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mercoledì 25 settembre 2019

Giuseppe Vanni PARIS NECKER poesia e fotografia a Cattolica dal 28 sett 2019



Giuseppe Vanni
poesia e fotografia
Galleria Santa Croce
Via Pascoli 21 – Cattolica


Dal 28 settembre al 20 ottobre 2019
Apertura: sabato e domenica dalle 17 alle 20
Inaugurazione sabato 28 settembre dalle ore 17
Ingresso libero

Ancora una volta, come già con Al Mare e Horror Vacui, Giuseppe Vanni ha scelto di accompagnare una raccolta poetica con immagini che ne potenziano e ne completano il senso, grazie anche alla rinnovata collaborazione con Valerio Denicolò (graphic art).
Il Necker è un grande ospedale pediatrico di Parigi, dove l’autore ha vissuto un’esperienza di vita eccezionalmente intensa con suo figlio, nato con una grave malattia genetica.
Dall’immersione in questo abisso di sofferenza nasce la meditazione di Paris Necker sul tema del dolore innocente: tutta la raccolta si configura come ricerca di un senso nell’“oscuro disegno divino”, sempre che di disegno si tratti e non, piuttosto, di un gioco beffardo della Natura per la quale altro non siamo che un’arida “sequenza / da recitare a memoria”. L’animo dell’autore per tutta l’opera si dibatte tra le antinomie della ragione: rassegnazione e rabbia, disperazione e speranza, un eterno presente fatto di ambienti ospedalieri asettici ed il “pensiero forse mendace che in futuro arrivi un’amnistia”; stati d’animo alterni e contraddittori che caratterizzano il tempo sempre uguale e sempre diverso di chi vive in perenne attesa. Nella discesa in questo inferno terreno, Vanni incontra tanti altri con-dannati che, come lui, scontano “in silenzio / l’assenza di Dio”, figure dolenti che per comunicare non hanno bisogno di parole.
Claudia Rubbini


Giuseppe Vanni vive a Cattolica; laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna, insegna Storia e Letteratura nella scuola superiore. In saggistica, l’autore ha pubblicato Badlands – I luoghi mitici della frontiera americana e la cultura di massa (Street Lib editore, 2016), Il federalismo europeo in Italia (Street Lib editore, 2019), Europa Federata 1948-1954 (Street Lib editore, 2019) e La Ceca nelle valutazioni di Europa Federata ne «Il pensiero mazziniano» (2007). In versi, l’autore ha pubblicato nel 2013 Horror Vacui (Narcissus editore), che segue la raccolta Al Mare (2011) e rappresenta la seconda parte di una trilogia poetica il cui ultimo capitolo è Paris Necker (Fara Editore, 2017). Horror Vacui ha vinto il premio Pegasus Athos Lazzari, il secondo premio Pelasgo Città di Grottammare ed è stato finalista al premio Quasimodo.
Paris Necker ha vinto il primo premio Pelasgo Città di Grottammare, il premio Brunetti opera segnalata, il terzo premio Lord Byron ed è stato finalista al premio internazionale Senghor. Un’antologia di Paris Necker è presente nel volume Emozioni in marcia (Fara Editore, 2015). Altre poesie sono state pubblicate nel volume di AA. VV. Come farfalle diventeremo immensità (Fara 2015).

sabato 30 aprile 2022

“… versi brevissimi, di una o due parole, un po’ cantati, che si leggono con una scorrevolezza dondolante…”

Raffaella Tamba su Transumanesimo, di Giuseppe Vanni (Fara) ne L’Isola del tesoro

Transumanesimo, di Giuseppe Vanni (Fara)

Con tratto un po’ amaro e rassegnato, ma decisamente ironico e arguto, Giuseppe Vanni, di Cattolica, insegnante di Lettere in una scuola media, parla di un mondo depauperato di sensibilità ed emozioni, ma soprattutto di comunicazione.

Quasi a contrastare l’eccesso di verbosità sproloquiata sui social, nei video, dai media, usa versi brevissimi, di una o due parole, un po’ cantati, che si leggono con una scorrevolezza dondolante da barcarola; le rare rime sembrano un leggero trillo musicale.

L’uomo del XXI secolo è privo di ideali, di aspirazioni, di fede, di amore.

Del tuo Eden
Abbiamo fatto
Un deserto,
un luogo desolato
e perso
per noi
che di passo
in passo incerto
il tuo Amore
abbiamo finalmente
disperso.

Tutto si annulla in un nichilismo inconsapevole:

Ecco il nuovo verbo:
non credere in niente
per vivere liberi il presente.

Emblematica la poesia che apre la raccolta, con una spiritosa analogia fra il genoma umano e il codice informatico.

Dal copia-incolla
A doppia elica
S’affaccia l’umanità
Rigenerata:
che codice va editato
per avere
il sapiens aumentato?

Di un pessimismo sarcastico la poesia Limbo:

“L’intelligenza
Artificiale
Svelerà
Al mondo
I seguaci
Dell’inedita
Religione
Globale:
l’automazione
idolo
dell’autismo
digitale.

Un pessimismo cosmico, quello di Vanni, che trascende l’umanità scavalcando tutto il retaggio di cultura, individualità, singolarità, sentendosi svuotato dall’essenza umana. Da questo, la decisione di dimettersi da sé , di cercare nell’universo,

l’alieno che condivida
la nostra inquietudine,
che ci liberi della nostra
desolata inettitudine,
la vita intelligente
che conforti
la nostra atavica
cosmica solitudine.

Solo alla fine, nell’Epilogo, la speranza di riuscire a risalire dall’abisso soffocante:

Rivivrò l’origine
E sarò di nuovo in me
E fuori di me, umano
Non più transumano

giovedì 19 settembre 2019

Lo scandalo del dolore diventa poesia

Giuseppe Vanni, Paris Necker, Fara 2017, rist. 2019

recensione di Enrico Carlini 
pubblicata in enricocarlini.blogspot


Il Paris Necker è un grande ospedale pediatrico di Parigi nel quale l'autore, qui alla sua terza raccolta di poesie, ha trascorso suo malgrado un periodo di grande sofferenza personale per stare vicino al figlio, affetto da una rara malattia genetica. Da quest'esperienza dolorosa Giuseppe Vanni ha tratto l'esigenza di scavare dentro sé stesso per tentare di aprire la propria vicenda personale a un significato di respiro universale.
Il tono intimo e a tratti straziante di queste poesie rendono molto difficile rendere conto della loro dimensione poetica e letteraria. A volte il lettore prova quasi imbarazzo nell’essere messo brutalmente di fronte a situazioni tanto private. In un certo senso, lo scandalo di questo libro è il suo interrogarsi sul dolore, il cercare di affrontarne la mancanza di senso all’interno di un meccanismo generale che ne prevede l’ineluttabilità quando invece, a livello mondano, bisogna fare i conti con la diffusa riluttanza ad ammetterne la presenza. In fondo, in questo rimestare continuo sul senso della sofferenza umana c'è anche una messa in discussione della nostra condizione esistenziale, incanalata a forza sul binario di una sorta di mitologica e, a volte, poco motivata felicità.

Da questa raccolta di poesie sembra nascere una domanda: possiamo sottrarci al destino che ci vede non solo bersagli ma anche artefici, non solo vittime ma anche carnefici? Oppure siamo intrappolati in un'eterna ruota circolare che non offre vie di scampo?

L’autore ha saputo tramutare un’esperienza tormentata in un messaggio di speranza rivolto verso il mondo. È riuscito a costruire sopra l'assurdità e la disumanità della condizione del figlio una riflessione in grado di aprire uno squarcio di umanità. Dalle tenebre alla luce, passando per una rielaborazione intellettuale e letteraria del proprio vissuto personale e di quello di altre persone segnate da un destino analogo con le quali Giuseppe Vanni ha fatto conoscenza durante il suo soggiorno nell'ospedale pediatrico.

I testi di Paris Necker si snodano lungo una via crucis le cui tappe rappresentano altrettante domande sul significato del dolore e del suo rapporto con il mondo, naturale e sociale. Ogni poesia parte dall'esplorazione della situazione personale e del rapporto dell'autore con il figlio per poi aprirsi a una dimensione universale, come se la sofferenza rappresentasse la chiave di accesso a una conoscenza più profonda del mondo reale.
Si alternano riflessioni sulla natura biologica del destino umano (“… se altro non siamo / che una sequenza / da recitare a memoria”, Il cercopiteco); tentativi di cercare sollievo nell’enumerazione classificatoria dei documenti medici (“mi rianimo, ordino / il nostro bagaglio: / referti, esami, pareri, / dimissioni, TAC-IRM; / ne controllo l’esatta / disposizione cronologica, / il preciso rintocco / sincronizzato / sulla malattia / che ti dà il nome”, La visita), sincere ammissioni della propria impotenza personale (“e spero / che se vivi / avrai pietà / di questo padre / del suo coraggio / al macero / e del gorgo / in cui debole / affoga / nella sera / senza di te”, Rianimazione) e accorate constatazioni della vita che sfugge (“Da tempo / sono appassiti / i nostri petali / e mai ne abbiamo / annusato l’odore”, Petites Fleures).

Emerge da questa raccolta di poesie la disperazione per un destino del quale non si riesce a intravedere lo scopo, la cui assurdità è esasperata dall'insensibilità e dalla crudeltà di coloro che ci stanno attorno, ormai assuefatti non solo al dolore, ma anche alla propria incapacità di metterne in discussione la necessità. Nelle descrizioni del ricovero traspare la volontà del padre di essere vicino al figlio, ma anche la paura di non saperlo fare e il senso di colpa che ne deriva. I particolari delle terapie mediche vengono utilizzati come metafore per esplorare la condizione umana, propria e universale (“Quanto / resta / ancora / da disinfettare / dei giorni / a brandelli / ricuciti / nella sutura / parietale?”, La medicazione), attanagliati dal dubbio che esista ancora un futuro e che invece tutto finirà per appiattirsi in un eterno presente, fatto di grigiore e di disperazione.

Indubbiamente l’esplorazione di una condizione estrema come quella legata alla malattia del figlio ha consentito all'autore di interrogarsi sul proprio destino da una prospettiva diversa, nella speranza di lenire il dolore incasellandolo in una valutazione freddamente contabile (“e del dolore / ti chiedo / rendiconto / delle lacrime / ti chiedo / riscontro / della pietà / ti chiedo / contabilità”, Recherche), abituati come siamo a una dimensione nella quale persino il sentimento della pietà viene soppesato con il bilancino di una ragione che non ha nulla a che fare con l’umanità.

Le peregrinazioni in una Parigi stanca e spettrale, in preda a un sentimento di profonda solitudine, accresciuto dai dettagli che si offrono allo sguardo dei turisti (bistrot, monumenti, etc.) non fanno altro che accrescere il senso di desolazione (“E più ancora / mi morde il cuore / questa grigia stagione / nelle sere che consumo / tra i vetri appannati / del bistrot / e gli sbuffi di fiato / sul boulevard deserto / in cui come un naufrago / cammino…”, Tunnel). Lo sfinimento conduce alla ricerca di verità metafisiche e all'ansia di espiazione (“Se la distorsione / occorra indagare, / o invece l’oscura / trama razionale, / l’ignoto peccato / che si incarna / nel pianto innocente / del fragile neonato. / A chi la colpa?”, Espiazione), nella speranza esile, ma pur sempre viva, di trovare una via di risalita dal baratro dell’angoscia e dell’umana disperazione.

sabato 29 gennaio 2022

Transumanesimo di Giuseppe Vanni: oltre l’uomo

recensione di Marco Belemmi




Dante, nel primo canto del Paradiso, e non a caso precisamente in quel luogo, introduce il concetto di “Trasumanar”, ossia di spingersi oltre l’umano per ascendere all’Oggetto Divino. Un’operazione di aereo superamento dunque per trascendere la propria greve condizione umana e cogliere Dio. Si tratta di un neologismo, un termine coniato dal Sommo Poeta per aggirare i limiti del Linguaggio e tentare di descrivere l’abbattimento dei limiti umani per potersi rapportare al Superno. E il Poeta tale collasso semantico lo sottolinea con veemenza nella Commedia: “Trasumanar significar per verba / non si porìa; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba” (Paradiso, I, vv. 70-73). Il Lessico non è più utile, ma occorre la Fede per uscire dal corto circuito logico.


Giuseppe Vanni, amico e poeta cattolichino, rielabora nella sua ultima raccolta poetica Transumanesimo (Fara Editore 2021) il concetto dantesco in una funzione antropocentrica: il (disperato) tentativo di trascendere i limiti umani, non già per arrivare a conoscere Dio, ma per una volontà di potenza estremamente pragmatica e terrena. Trascendere la condizione umana per creare un nuovo essere capace di travalicare la propria condizione per giungere ad una nuova e potenziata essenza umana. Un concetto splendidamente descritto nel prologo (Genome Editing) in versi di fulminante presenza: “Non più nell’Amore/ origina il mistero/ dell’evoluzione./ Non figli di Dio,/ ma di una mutazione.”. Quasi a scagliarsi contro questo spasmodico anelito di superamento della condizione umana per plasmare il Prototipo Perfetto, Nietzsche avrebbe detto il Superuomo.


Un’esigenza quasi cronachistica quella di Vanni nel descrivere la parabola discendente dell’Uomo, evidenziata anche dalla scelta dei titoli delle sezioni della raccolta: Crepuscolo, Declino, Calpestare, e Mondo Nuovo. Una tassonomia della Nuova Umanità sciorinata in versi essenziali e asciutti, quasi illuminanti haiku sullo sgretolamento di un Mondo, di una Realtà che va disintegrandosi intorno, dove ogni relazione umana è progressivamente disciolta nella proiezione febbrile verso un Futuro inesistente, oscuro, senza prospettive.


In uno dei componimenti più belli dell’intera raccolta (Intreccio) troviamo il senso di questo straniamento dinanzi a una Realtà aliena e inconoscibile.


L’intreccio

che ti ha portato qui

ho smesso di dipanarlo

ormai da giorni.

Mi accontento di averti

se ci sei, non mi chiedo

se parti dove vai.

Non cerco parole 

per dirti chi siamo:

ho smesso di rispondere

a chi chiede ragione

di un attimo.


Dinanzi ad una Realtà densa di barocchismi e di biforcazioni perenni l’autore cerca di stringere a sé i propri affetti. Una realtà che ormai è impossibile da conchiudere in una definizione univoca ma che si presenta come una tentacolare entità che ghermisce e stritola l’uomo, che fallisce nel compito di ritrovarsi dentro di Essa, ma si perde nel suo continuo divenire.


Transumanesimo è una raccolta del Distacco. Un lungo amaro allontanamento da ciò che il Poeta non può più cogliere né comprendere. Ogni modello, ogni pattern fallisce nell’ascrivere una sentenza tassonomica sul Mondo Esteriore. L’unica certezza è questo progressivo e inesorabile declino dell’Uomo attraverso un inane quanto inutile tentativo di superarsi, di elevarsi al di sopra di questo rutilante fluire. La difesa poetica sta nell’astrazione della Parola, nel contendere alla Verità ultima un grumo poetico di autentica umanità, come in un altro luogo memorabile della raccolta, il componimento Ombre, i cui versi finali recitano come un bruciante epitaffio: “È un baleno la verità/ che ti s’approssima,/ l’istante che t’afferra/ a ipotecarti la vita./ Ma tutto ancora/ alla pupilla/ rapido s’imbruna,/ l’incantesimo svanisce./ Per un attimo la verità./ la dannazione per l’eternità.”


L’uomo ormai è solo dinanzi allo sfacelo della sua Storia: un rapido istante di consapevolezza lo inchioda per sempre al suo destino.

lunedì 26 marzo 2018

La voce dell’anima di Giuseppe Vanni

Giuseppe Vanni, Paris Necker, Fara Editore 2018, pp. 128


recensione di Nazario Pardini pubblicata su Alla volta di Leucade


La voce dell’anima

Interiorità, poesia civile, e infine il sorriso dei bambini: questa la trilogia di Giuseppe Vanni; questo il suo percorso umano, meditativo e poetico.  Paris Necker il titolo della plaquette. Paris la città della clinica. Necker è un ospedale pediatrico, dove, come scrive Claudia Rubini nella prefazione “… l’Autore ha vissuto un’esperienza di vita eccezionalmente intensa con suo figlio, nato con una grave malattia genetica…”. Dieci i sottotitoli in cui si snoda questa storia di forte empatia: Prologo, Il Darwinismo e la Storia, Au bloc, In cerca di un guado, Soteriologia del quotidiano, Interludio, Bozzetto, Pugni in aria, En plein air, Compagnia di naufragi, Epilogo.

Il linguismo si fa, in un climax di  riferimenti oggettivi, assiduamente corposo. La partecipazione emotiva interviene davanti ad un succedersi di incastri tecnici che sembrano essere artefici di una narrazione tristemente avvincente: “ referti, esami, pareri, dimissioni, TAC-IRM…”. Lo sguardo del figlio curioso,  ignaro del mondo; il sorriso, fuori del tempo, la tristezza che s’insinua tra le righe, tutto ci contamina e ci incatena: “questo tempo/ che ci divarica il presente/ che ci dilata l’esistente/ e che si chiude/ e si dischiude su di noi/ che più non sappiamo/ cos’è prima e  cos’è poi”. Un susseguirsi di brevi incastri, che con ritmo apodittico, ci toglie il respiro; ci prende per mano quasi a chiederci il perché di certe soluzioni nella luce opaca di un corridoio angusto, nelle stanche domande sulla malattia: “…  boulevard grigi/ E per ultimi noi,/ dispersi/ in questo avamposto/ in cui tutto sembra/ fuori posto”. Gli stessi suoni, di rime o assonanze, creano degli ossimorici giochi nel tessuto epigrammatico del canto. E la natura è questa, sembra giocare con le nostre forze, sembra sfidare il nostro esistere, il nostro essere di uomini impotenti di fronte ad destino: “… urli feroce al mondo/ la tua rabbia/ e io impotente ti guardo/ e penso basta,/ vorrei portarti via”. Persino l’alentour sembra partecipare coi suoi riflessi di stanchezza al succedersi delle emozioni: “… Di lontano/ sullo sguardo spento/ tramonta ora/ un sole stanco”.  Tutto si contorna di un melanconico trasporto. L’Autore traduce il suo sentire in un verbalismo segmentato; in una versificazione dove ogni termie assume una connotazione definitiva; dove ogni parola diviene sufficiente a se stessa nel verso: “Ed eccola l’ora/ dei parents/ des enfants/ e di nuovo/ ci approssima/ la buia/ strettoia/ al di qua/ della teca/ in cui già/ ti intravedo/ dalla fessura/ su cui pende/ l’asettico/ camice/ che ancora/ mi attende/ che mi/ anestetizza/ il presente/ che mi riduce/ a meno/ di niente/ se il tuo viso/ non sorride/ oltre questa/ anonima/ barriera/ che ancora/ ci divide”. Un singhiozzare continuo e ritmato. Una corsa affannata verso il senso del nulla; verso un abbraccio mancato; verso un caso patito; verso il bianco di un camice che divide dal sogno, dal giorno, dalla luce, dal figlio.
Si incalzano le une dopo le altre le tappe di questo calvario: una successione di stazioni da via crucis, dove la croce  sempre più pesante porta a confessioni di amaro sapore: “… e spero/ che se vivi/ avrai pietà/ di questo padre/ del suo coraggio/ al macero/ e del gorgo/ in cui debole/ affoga/ nella sera/ senza te”.

La telefonata, La paura, La medicazione, Petits fleurs, …
tanti episodi che, concatenati gli uni agli altri, dànno un ensemble compatto ed organico; un poema di largo respiro dove si concretizza la visione della precarietà umana di fronte al mistero del bene e del male; e dove il poeta con tutta la sua verve verbale riesce a dare corpo ad un magma interiore che scalpita per venire alla luce; per mutarsi in una poesia calda e ontologicamente vissuta, esperita in un travaglio di coinvolgente umanità. Fino all’Epilogo: Onnipotenza. “Non tra queste stanze/ brilla il Verbo onnisciente,/  il Dio che plasma la Natura/ a misura e immagine/ dei pensieri del credente./ Resta questa origine/ un mistero, il male/ che ci tiene ignari/ al cospetto/ del presente austero:/ non più il dogma/ dell’infallibile sapienza/ ma la genetica/ nuovo avamposto/ della scienza…” dove “il lento ricamo/ che scandisce il tempo/ di noi compunti/ in una sagoma amorfa,/ di noi che è facile dire/ se Dio è assente/ allora non c’è niente…”.

Una riflessione amara sul tutto: il tempo, l’uomo, il trascendente, la Provvidenza. Una vicenda che, con la sua intensa portata, fa dell’essere un guscio di noce sperso in un mare senza limiti; in una vastità che perde ogni senso nelle calamità del presente.

lunedì 14 febbraio 2022

L'illusione della palingenesi, il rischio di un eterno presente di emozioni sterili, la speranza in un umanesimo liberante

su Transumanesimo di Giuseppe Vanni

Trasumanar significar per verba non si poria scrive Dante nel Canto I del Paradiso. Nel linguaggio dantesco il trasumanar rappresenta l'aspirazione a superare i limiti fisici della natura umana per ascendere a una condizione di superiore spiritualità. Per Giuseppe Vanni invece, qui alla sua terza raccolta di poesie, il trasumanare è la trappola nella quale cade l'uomo contemporaneo quando tenta disperatamente di trovare un significato più profondo alla propria esistenza.

L'uomo ormai non si trova più al centro dell'universo, come indicava l'umanesimo quattrocentesco, ma in mezzo a una landa desolata, inaridita dallo strapotere dei mercati finanziari e degli strumenti di comunicazione tecnologica, nella quale ogni tentativo di redenzione è destinato miseramente a fallire. In questo gigantesco meccanismo, dove le relazioni sociali non generano più alcuno slancio innovatore, il potere della Ragione fatalmente regredisce e conduce alla perdita dell'idea di felicità.

La raccolta Transumanesimo, edita da FaraEditore, è costituita da un prologo iniziale e da quattro sezioni: “Crepuscolo (2008 - 2019)”, “Zeitgeist - Secolo XXI”, a sua volta suddiviso nelle raccolte Declino e Calpestare, e infine “Il mondo nuovo (2020 - ?)”. Il prologo, la poesia Genome Editing, mette subito il lettore  di fronte al tema principale dell'opera: l'illusione della palingenesi, prodotto della scienza moderna, ha reso l'umanità incapace di immaginare un futuro, fondando il suo essere su un eterno presente nel quale si logora incessantemente ogni illusione (in questo tempo / frantumato / in logori conflitti / senza fine).

Schiava ormai di una mutazione perpetua che produce solo il simulacro del cambiamento, spegnendo in partenza ogni speranza di un reale progresso, e intrappolata all'interno di una logica ossessivamente operativa e procedurale, l'umanità ha smarrito qualsiasi idea dell'esistenza di Dio, cioè di una dimensione metafisica che possa svelarle il senso del proprio destino.

Ogni tentativo di trascendenza è destinato a logorarsi in un'eterna spirale di emozioni sterili e di solitudine, come recita la lirica Particelle, ispirata al romanzo Le particelle elementari, di Michel Houellebecq (Sfiniti scrutiamo il destino / degli anni millenari / solitarie particelle / degradate / ad entità elementari). Ma esiste una speranza di sottrarsi a un meccanismo tanto pervasivo e totalizzante? Se ne trova qualche traccia, anche se solo in forma ipotetica, nell'ultima parte della raccolta, “Il mondo nuovo”, nella lirica Anarchia: È tempo di riprendere il cammino / di recuperare tra le macerie / i frammenti di un nuovo destino: / mai più dell'ideologia unica / l'apologia, ma del pensiero divergente / l'epifania. Tuttavia si tratta solo di un fioco barlume, di una debole fiammella che vacilla nell'oscurità e che non lascia spazio a slanci più ampi e duraturi.

La prima parte, “Crepuscolo”, è contraddistinta dalla polemiche di taglio sovranista nei confronti dell'Unione Europea e dell'Euro. I temi sono quelli che hanno segnato la discussione nei confronti della moneta unica: lo strapotere delle istituzioni finanziarie (Riflusso); la mancanza di valori e ideali che ci proiettino nel futuro (Apostasia); la maniacale attenzione agli equilibri di bilancio (Compiti per casa); la precarietà lavorativa e salariale introdotta dalle politiche neo-liberiste legate alla moneta unica (Paraschiavismo); le sempre più crescenti diseguaglianze economiche e sociali (Inversione); il problema dei migranti e dei flussi migratori (Frontiera); infine, l'isolamento generato dal nuovo conformismo sociale in Monade, che in Psicopatologia sfocia nel disagio psichico individuale.

La seconda sezione è intitolata “Zeitgeist” (letteralmente, spirito del tempo) ed è divisa a sua volta in due parti: Declino e Calpestare. Declino si compone di nove liriche e Calpestare di otto, nelle quali riemergono le tematiche già affrontate in precedenza e che rimangono di grande attualità: in Eterogenesi, ad esempio, riappare l'impressione di essere schiacciati dall'onnipresenza della dimensione tecnologica e finanziaria (Nel buio / ci dibattiamo / lottando contro / il baratro: futuro / senza lavoro / e senza maggese / l'aratro: dov'è / dov'è il robot / il droide / umanizzato.)

In questo deserto emergono, quasi come convulsioni febbrili, delle fugaci speranze suscitate da ciò che rimane della politica (Sale allora dall'aula / sorda e grigia / il reddito di cittadinanza / rinnovata utopia / dell'uguaglianza, v. Sfregio), ma presto inghiottite dall'avanzata inesorabile del dogma tecnologico (L'automazione / idolo / dell'autismo / digitale, v. Limbo). Eppure il nichilismo del turbo-capitale sembra non riuscire a soffocare ogni traccia di disperata vitalità, unica sembianza di vita ancora presente, come in Soma (Eppure si strugge / per depressione / e ci si sbatte / per disperazione) o in Scintilla (Ma siamo qui e ora / al rintocco / sequenziale / della nuova/ ucronia) o ancora in Germoglio (È vero il germoglio / che ancora vedi / affiorare / dalla fertile terra / che ti affanni / ad innaffiare?). Si tratta però solo di mendaci illusioni, che vengono presto risucchiate nell'appiattimento generale (Non c'è risposta: / ci sbattiamo  / e ci bruciamo/ camminando / a ritroso / nell'innocenza / perduta /del nostro / umanesimo, Regressione). E allora, in Istrionismi, si affacciano alla mente gli incubi prodotti dall'inesorabile stasi del vorticoso fluire che ci circonda (frantumati come / particelle elementari / alla ricerca dei nostri abbecedari), gli stessi che appaiono in Geist (I baratri del tempo / che si spalanca / sulle notti insonni / sugli incubi repressi / sul deserto di parole).

