martedì 25 agosto 2026

Una discesca nella “umiltà”

Elena Buia Rutt, Atterrare, Fuorilinea, Monterotondo (Roma) 2025, pp. 134, euro 14,00


recensione di Anna Maria Tamburini



Sembra in tutto un titolo perfetto, Atterrare, per questo quarto libro di poesie di Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice, critica letteraria, insegnante. Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015), La sete (Aragno, 2020), questo volume che raccoglie un’ampia selezione dei precedenti libri riveduti nella struttura e minimamente nei testi «traspone in versi l’esperienza trasformativa del trasferimento dalla città di Roma alla campagna di Assisi», come si legge nel risvolto di copertina. 

Non si tratta semplicemente d’essere scappati dal frastuono della capitale, dove altre opportunità per altro sono state abbandonate, per avere scelto di vivere a contatto con la natura. In realtà il sogno di una vita più distesa s’è avverato solo in parte: non sono diminuiti gli affanni legati alla gestione ordinaria della giornata nella fatica di conciliare lavoro, casa, figli, cui si sono aggiunti terra, animali, piante… né le corse contro il tempo per fare quadrare tutto rispettando orari, limiti di velocità per strada, imprevisti e incombenze. Di una “discesa” si racconta in vero, ma nella “umiltà” intesa nella sua accezione etimologica: si tratta d’avere scelto uno spazio di libertà che anche per tradizione predica il Cielo, per avere amato la terra, per esservisi adagiati, per non avere ricusato le cadute, compresa quella, letterale, che ha suggerito forse e in parte rafforzato la trovata, felice, del titolo: 


Le pecore – si sa – sono / innocue ottuse docili […] così dicono / e anche io ho ripetuto […] Ma un rocambolesco / caso della vita / ha fatto piovere / per me / sei pecore / in giardino // una di queste / un giorno si è staccata / dalle mie carezze / dalle foto sorridenti con i figli / ha abbassato la testa / caricando / e con la forza dei suoi cinquanta chili / mi ha buttata giù // ora quando la incrocio / la fisso attentamente / per capire chi è / e come sta […] nel suo sguardo ipnotico e infallibile / vedo scorrere / ere di saggezza / discernimento / libertà // portami con te / sorella mia […] (La pecora).


Paradosso e ironia difendono così tenacemente la fibra di un’esistenza, e della sua trasposizione in versi, permettendo di riconoscere l’avvitamento della logica che apre a una più sapiente riflessione: Avrei voluto vivere / a tremila metri / per contemplare / in solitudine / la mia insignificanza // mi ritrovo invece / offuscata / ad arrancare nella nebbia / di una pianura affollata e fangosa / zavorrata da una dedizione / a figli animali studenti // lontana dalla vetta di cristallo / rimarrò abbattuta / - lo sento - / qui in basso / ignara della benedizione / ricevuta in sorte. 


Nell’Ora et labora dei giorni anche la tensione muscolare del gesto semplice di una potatura, se da una parte riporta al corpo, induce al contempo dall’altra un senso panico che nella comunione con la natura – in un sottile ossimoro di radici e cime – sposta ancora più in alto lo sguardo: mi riporta al corpo // ramo tra i rami / tronco tra i tronchi /radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce.


Anche in quanto studiosa Elena Buia da sempre scava nel rapporto tra letteratura e spiritualità; ha approfondito le opere di Pier Vittorio Tondelli, di Flannery O’ Connor, Mary Oliver. Per questa sete di Cielo appare evidente anche un’importante continuità con le precedenti raccolte – il nuovo libro si struttura in due parti: Il mio cuore è un asino e Vita in campagna (da cui sono tratti i versi già citati) – e tra i componimenti della prima sezione, oltre al testo eponimo, sono recuperati non a caso dalle precedenti pubblicazioni Lo spazio di Dio, Dio sul pianerottolo, Dio a poppa.


In questa casa / ultimamente / nessuno più parla di Dio // eppure a volte all'improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d'aria /che quando /lo attraversi

sorridi piano /come nevicasse. (Lo spazio di Dio)


I versi brevi, per lo più senari o settenari, o anche altri, imparisillabi come novenari, o endecasillabi per lo più spezzati, denotano la ricerca di una forma minimale, che esprima le esigue misure dell’esserci, e di spazi e silenzio dove aleggi un altro respiro. Delle precedenti raccolte resiste infatti tenace anche tutta la componente affettiva di una poesia d'amore che parli d’Amore al maiuscolo, senza sentimentalismi, né enfatizzazioni, né dichiarazioni, ma sostenuta da domande che penetrano dal profondo questa realtà, nella più assoluta concretezza del vivere a partire da quelle che sono le più frequenti delle dinamiche relazionali. Così, spogliata d’ogni orpello, denudata e rastremata all'osso, la parola si potenzia di valore simbolico.

In ultimo – componimento di explicit di Atterrare Il mio prossimo sintetizza paradigmaticamente con uno splendido ossimoro tutta l’ermeneutica di un’esperienza esistenziale, prima ancora che letteraria, e nella forma e nella sostanza: Sono prossima / a chi come me / al piano terra / soffoca / nelle sabbie mobili / del salotto buono / e patisce l’assalto stizzito / dei legami convenzionali // sono prossima / a chi come me / in una vecchia soffitta / cauterizza i tagli / con le lame di luce / della presenza / di Dio. 


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