversa nel pianeta un’ideologia del presente e dell’evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia. Da uno o due decenni a questa parte il presente  è divenuto egemonico. Agli occhi dei comuni mortali, esso non è più l’esito del lento evolversi del passato, non lascia più intravedere un abbozzo del futuro possibile, ma si impone come un fatto compiuto, opprimente, che fa dileguare il passato e blocca l’immaginazione dell’avvenire».
Questa angosciata diagnosi del filosofo Marc Augé, relativa ad una vera e propria «dittatura dell’incerto presente», pone chiaramente in evidenza uno dei sintomi più drammatici di una diffusa patologia dell’uomo contemporaneo: il nostro infatti è un cuore sovente sgretolato dal pragmatismo tecnologico dominante e pertanto tentato di subordinare alla percezione dell’immediatezza la feconda fatica della memoria e della speranza.
Una riflessione ancor più angosciante viene dal padre della moderna antropologia Claude Levi Strauss nella cui visione l’uomo è totalmente assorbito dalla natura, senza alcuna pretesa di durata e di storia, di memoria e di sopravvivenza, non solo dell’anima, ma dell’uomo in quanto tale, totalmente indistinto rispetto alla natura, alle cose, agli animali.
Egli scrive: «il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui, abbiamo sì l’illusione di poter difendere col potere e la tecnologia quanto le nostre culture hanno elaborato cercando di disarmare progressivamente la natura, ma quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso non esiste che in rapporto all’uomo e si confonderanno nel disordine».
Per Levi Strauss non si può parlare nemmeno di un presente, perché un presente implica un passato e un futuro, ma in una visione come la sua parlare di storia appare del tutto illusorio.


Ho insistito, e chiedo scusa, su queste due riflessioni accomunate da una visione dell’uomo ferito da un senso di profonda sfiducia riguardo al senso stesso della vita.


Carissimi amici, la fede nel Dio di Gesù Cristo ci risparmia certamente da una simile visione dell’uomo ma non possiamo fare a meno di considerare quanto diffusa sia questa visione riduttiva dell’uomo e quante conseguenze abbia una simile visione dell’uomo, sottratto alla coralità di una cittadinanza e all’appartenenza ad una storia che si distende fra memoria e profezia, e fra esperienza e speranza.


Appare in tutta la sua drammaticità un uomo condannato a non avere troppe responsabilità e semmai implicitamente invitato a consumare – nel breve tempo di vita concesso – tutto e il più possibile di tutto senza troppo interrogarsi sulle conseguenze future di ogni gesto e di ogni scelta, serrato come è da un individualismo che lo sottrae dall’avventura certo difficile della relazione con gli altri. Lo stesso valore della vita umana, in poco o addirittura in niente distinta da un semplice dato biologico e “naturale” si assottiglia con le minacciose conseguenze bioetiche che conosciamo e con la sempre meno diffusa consapevolezza di cosa comporti la soppressione della vita di una persona, che è molto più avvertita come rivale che come compagno di un pellegrinaggio fra esodo e avvento, fra memoria e futuro.


A livello più personale e meno sociale si può trovare pertinente un rilievo di fondamentale importanza che don Luigi Giussani fece nel 1980.
Egli scriveva: «Nella gioventù contemporanea è come se la nascita non fosse presente, è come se i giovani non avessero ancora raggiunto la coscienza di questa dipendenza: vale a dire dell’essere stati voluti.  Il sentimento dell’essere stati voluti. Perché il sentimento supremo è quello di essere stati voluti».
Essere stati voluti: questa è la visione dell’uomo proposta dal cristianesimo che ci invita a guardare a un Dio Creatore, un Dio che non cessa di guardare le sue creature, ubi amor ibi oculus. Pensate a questo grande Cristo che guarda Firenze…