La sezione conclusiva, “Il mondo nuovo (2020 - ?)” con il punto interrogativo che sembra lasciare aperta la possibilità di ulteriori sviluppi, affronta i temi legati alla pandemia e all'emergenza sanitaria, che paiono aver portato a compimento e a definitiva realizzazione le premesse degli anni precedenti. In Posologia la disillusione appare in tutta la sua completezza (La posologia / che ti inchioda / all'eterno presente / della pandemia / prevede la dose / consueta di terrore / veicolata dal media / affamato dall'orrore); in Quarantena esplode tutta l'angoscia per la situazione sanitaria nella quale siamo caduti (Eccolo il futuro transumano / il cuore alla catena / e la vita in quarantena), mentre in Scheggia emerge di nuovo il flusso incessante che ci lascia attoniti e disorientati (È un fruscio questo viaggiare / un attimo infinito / mille volte rivissuto: / tutto è vento senza posa, / senza bussola un vivere) e Uomini e cani dipinge a tinte fosche la nuova condizione umana (È ora che della pandemia / il ghigno feroce / ti frantuma l'amnistia / la ritrovi l'angoscia / che ti teneva compagnia).

Solo l'epilogo finale, con la lirica Trasfigurazione, lascia una traccia di ottimismo (rivivrò l'origine / e sarò di nuovo in me / e fuori di me, umano / non più transumano). Riemerge allora la speranza di recuperare l'innocenza delle origini, l'umanesimo che ci condurrà finalmente alla libertà.

lunedì 29 ottobre 2018

Paris Necker di Giuseppe Vanni III class. al Premio Lord Byron Porto venere

Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti
Comunicazione vincitori
ass.portusveneris@libero.it





Poesia Edita
1° Premio a pari merito 

La linea del cielo Franco Buffoni 
Dolore minimoGiovanna Cristina Vivinetto
2° Premio Corpo segreto Silvio Raffo
3° Premio Paris Necker Giuseppe Vanni


Premio della Giuria
Artigianato sentimentale Gabriele Borgna
Premio Tematica 
Homo elogio di Eva Mario Setta
Strano virus il pensiero Lidia Sella

Premio del Presidente 

La persistenza del tempo Paride Mercurio

Menzione d'onore

Stanze Carlo Alessandro Landini
Mattoni in vista Raffaele Floris
Ceylon colomba verde Lisa Sforza
Verso dove Annalisa Rodeghiero
L'azzurro dentro Paola Carmignani
Dalla parte del tempo Sonia Giovannetti
Finale di stagione Silvia Albertazzi
Credo in ego Antonella Monti
Non uccidermi Maddalena Leali
Angoli interni Roberto Maggiani
Geografie minime Maria Pia Romano

Segnalazioni di merito
Dai labili confini della sera Pierangelo Scatena

Savalon Amar Giovanni Codutti
Le nuvole di Amherst Angelo Donna
Filo di Arianna Fabrizio Oliviero
Mappa del Tesoro con depistaggi Paolo Rodriguez
Paesaggi d'anima Margherita Bertella
Mia Pietro Verna
Il destino di un eterno mare  Candido Meardi
Ephemera Tiziana Patrizia Mainol
Ylan Mattia Cenci
Dell'anima e del cuore Maria Ebe Argenti
Come le nuvole sopra Berlino Dario Deserri
Scene di vita quotidiana Andre Siniscalchi Monreale”
Transfert Simone Pansolin


Poesia inedita
1° Premio “Il sole muore” Laura Gabrielleschi 
2° Premio “Un demone corroso” Sante Serra
3° Premio “Kano” Raffaele Floris

Premio della Giuria 
Poesia senza titolo Marco Bottoni

Premio del Presidente di Giuria 
“Il Tram” Tristano Tamaro

Premio tematica 
“Le scale di Genova” Rossana Tasselli

lunedì 23 aprile 2018

Paris Necker di Giuseppe Vanni primo al Pelasgo Grottammare: complimenti vivissimi!

La raccolta poetica Paris Necker di Giuseppe Vanni ha vinto il I premio nella sezione libro edito di poesia del concorso Pelasgo Grottammare 2018 (edizione record come numero di partecipanti)Presidente di giuria Franco Loi



La premiazione a  Grottammare (AP)
il 5 maggio 2018 alle ore 15:30 


giovedì 12 aprile 2012

Apro il libro di Luca Pizzolitto





Apro il libro di Luca Pizzolitto e penso: queste poesie sono molto diverse dalle mie. D'altronde io sono l'unico poeta che conosco, o meglio, io sono l'unico poeta di cui mi è accessibile conoscere modi e maniere di scrivere. Allora quale altro metro potrei utilizzare se non valutare i motivi che spingono un' altra persona a scrivere e pubblicare poesia?


Apro il libro di Luca e penso al mio amico Vanni, anarchico militante, che ogni tanto mi ripete che i poeti dovrebbero essere tutti uccisi, così come gli altri artisti. Ci penso perché Vanni credo apprezzerebbe le poesie de La terra dei cani. Le apprezzerebbe in quanto sincera espressione di una resistenza sociale e umana, non di classe ma dell'individuo. Le apprezzerebbe perché sono sobrie, e si presentano mostrando la faccia libera da ogni inganno. Non sono travestite da nulla. Non vogliono entrare di straforo al ballo della Poesia. Non gli interessa la pagella dei piccoli e grandi del web che la disoccupazione ha eletto a critici.

Guardo il libro di Luca, e penso che ci ha messo tre settimane ad arrivare da Torino a Siracusa. E che la busta era tutta strappata. Tenendo presente il titolo immagino esista davvero una Terra dei cani, dove Luca è l'estraneo, l'ospite consentito. I cani lo tengono con loro perché ha dimostrato di essere all'altezza dei loro valori umani. Ed è già abbastanza sintomatico che si chiamino valori umani, quando la lealtà, la fedeltà, la capacità di darsi mutuo soccorso vivono in maniera più pura ed istintiva negli animali.


Dunque ringrazio Luca per il suo dono.


LA TERRA DEI CANI

Thauma edizioni, 2012

Collana poetica itinerante -Piemonte

108 pgg, 10€


Sebastiano Adernò

lunedì 26 novembre 2018

Griselda Doka III e Giuseppe Vanni finalista al Premio Senghor!

Premio Internazionale di Poesia L.S. Senghor premiodipoesiasenghor@gmail.com




Verbale della giuria della Quarta Edizione del Premio Internazionale di Poesia L.S. Senghor

VERBALE DELLA RIUNIONE CONCLUSIVA DELLA GIURIA DELLA TERZA EDIZIONE DEL PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA SULLE ORME DI LEOPOLD SEDAR SENGHOR

Ho sognato un mondo di sole
Nella fraternità dei miei fratelli
Dagli occhi blu.
 (L.S. Senghor)

Il giorno 24 del mese di novembre dell’anno 2018, presso la sede dell’Associazione culturale La Tenda, a Milano, si è riunita la Giuria della Quarta Edizione del Premio Internazionale di Poesia – Sulle Orme di Léopold Sédar Senghor, presieduta da Pap Khouma Direttore della Rivista della Letteratura della Migrazione El Ghilbi ed è composta da: Ba Coura, Gaye Cheikh Tidiane, Silvia Calzolari, Ghinelli Paola, Giangoia Rosa Elisa, La Villa Raffaella, Pedraglio Linda, Rossi Roberto, Skaff Nadia, Taddeo Raffaele et Vidoolah Mootoosamy. Sono stati esaminati e vagliati, accuratamente, tutti gli elaborati pervenuti e la giuria all’unanimità ha scelto i finalisti delle quattro sezioni previste nel bando. I nomi dei vincitori saranno comunicati nel corso della premiazione. La delibera della Giuria è la seguente:


SEZIONE A: Sezione libri editi in italiano

Anna Fresu Ponti di corda
Beppe Mariano Attraversamenti
Elena Bartone Francesco nel silenzio
Eleonora Bellini Prove d’autunno
Giovanna Cristina Vivinetto Dolore minimo
Giuseppe Vanni Paris Necker
Griselda Doka Dimentica chi sono
Renato Fiorito La terra contesa
Silvia Venuti Sulla soglia della trasparenza
Verusca Costenaro Sofia ha gli occhi


 
Subject: Finalista

Egregio Poeta

Abbiamo il piacere di informarla che in seguito alla valutazione della giuria del Premio Internazionale di Poesia - Sulle Orme di L.S. Senghor, il suo componimento in concorso




è risultato nella rosa dei finalisti della sezione corrispondente.
La invitiamo pertanto a partecipare alla cerimonia di premiazione, che avrà luogo il 15 dicembre 2018 alle ore 16,00 a Milano, presso il Centro Culturale di Milano CMC- Largo Corsia dei Servi, 4, Milano
Le chiediamo gentilmente di darci conferma per la sua presenza il giorno della premiazione.
Nel corso di tale cerimonia saranno resi noti i nominativi dei vincitori che – come prescrive il bando – saranno resi i nomi dei vincitori per ciascuna sezione.
In attesa di poterla conoscere di persona, le porgiamo sin d’ora le nostre congratulazioni e i nostri cordiali saluti.

Segreteria del Premio Internazionale di Poesia " Sulle orme di L.S.Senghor"
Secrétariat du Prix International de Poésie" Sur les traces de L.S.Senghor"
Via Cavour 3 - Arcore / 20862 ITALIE
Tel/Cel: 0039/ 3929496727
Sede - Siège: Africa Solidarietà Onlus cf:94057800156
Africa Solidarietà ONLUS www.africasolidarieta.it