venerdì 31 ottobre 2025

Un buon scafandro

 Stefano Calemme, Atlante delle ferite, Fara 2025

recensione di Alessia Boldrini



Difficile esplicitare il senso della raccolta d’esordio di Stefano Calemme, Atlante delle feritemeglio di come lui stesso fa scegliendo un titolo che non potrebbe essere più appropriato. Calemme ci immerge nel suo scenario poetico in quattro sezioni, Coordinata Nord, Sud, Est ed Ovest, che fungono da bussola nello spazio immaginifico ampio e variegato che si prospetta a noi lettori. Calemme, in questo lavoro, cerca, creandolo, il proprio spazio – reale, immaginifico e relazionale, lasciando ampio respiro a scenari che sono immersioni e digressioni in profondità interiori, ma anche elevazioni su panorami collettivi e naturalistici.
Nella prima sezione, rientra come tema ed immaginario più volte il “tempio sacro”, accogliendoci in una atmosfera che è tutt’altro che mera cartografia. Attraverso distici introduttivi di forte impatto (Dove hai luogo tu / non sono mai cresciute le azalee / … e ancora Gli alberi cadono in disgrazia / quando smettono di essere amati / …), Calemme ci porta al cospetto di un Tu ed un Io estremamente dialogici e relazionali, intenti in una ricerca di senso in cui il qui ed ora fanno da contraltare ad un tempo poetico sospeso e, se vogliamo, solenne. 

La lirica è giovane, si sente, ma imperativa. Nella seconda sezione, il dialogo con il Tu diventa molto più serrato, faticoso e coinvolto, e lascia fiorire uno tra i componimenti più toccanti dell’opera:

Hai gli umori della sabbia
quando si indurisce schiva
agli abbracci falsi di un mare
che la obbliga ad essere sponda,
ti stupisci sciolto senza sforzo
al calore di chi brilla a milioni
di cuori da te, il suo battito dietro l’angolo.
Segui la biologia delle maree,
ti ritrai quando il mondo si increspa
sulla pelle nel letargo della luna calante.
Conosci soltanto le vibrazioni,
non ti sconvolge la febbre sotto i piedi
perché ti senti già lembo
di una terra in volo.

Le atmosfere che emergono dalla lirica di Calemme sono sicuramente più oniriche, rispetto alla prima sezione, a tratti luminose e distese, crepuscolari e malinconiche in altri; ciò che rimane costante è il termine “traiettoria” che, all’ombra di qualche verso, ci accompagna nell’immersione
letteraria. Gli ultimi versi del componimento che apre la terza sezione ci indicano in maniera molto netta e limpida la traiettoria appunto in cui ci muoveremo: spalancare le finestre / sulle rime d’amore delle nostre cicatrici / … 

Qui Calemme si prende la libertà di annegare un poco nelle proprie ferite –che poi sono anche le nostre – dense ed accoglienti. Nell’ultima sezione ha luogo, credo, il cuore pulsante e l’intento della raccolta: un nucleo densissimo che osserva il tempo ed il dolore esattamente per quello che sono. La posizione di Calemme, dal punto di vista del tema, è semplice ed onesta, ma il dispiegamento lessicale si arricchisce e condensa e ci permette di tastare o, meglio, di tenere negli occhi o nella bocca anche la complessità.

L’invito sentito che propongo alla lettura di Calemme è con l’attitudine con cui egli stesso si descrive: Non ho mai saputo urlare / nel mio viaggio importano le soste / l’indugio in cui si induriscono / i grumi informi delle mie orme… / poiché ogni passo in questa raccolta accompagna alla riesumazione di emozioni percepite, passi già fatti ma sempre troppo in fretta, e rappresenta per il lettore sicuramente un momento privilegiato di rielaborazione – momenti fecondi sempre più rari, alle attuali condizioni di esistenza. Atlante delle ferite è un dono al mondo, oltre che ad un esempio di manifestazione a viva voce di un autore emergente e penna di grande qualità. Vorrei condividere l’ultimo componimento della raccolta, come esemplificazione di quanto appena detto, ma non lo farò. Rovinerei forse una immersione di rara intensità e bellezza, che necessita del proprio tempo di discesa, una abitudine all’aumento di pressione. Un buon scafandro, ecco, vi consiglio un buon scafandro.



Nessun commento: