mercoledì 5 maggio 2021

NOTA CRITICA DELLA SILLOGE “DAL MEDITERRANEO” di Sofia Skleida ed Elisabetta Bagli, a cura di Daniela Cecchini

 









Un affresco letterario in cui le poetesse Sofia Skleida ed Elisabetta Bagli si incontrano e si confrontano, dando vita ad un verseggiare dall’afflato sinergico, attraverso il quale emergono in modo speculare i tratti distintivi che caratterizzano due civiltà equiparabili nei loro valori fondanti.

Un quadro concettuale individuabile già nell’incipit della silloge, in cui si sedimenta l’intensità emozionale dei versi contenuti in una lirica firmata da entrambe, dal titolo Dal Mediterraneo: Storia

Istantanee ingiallite e impolverate, vive nella natura di coloro che sanno che l’importanza di queste due civiltà mediterranee si estende infinitamente più in là dei loro limiti territoriali, dei loro mari, dei loro monti. Sono l’Anima del Mondo.

Un’espressione poetica simbolicamente rappresentativa del leitmotiv che vede protagonista indiscusso il Mar Mediterraneo, testimone della storia di due popoli, la cui comparazione è il risultato di un lungo processo di assimilazione culturale avvenuto in itinere fra Grecia ed Italia, due entità sociali unite da indubbia memoria storica, oltre che da comuni, ineluttabili destini

Io, tu, noi. Abbiamo aderito istintivamente al nostro comune destino che è apparso sotto lo stesso cielo stellato, vivendo le stesse ansie, amanti itineranti dello stesso desiderio, delle stesse passioni.

(Identità di Sofia Skleida)

Tali profonde, quanto incontrovertibili radici riemergono puntuali nei princìpi cardine dell’umanità: il bene e il male; due forze contrapposte, in perenne lotta fra loro, ma altrettanto capaci di imprimere un indelebile segno nelle rispettive sorti di questi due Paesi bagnati dallo stesso mare. Un insegnamento di antica memoria, se pensiamo che, già nel 399 a.C., Socrate operava un distinguo fondamentale tra il bene, rappresentato dalla conoscenza e, quindi, dalla cultura e il male, riconducibile all’ignoranza, intesa quale assenza di sapienza e di enunciati etici.

Due direzioni, due obiettivi diametralmente opposti da cui parte il pensiero filosofico classico, per arrivare a rinnovate ed interessanti posizioni da parte di pensatori contemporanei, come Z. Bauman, che definisce la società postmoderna una “società liquida”, dominata dall’incertezza, dall’indifferenza, dall’appiattimento dell’universo valoriale e dal disincanto della ragione, tanto che l’individuo troppo spesso avverte un senso di fallimento esistenziale. Una riflessione che, in un certo qual modo, ritrovo in questi versi

Guardo la strada. Tutto è diventato confuso nel nostro cammino. Il pensiero mi porta lontano osserva, ascolta, ma invano…

(Stoicismo di Sofia Skleida)

Perché vivere, quando tutto intorno è morte? Perché uccidere con un soffio la luce, quando sulle mie labbra stanno sbocciando i gigli della vita?

(Rispetto di Elisabetta Bagli)

Tuttavia, nei tempi antichi, un cospicuo bagaglio di valori e norme ha delineato un ethos dal quale scaturiscono individuali interiorizzazioni di codici comportamentali di due popolazioni sostanzialmente molto simili sotto il profilo del temperamento culturale e, aggiungo, la retorica aristotelica accanto all’ethos collocava logos e pathos: le tre componenti del ragionamento. I filosofi dell’antichità hanno costruito dei veri e propri monumenti all’intelligenza e alla saggezza umana, tanto che i loro pensieri sono tuttora individuabili all’interno del sistema regolatore delle relazioni sociali.



Le autrici Skleida e Bagli, consapevoli delle evidenti similitudini che uniscono i rispettivi Paesi di origine, offrono una silloge poetica piacevole, aperta al dialogo, in cui si cristallizzano pensieri tradotti in versi poetici in grado di suscitare commozione estetica e di compenetrarsi l’un l’altro in un’altalena di sensazioni cariche di bellezza e di umanità, che travalicano la realtà per fare ingresso nella dimensione onirica

Come ninfa, innamorata di Apollo, berrò le mie lacrime e la brina dei fiori. Consumata dall’amore, trascorrerò i miei giorni osservandoti da lontano, mentre trionferai tra le giovani ancelle, tu, effimero uomo, colpevole dell’oblio dei sogni.

(L’eterno girasole di Elisabetta Bagli)

Va sottolineato che in alcune liriche di impegno sociale è palpabile lo scatto civico che, accompagnando il grido di denuncia, restituisce esiti drammatici e convincenti -

Mozzi respiri gemono sull’asfalto come pazzo vento implorando la vita in un mondo profano, freddo. Occhi innocenti, puri, diventano testimoni di momenti uccisi dall’orrore di guerre, di crisi internazionali.

(Profughi di Sofia Skleida)

- come anche nei versi, struggenti ed appassionati, dedicati ai terremotati di Amatrice (Abruzzo) del 2016

Un canto si eleva nel buio più profondo cullando i nomi nelle lacrime, nelle ferite amare di chi sa di aver perso tutto, ma non amore e dignità.

(L’inferno senza colpe di Elisabetta Bagli)

Un verseggiare naturalmente proteso alla valorizzazione dell’immenso patrimonio storico-culturale che unisce le due realtà in un’ottica cosmopolita. Ed è proprio di Diogene di Sinope la paternità del termine cosmopolita; egli, interrogato circa la sua provenienza, rispose: sono cittadino del mondo.

Il mio pensiero ti segue lungo i percorsi occulti di un pentagramma musicale, accarezzando le corse dell’Etruria Milanese e, attraverso, le onde adriatiche ti conduce verso il firmamento dell’Olimpo.

(Pensieri profondi di Soflia Skleida)

Del resto, la filosofia ha da sempre rivolto grande attenzione all’uomo, riconoscendone il ruolo centrale in ogni sua azione e su questo concetto, talvolta nella contemporaneità disatteso, dovremmo soffermarci, particolarmente nell’attuale momento storico, in cui l’uomo ha bisogno di ritrovare se stesso. In quest’opera le poetesse rivendicano, attraverso la loro singolare cifra stilistica, la piena centralità dell’uomo nell’universo, quale esito di un mutamento adattivo portato avanti con la patente della conoscenza, mescolata al tratto della saggezza

Mi appartengono la bellezza del mondo, il chiarore dell’alba, la leggiadria dell’imbrunire. Mi appartengono i miei occhi, le mie mani, i miei respiri pieni di colori, i miei passi nel fuoco del mio corpo.

(Mi appartiene di Elisabetta Bagli)

Una silloge che sottende, infine, la metafora del ponte, il quale, con riferimento all’opera ingegneristica, si realizza per unire ciò che è diviso. Ma in questo caso, per dilatazione semantica, la trasposizione va verso un ponte interculturale e dialettico, denominatore comune dell’umana coscienza, proiettato verso un sapere che sappia attingere dall’incontro, foriero di comunicazione, sempre nuovi spunti e strumenti di indagine proiettati verso la costruzione di rapporti umani culturalmente ed eticamente rilevanti.


Daniela Cecchini

Roma, 4 maggio 2021


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