martedì 21 aprile 2026

Chiamami: la poesia poliglotta e fluviale di Alessandro Ramberti

recensione di Germana Duca


Da oltre un decennio Alessandro Ramberti è impegnato in una ricerca poetica che allude ai valori positivi che la vita può offrire coniugando l’uso della ragione, il dono della fede e la padronanza delle lingue. Un’impresa complessa, ma non per lui che, fin dall’adolescenza, si è cimentato con l’esperanto e ha studiato con passione diversi idiomi stranieri, compresi quelle orientali, in cui si è poi addottorato. Già in Orme intangibili (2015) ciascuna sequenza era chiusa da una parola in caratteri cinesi, tradotti anche nel suono: gioia, meta, fede, bellezza, spirito, anima, scegliere, farsi carico, aiutare… Poche parole, aperte a una visione di umanesimo universale, ascendente, utile ad innalzare fino al divino la pesantezza di ogni persona. Di tale prospettiva verticale Ramberti dà testimonianza anche nella raccolta successiva, Non so resistere (2024). Ispirata al Convergere in alto di Teilhard de Chardin e corredata, in calce a ogni poesia, dalla traduzione in esperanto, l’opera veicola la luce della “buona notizia” contenuta nel messaggio evangelico “kiu ampleksas ĉion / che abbraccia tutto”, provando a mettere in relazione l’atomo e la stella, l’anima e il corpo, la materia e lo spirito, l’individuo e la comunità. 

Comunione e comunicazione, nella scrittura creativa di Alessandro Ramberti, sono quasi sinonimi e la sua silloge più recente Chiamami (Fara Editore, 2026) ne dà stringato e largo conto. Stringato perché i testi - numerati da zero e trentatré per omaggiare la durata della vita terrena di Gesù -  vivono nello spazio di una pagina, con lunghezza variabile, da tre a ventitré versi. Largo, di converso, è il potenziale comunicativo di ciascun componimento, tradotto in cinese - ideogrammi e relativa pronuncia -, esperanto, inglese e latino. “Poesia universale”, chiosa Gianni Criveller, dal momento che “senza traduzione, il messaggio poetico non si muove, non esce dal punto di partenza e il poeta fallisce”. 

Dedicata “a chi mi ha preceduto”, l’originale raccolta incuriosisce fin dall’immagine di copertina: un uomo, ritratto di spalle, contempla un paesaggio endoreico, con rilievi che impediscono alle acque di un bacino fluviale di defluire verso il mare. A tale limite si giustappone l’illimite di un cielo indefinito - aurora o tramonto? - che, con i suoi colori caldi e accoglienti, diviene visione d’infinito, vocazione: “Chiamami…” Quante volte da familiari e amici ci è sta rivolta questa richiesta; e quante volte siamo stati noi a chiedere di essere chiamati? Nell’esortazione vi è sapore di preghiera e ansia di dialogo; desiderio di essere lievito nell’impasto umano, il contrario dell’egoismo e dell’orgoglio: “noi ci affidiamo / è un buon inizio un passo / insieme un condividere il destino”. Dall’incontro tra grazia divina e libertà umana, ecco l’azione creativa, frutto dello svuotamento, antefatto di ogni elevazione: “Dimentico spesso di avere ciò che non ho // svuotandomi divento / più ricco”. 

Il pensiero corre a un’affermazione messa in bocca da Paolo Volponi, nel romanzo Corporale, a un suo alter ego, lo scrittore Joaquín Murieta: “Attraverso lo svuotamento raggiungevo l’esaltazione”; e più oltre: “Io, pellicano sventrato, vendo le mie viscere”. Con le debite distanze e differenze, anche i testi poetici di Alessandro contengono verità corporali e spirituali, ora concordi: “la nostra materia / quando è sfiatata / si eleva”; “A te che sei nell’oltre / non servono parole / ti basta il crepitio / di queste mie sinapsi”; ora tese ed ossimoriche: “c’è infatti in me un dissidio / fra indipendenza e affido / fra scelta ed abbandono / in questa lotta ha luogo // il nostro magnetismo / con le polarità in tensione”. Nel contempo, in sintonia con L’attesa di Dio di Simone Weil - se Dio c’è, essere chiamato è la prima cosa che si aspetta da noi - Alessandro avverte di avere accanto un Padre desideroso di un suo cenno per accompagnarlo nella ricerca dell’essenziale fra “le misteriose onde della benedizione”. Più avanti, ecco un altro richiamo - espresso con una serie di imperativi - che distoglie il poeta dall’intenzione di lasciar riposare i moti del pensiero: “mentre una calma attenta // sussulta preoccupata / sento una voce dirmi: / Risvegliati sigilla / racconta questo sogno / confida in me  che sono / l’onesto messaggero // il tuo custode alato / l’abbraccio del divino / con l’anima e la carne”. Ascoltare è già abitare la pace; ogni parola, anche la più piccola, mette in contatto cielo e terra, apre all’inclusione; diviene epifania, rivelazione. 

Muovendo dall’episodio evangelico in cui Maria di Magdala conserva alcune gocce di olio di nardo, su consiglio di Gesù, per donargliele nel giorno della sepoltura, è come se la poesia di Ramberti usasse il dono di  cinque lingue per sollevarsi, per trovare la direzione verso un punto luce dove far convergere tutti i colori e le ombre della realtà: “puoi mettere assieme i colori / cantare visioni commuovere // o farti vicina portando / con te la riserva l’ampolla / con l’olio di nardo purissimo / che rende possibile attendere persino nel vuoto sospeso / in cui è scaduta la vita”. Da qui il profumo potente ma delicato che emanano queste pagine, prive quasi del tutto di punteggiatura, aperte al sogno di un altrove, scandite da un ritmo sicuro, ricco di sfaccettature. Ritmo fluviale, si direbbe, benché radicato nella misura piccola del libro, con citazioni (da Alfieri, a Recalcati, a Zappalà), ringraziamenti, epilogie di amiche e amici (Zanotto, Criveller, Giangoia, Fraccacreta, Armenti), nel succedersi di antiche e nuove lingue,  cooperanti con l’italiano.

Ma c’è dell’altro: un atto di Battesimo, accuratamente scritto a mano il 19 giugno 1960, folto di ascendenze e genealogie, è posto come un sigillo prezioso in fondo a Chiamami. Il documento, col suo valore liturgico e insieme teologico, allude alla finitezza umana dialogante con l’eternità, nella ricorrenza dei nomi lungo la parabola del tempo: Alessandro, Francesco, Giordano… “Chiamami col nome più esotico / quello del fiume che scende dal Libano / si allarga in Galilea / scende parecchio al di sotto / del livello del mare / morendo nell’abisso / dove tutto si cristallizza / e ti fa galleggiare”. Sì, perché in fondo siamo solo questo: nomi; nomi scagliati verso l’infinito.

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