Essere stati voluti; vuol dire ricordarsi che esiste qualcuno più grande di me, qualcuno che è garante del mio futuro.
Nell’incarnazione del Signore Gesù questo essere stati voluti e desiderati ci rivela addirittura il volto del Padre, un Padre affidabile, che ci ha desiderato per chiamarci a figliolanza e che per questo non ha esitato a donarci il Figlio, alla cui sequela l’uomo ritrova la direzione della sua origine. Guardate, nella prospettiva del Vangelo non esiste potere in grado di rendere l’uomo autosufficiente. Non basta all’uomo il potere dell’essere e il potere della conoscenza perché anzi Dio ha tenuto nascosto il suo mistero ai grandi di questo mondo e ai sapienti di questo mondo.
Il prologo di Giovanni ci insegna l’unico potere dato all’uomo, quello di diventare figli, Giovanni 1.12 “A quanti però l'hanno accolto, / ha dato potere di diventare figli di Dio”. Ecco come il sentimento supremo, quello di essere stati voluti si corrobora nella scoperta di quale sia lo scopo di questo essere stati voluti: diventare progressivamente figli nel Figlio, cioè nascere dallo spirito e diventare adulti nella fede per accedere alla pienezza della figliolanza. Questo è il nostro unico e vero potere. L’uomo non ha nessun potere che sia frutto del farsi da sé, anzi questo è proprio il peccato dei peccati: dimenticarsi di essere stati voluti, presumere di essere stati fatti da sé, smarrire la nostra consistenza perché dimentichiamo la nostra origine e non sappiamo ricevere il dono di noi a noi stessi che il Padre continuamente ci elargisce nel Figlio per fondare in Lui, solo in Lui il nostro futuro.


Vi propongo anzi questa definizione della fede: la consapevolezza  che ogni uomo viene da lontano e va ancora più lontano, oltre la sua esistenza temporale, oltre lo spazio dell’immediato, va continumanente verso la sua eterna nascita, verso la sua terna figliolanza.


Venire da lontano, andare ancora più lontano… ritrovate così la memoria e la speranza come tratti qualificanti e irrinunciabili del nostro essere cristiani e dunque uomini e donne della storia di Dio in mezzo a noi attraverso la storia di Cristo in noi?! Carissimi, chiamati ad essere Figli nel Figlio, solo la riscoperta di essere stati desiderati da Dio, anzi da un Padre, solo la consapevolezza di questa nostra appartenenza ad un progetto che è storia e che ha origine nel mistero della benevolenza di un Padre che chiama alla vita, ci dona, anzitutto a livello personale, la coscienza di essere Figli, la coscienza di aver ricevuto un destino da compiersi nella libertà e nella responsabilità, fra memoria e speranza, fra storia e profezia, fra passato e futuro.
Mi pare questo un passaggio fondamentale a livello personale. Per il cristianesimo è importante e irrinunciabile. Agostino  ce lo insegna, partire dal centro della persona, dal cuore, senza naturalmente fermarsi alla nostra sola vicenda: anzi siamo invitati a guardrci intorno da quassù è ancora più facile domandarsi il senso di una possibile vicenda collettiva, sociale, cittadina, oserei dire “ecclesiale”.
Ritroviamo le stesse condizioni ed esigenze senza coscienza di appartenere ad una storia che ha radici più grandi e remote di me, ad una storia aperta al futuro, la città, la coralità di una città è esposta alla morte, alla fragilità, alla provvisorietà, alla malattia dei suoi singoli membri così come delle sue isitituzioni più ampie.
Giorgio La Pira (1904-1977) tenne un celebre discorso al Convegno dei Sindaci delle città capitali di tutto il mondo il 2 ottobre 1955 a Firenze, il cui testo ormai è accompagnato sempre dal significativo titolo: Per la salvezza delle città di tutto il mondo. Un discorso dove il grande sindaco-profeta mostra sia di avere consapevolezza circa i rischi e le malattide della città moderna ma al contempo di indicare qualche possible via d’uscita, che non condanni l’uomo alla dannazione del caso o del suo contrario, una fredda e impersonale necessità.


Ebbe fra l’altro a dire l’allora sindaco di Firenze a quel prestigioso consesso:


«La crisi del nostro tempo – che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano – ci fornisce la prova del valore, diciamo così, terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Ebbene: questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia e nella cui tradizione essa è organicamente inserita. E prima di finire questo discorso sul valore delle città per il destino della civiltà intiera e per la destinazione medesima della persona, permettete che io dia un ammirato sguardo d'insieme alle città millenarie, che, come gemme preziose, ornano di splendore e bellezza le terre dell'Europa e dell'Asia. Signori, ci vorrebbe qui, per parlare di esse, il linguaggio ispirato dei profeti: di Tobia, di Isaia, di Geremia, di Ezechiele, di San Giovanni Evangelista. Per ciascuna di esse è valida la definizione luminosa di Péguy: essere la città dell'uomo abbozzo e prefigurazione della città di Dio.» (Il testo qui citato di Giorgio La Pira si legge anche in http://www.iisf.it/la_pira.htm)


Nella visione di La Pira, non diversamente da quanto ci ha fatto intuire la lirica di Mario Luzi, è quasi la città stessa, oggi malata, a dover divenire, per così dire, medicina della sua stessa malattia, mediante la diffusa promozione di un radicamento ancor più profondo e vitale della persona in quello che, da entrambi, è della città percepito come il «contesto organico». Questo è autenticamente tale soltanto se capace di custodire, mediante una incessante traditio, la memoria storica della città e, al contempo, se capace di alimentare una  comune speranza attraverso una condivisa elaborazione di un’«idea vitale» che renda ciascun cittadino consapevole di essere porzione irrinunciabile dell’intera civitas e prezioso strumento di quel disegno di bene, di giustizia e di pace che, nonostante le contrarie apparenze, pare quasi inscritto dalla Provvidenza nel cuore e nei destini di ogni città.


Ritroviamo così la percezione che, nascosta sotto l’apparente casualità delle cronache dei nostri giorni, la nostra fede, anche la più fragile, è invitata a scorgere una storia, fatta di memoria e di speranza, una tradizione, un disegno a cui ci sentiamo di appartenere, in cui ci scopriamo generati da una volontà più grande di noi, una volontà che si fa strada nella successione di eventi ove l’uomo è tanto più grande quanto si scopre piccola e fragile creatura chiamata, nella coralità di una comunione di amore a grandi desideri e immense responsabilità. Ecco il senso dello stringerci la mano di Luzi, sperimentare cercare custodire coralità e invocare comunione.


Giorgio La pira concludendo quella diagnosi sulla città con cui abbiamo aperto queste riflessioni scriveva: «prima di finire questo discorso sul valore delle città per il destino della civiltà intiera e per la destinazione medesima della persona, permettete che io dia un ammirato sguardo d'insieme alle città millenarie. Per ciascuna di esse è valida la definizione luminosa di Péguy: essere la città dell'uomo abbozzo e prefigurazione della città di Dio


Carissimi fratelli e sorelle, amici e amiche, sì, la città dell’uomo non è alternativa al destino celeste che ci attende: il paradiso cristiano, paradosso dei paradossi, non è un intimo giardino privato, ma una città, la città celeste che scende dal Cielo e che Giovanni nell’Apocalisse riesce già ad avvistare come orizzonte di senso e di pienezza per la nostra convivenza urbana:


«Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. 2Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. 3Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

"Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il "Dio-con-loro"
.

4E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate.»


Fratelli e sorelle è questa città celeste, per La Pira, il modello della nostra città di pietra, di sangue e di lacrime. Egli scrive: «Se Cristo è risorto – come è risorto – e se gli uomini, perciò, e le cose risorgeranno, allora la realtà presente (temporale) è veramente un abbozzo della realtà futura (eterna). La realtà futura  – cioè la persona umana risorta, la società umana risorta (la Gerusalemme celeste) il cosmo risorto (nuovi cieli e nuove terre) – è il modello sul quale va modellata la realtà presente».
Per La Pira la città celeste che san giovanni vide è «l’approdo finale dell’uomo», la città dalle mura di oro e di pietre preziose.

Egli tuttavia si domanda: «Ma è forse una città solo celeste, solo ideale, senza radici e senza trascrizioni e senza rifrazioni e senza riflessi nella città terrena? No, madre reverendissima (pag. 72) perché su quel modello di luce, opera dello Spirito santo, sono state edificate e saranno edificate, nel corso dei secoli, due città tra di loro vitalmente collegate: la città contemplativa (la città monastica) e la città cristiana)».
Quella modello, lievito, attrazione, speranza per quest’ultima, perché, dice La Pira «i nostri cittadini sono creature destinate a costruire già in terra i muri della città eterna». Per questo siete stamani a san Miniato, la sua bellezza vuole evocare per Firenze la bellezza della città futura, la Gerusalemme celeste, la città che scende dal cielo e cos’ anceh san miniato sembra scendere dal cielo di Firenze per per essere un costante memoriale del futuro, una memoria del futuro, sulla cui bellezza modellare la città di Firenze.


Fratellli e sorelle anche il vostro studio, il vostro impegno universitario, significa iniziare a costruire già in terra i muri della città eterna e d’altro canto nel vostro studio, che è il vostro lavoro, voi condividete il lavoro di Dio nella storia. So di sconcertarvi ma questa poderosa immagine per cui nel lavoro si intreccia da un lato l’uomo che prepara i muri della città eterna e dall’altro Dio che in mezzo a noi continua ad operare la creazione del mondo è immagine che appaia la riflessione di la pira a quanto papa benedetto pronunciò  a parigi in un antico monastero cisterciense riflettendo, su cosa abbia comportato per la cultura crisitana l’ora et labora benedettino.
E a proposito del labora così il papa a Parigi nel settembre 2008:


«Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia. Il “costruire” il mondo era riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora, ergázetai. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione.»


Il papa, come del resto La Pira, come del resto il brano di don Giussani prima ci ricorda che la La crisi del nostro tempo  è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano.
Che verfamente umano è ricordarsi di essere voluti da qualcuno più grande di noi, che veramnte umano è custodire quell’infanzia del cuore che deve restare l’atteggiamento di fondo del nostro cuore anche in mezzo ai problem e alle soluzioni più ardue del vostro studio universitario.

E l’ionfanzai, cioè la capacità di permanere rivolti verso l’alto, verso il Padrem per ricevere costantemente da Lui il respiro che dà vita, sarà la disposizione interiore della vostra preghiera: urlare al Signore il nostro bisogno, la nostra fragilità, la nostra indigenza. La vera preghiera nasce da questa permanente, umile consapevolezza che come figli abbiamo bisogno che il Padre alimenti la nostra memoria e la nostra speranza. Di tale consapevolezza è scuola la preghiera, una preghiera vissuta come esperienza di attenzione, dono quest’ultima, per Simone Weil, anche di tante ore di studio scolastio e universitario, l’attenzione, come forma mentale e cordiale sempre più minacciata da interruzioni medianiche le + varie, dagli sms a internet, ma che resta la modalità con cui l’uomo concentra il suo cuore su di sé, sugli altri, sul tempo, su di un obbiettivo e lo attende e lo prepara con amore, con responsabilità, con, appunto, attenzione.
L’attenzione, che vi auguro per i vostri studi e esami fruttuosi per l’anno accademico che verrà vivetela come mirabile esperienza che interpella la vostra responsabilità operativa, ma anche il vostro confidente abbandono all’amore di Dio, che attende la vostra attesa\attenzione perché scopriate che è Lui solo Lui a dare compimento – ce lo ricorda il Salmo – a ciò che abbiamo iniziato.
Il vostro studio, il più possibilmemnte attento, diventerà così scuola di vita cristiana, non solo scuola di lavoro, del lavoro che farete, ma anche scuola di preghiera, perché solo l’attesa, e i tempi lnghi della vita monastica ce lo insegnano, è la forma di un cuore che, forte della memoria di Dio, sa confidare totalmente nel futuro che Dio prepara certamente per noi:


Confidare (di Antonia Pozzi)


Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l'arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l'orzo intorno alla casa.



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