mercoledì 29 ottobre 2025

I figli fragili dell’inverno

Alessia Boldrini, Piccolo bestiario, Fara 2025

recensione di Stefano Calemme


L’incontro con Piccolo bestiario di Alessia Boldrini è avvenuto un mese fa, nel momento in cui le nostre rispettive strade poetiche si sono intercettate in qualche modo nella vittoria di due concorsi differenti, ma gestiti dalla stessa casa editrice, Fara per l’appunto. Credo che un’analisi il più possibile veritiera sui suoi versi non possa prescindere da un elemento che, secondo me, caratterizza meglio la sua raccolta: l’idea di fragilità.

Già nella prima sezione, che concretamente rende ragione del titolo scelto, si assiste ad un processo di metamorfosi costante, di trasfusione nel mondo naturale sempre fluida (in dialogo con cervi, sirene, pesci, granchi, alligatori, gatti, ma anche con il mare, le conchiglie, le più svariate piante), in cui però rimane come perno dei suoi versi “il vedersi vulnerabili”, “l’essere figl(i) fragil(i) / dell’inverno”. Leggere le poesie di questa prima sezione mi ha riportato indietro di poco più di cento anni, quando nel 1902 Gabriele D’Annunzio trasfigurava la sua Ermione nel cuore di una pineta umida di pioggia: la voce di Alessia fiorisce d’autunno “come ricci sui castagni”, torna “dagli abissi / di sirena e pesce mostruoso”, tornando sulla superficie di una terra che dà luce ai “mostri” e ad un “agire perduto” che indicano un percorso tortuoso e privo di bussola nel mondo. Lo dice chiaramente che il segreto sia “riconoscersi nella stessa specie” per poter condividere la stessa propria fragile natura di esseri viventi: anche le sirene causano “maremoti nello stomaco” e “come le cose portate dal mare” nascondono un incanto senza linguaggio.

A livello stilistico, la cosa che mi ha colpito di più è la scanzonata ironia con cui Alessia sceglie di inserire qua e là dei termini così distanti dall’ecosistema poetico che costruisce, con cui si abbassa al grado zero l’apparente “astrattismo” delle sue parole, riportando il tutto a situazioni umane: “cerchi sapidità ovunque / ma finisce / che ti bevi il mare / e vomiti”, o ad altre tragicamente attuali, come la guerra: “le brutture del mondo sono sempre / spiegate in una lingua / diversa dalla mia. / […] Ripeti, Vladimir, ripeti anche tu”.

Immancabile nella raccolta la presenza di un altro Tu femminile che girovaga fra i versi e con cui la voce di Alessia sembra essere in stretta connessione: c’è una poesia molto intensa che mi ha ricordato S. Martino del Carso di Ungaretti, quando l’autore elenca spasmodicamente una serie di aggettivi per descrivere la roccia tipica di quella zona, ormai diventata di guerra; è come se inconsciamente Alessia abbia paragonato quella roccia refrattaria, totalmente disanimata all’anima di questo Tu, che diventa “debole / fragile / rifiutata / dove tu non vedi / dove tu non vuoi”.

La seconda sezione, «Delicatessen», l’ho trovata estremamente malinconica: l’alternarsi delle stagioni: dal “bianco marzo” al “sole poco caldo dell’inverno”, da un novembre che fa fiorire ad un settembre che sa di una morte dolce, continua il rapporto con questo Tu, che fa da sfondo per tutta la raccolta, con l’aggiunta di alcuni versi dedicati a se stessa, al periodo della quarantena e di alcuni viaggi. Alessia deve occuparsi di “molti relitti” ancora, come l’amore, i sentimenti (che diventano tutti archeologici, come fossili da custodire e studiare attentamente).

L’ultima sezione, «Divertimenti», è più concentrata su se stessa, sul sentirsi ancora una giovane adulta con “l’attitudine a sbrindellarmi” e che attraversa la difficile prova dell’età intermedia dopo l’adolescenza, “dall’equilibrio precario”, in cui in fin dei conti, ci si ritrova un po’ tutti.

Leggere
Piccolo bestiario è come percorrere un sentiero che parte da sottoterra, dagli aggrovigliamenti che avvengono nel suolo o negli abissi degli oceani, per poi ritrovarsi sulla superficie, con il mare alle spalle e le stelle sopra la testa, a dover fare i conti con il proprio vento, contrario o favorevole, con cui la vita di tutti procede.

Due sono le poesie che, più di tutte, mi sono rimaste impresse:

Vedi - piccola bestia,

noi abbiamo il modo

di cercarci degli amanti.

Che poi tu non abbia il coraggio

di allungare la lingua

né io di mandarti a morire,

è piccola pena da pagare

per fottersi nell'assenza.


*


Ti racconto il sogno di stanotte:

sedute ad un tavolino rotondo-rosso

ti ho sollevata la mano

per appoggiarci dentro il viso.

Tienimi la testa

ti ho costretta

così il giusto e lo sbagliato

non sono più un mio problema.

Avendo così le mani libere

e una testa in meno

ho potuto raccogliere l'altra tua mano

e sul palmo scriverci con l'indice

l’indicibile che già sappiamo.

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