Poesie inedite di Ferdinando Tricarico

 


Discorso sullo stato dell’Unione del Presidente Trump scritto da un poeta amante del discorso di Pericle agli Ateniesi (un ennesimo ghost-writer da licenziare).

Qui a Washington noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i pochi invece dei molti: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui a Washington noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia diseguale nelle dispute private e si ignorano i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino è patentemente mediocre, allora esso sarà, a preferenza d’altri, chiamato a servire lo Stato, come un atto d’insulso privilegio, come una ricompensa al demerito, e la povertà costituisce un insormontabile impedimento all’accesso di qualsivoglia carica pubblica.

Qui a Washington noi facciamo così.

La schiavitù di cui siamo vittime si estende anche alla vita quotidiana; noi siamo sospettosi l’uno dell’altro e infastidiamo il prossimo al quale piace vivere a modo suo.

Noi siamo schiavi, non liberi di vivere come ci piace e siamo sempre pronti a fuggire da qualsiasi pericolo.

Un cittadino americano trascura il bene comune quando attende alle proprie faccende ma soprattutto utilizza i pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui a Washington noi facciamo così.

Ci è stato insegnato a non rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche a non rispettare le leggi e di non ricordare di proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato insegnato a non rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso.

Qui a Washington noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi lo consideriamo innocuo e utile; e avendo sequestrato in pochi la vita politica, beh più nessuno è in grado di giudicarla.

Noi consideriamo la dialettica un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto di una servitù volontaria e che la libertà sia solo figlia dell’obbedienza.

Insomma, io proclamo gli Stati Uniti gendarme del mondo e che ogni americano cresce sviluppando in sé un’unica dimensione, la sfiducia in se stesso, la disponibilità al macello per combattere assurde guerre ed è per questo che la nostra città si chiude all’altro e cacciamo gli stranieri.

Qui a Washington noi facciamo così.

                                                                                                    


Distanziamento poetico

 

La poesia è uno stato di eccezione da sempre, eccede lingua dell’urgenza,

non distingue l’emergenza dalla quieta assenza, è in guerra con la pace e in pace con la guerra.

 

Il poeta contemporaneo è un virale non infettivo, disperso nella rete alla deriva, ignaro dell’effetto

inflattivo della parola, è al di sopra di ogni sospetto, non poteva sapere prima, non poteva sapere dopo, non

poteva sapere durante, è banalmente colpevole d’una possibilità in potenza.

 

La poesia è una delle forme della scienza, ma nessuno crede che sia un modo della conoscenza,

è una tipica macchia, il Leicester che vince la Premier League, l’eccezione che conferma la regola.

 

Il poeta contemporaneo è un fingitore smascherato dalla mascherina, un saltimbanco che fa né ridere né

piangere, un incendiario dalla lingua abbrustolita, è al di sotto di ogni rispetto, non poteva fare prima, non

poteva fare dopo, non poteva fare durante, è naturalmente innocente di azione inconcludente.

 

La poesia è una delle tante malelingue, si traveste perché non sopporta di essere una fake news, preferisce

il pettegolezzo, il si dice, il pare che, il farlo strano, in questa cattività erotica che ci avvicina alla morte.

 

Il poeta poeta, invece, è un profeta inascoltato, un oracolo non consultato, un politico senza mandato, porta

peste, è meglio stargli alla larga, perchè se ti infetta, tu muori di noia e lui gode come un matto.

 

 


Donna, donna

liberamente ispirato a “La coscienza infelice” di Giuseppe Guglielmi per i cinquant’anni del gruppo ‘63

 

Olè qual magnific e progressive sorche

donna emancipazza e velinante

sculazza alienante

nell’imbuto del catalettico tubo

mentre ai machi depressi

nel tempo abbreviato della Tecnica

il dio noir falcidia speme

e il virtuale esalta sperma spreco.

 

Il padrone spia online fibrosi

e genera desideri di suicidio

cancri ineluttabili e fame fama

dicoccupati nervini cloni droni

bonzi di massa e focosi stronzi.

 

A Benzo e Adipo

bestemmia Hegel la coscienza infelice

carpe mortem sola reductio damnis

d’ esser nati  e pure con la farfallina

in una casa oscura ad allevar svacchelli

ove tutte le vacche son bigie

a rosolare nel focolare senza stufarsi mai

come logica del matrimonio capitale

mercimonio pardon del mattatoio.

 

La Repubblica delle Ammazzoni

che fan le fighe manager

e chiavano per orgasmo loro

che conciliano col nostro sudore

di padri cambia pannolini e poppatoi

sì sì scambiamo maschera e comandate voi

lasciateci poltrire tra cura e cura omnibus

ma non vi lamentate poi dei delitti d’onore

della caccia alle streghete

dell’eccidio d’ogni diversa.

 

E’ in frantumi pure la divisione del lavoro

un frame precario che ci slega

spaccottati in istanti di funzioni

spacchettati in decimi di finzioni

sparigliati in attimini e strafalcioni

ubriacanti come la povertà

lo sbarcare il lunario

astolfatati  e pazzarielli a luna e friarielli

quel cupo impiegarsi nello stordimento

di quel tempo leggero di rincorsa

all’infelicità genetica

delle cose ordinarie che diveniamo

per zeligtudine al consumo del chupa

per improntitudine a l’imitatio dei

prosastiche prostati perdute

con i sensi  frustrati du plaisir

con le blandizie del sex libre a rate

con gli ornamenti di capezzoli e cappelle.

Fragilità il tuo nome è zoccola!


***

C’è sparito il corpo tra questi fantasmi di contagio,

si è anticipato morto di fronte all’ultimo disagio,

aveva fretta di svanire imprigionato nell’inazione,

via dallo sciame della scia violenta dell’azione.

 

Il corpo se n’è andato senza una direzione, in un assolo,

non negandosi più solo, senza peso, nel pensiero che

domina il pensiero, appeso al tetto come un caciocavallo

rappreso nel letto, un’ombra informe del concetto:

 

il dolore si spartisce solo se lo nominiamo ancora.

 

Ferdinando Tricarico è nato a Napoli nel 1967 dove vive e lavora. Poeta e performer, nel 1990 ha coordinato Tam Tam poesia in movimento, laboratorio poetico del movimento studentesco della Pantera. Ha pubblicato i poemetti Clic 35 (Napoli 2003), Courage (Napoli, 2005), Precariat 24 acca (Oèdipus, 2010), La Famigliastra (Manni, 2013), Grand Tour, passeggiate italiane (Zona, 2019). Ha curato rassegne letterarie, laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri, le antologie Attraversamenti. Percorsi di fotoscritture (Di Salvo editore, 2002), Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m, 2012), Polesìa (Oèdipus, 2018) e Poeti da Secondigliano (Fondazione Premio Napoli, 2018). Nel 2018 ha fondato il gruppo Melopoetry.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessun commento: