giovedì 26 novembre 2020

“RISUONA NELLA VITA D’OGNUNO LA PAROLA”

 

recensione di Matteo Bonvecchi


L’impressione che potrebbe lasciare Ogni nascita è dal caos di Matteo Pasqualone (Fara Editore 2020), almeno a una prima lettura, è quella di una forma lirica che non sta dietro a tante e profonde e fascinose immagini e pensieri, i quali Gianpaolo Anderlini ha già compiutamente penetrato, con una recensione condivisibile in tutto. Qui preme però sottolineare un altro aspetto, che valga quale esempio di come sempre in poesia occorra bagnarsi del sudore della salita, e prestare orecchio, anche quando di primo acchito le cose sembrano piane.

La raccolta poetica, vincitrice al Faraexcelsior 2020, è infatti come permeata da una spiritualità, una mistica che si direbbe catafatica e mai apofatica, attraversata da una sorta d’horror vacui per gli spazi sconfinati del silenzio che pure irrorano tanta vera poesia, quel silenzio che non è vuoto ma dimensione d’ascolto e attesa. Un procedere forse troppo concettuale, troppo poco musicale, l’apparenza d’una scarsa cura del verso, fanno percepire come uno sbilanciamento sul significato a scapito del significante, quasi una carenza di vibrazione, di mistero, di sconcerto che un testo poetico sempre suscita per la dimensione d’alterità e dignità pure scontrosa ed elitaria, nello scarto rispetto alla funzione solo denotativa.

Ecco, tutto questo sembra non esserci: la potenza della nominazione, un’intensificazione più gelosa – e più nobile e preziosa – del linguaggio, che si fa carico d’una liturgia del mondo.

Eppure, a un ascolto più attento, da queste ventidue liriche ecco risuonare una musica, che è “sottile, quasi prosastica…”, che pure “ci seduce, ci affascina, ci provoca”, come avverte Alessandro Ramberti nella prefazione: “il verso quasi sempre lungo richiama la risacca di un mare calmo”.

Si legga, in effetti, Impossibile dire il caos, molto bella, per l’evocazione simbolica, per le fluide assonanze (“che incespicando voleva dare parvenza / di verbo”) e perché poi solo l’attesa resta dell’imprevisto, la speranza certa che lo Spirito, solo lui, parli. Oppure, appunto, L’imprevisto, nell’immagine potente che accosta Colui che sta alla porta del cuore e bussa con l’amico inopportuno della parabola, soprattutto per il ritmo che la sostiene, quel ritmo che “in poesia è la metafora originale che contiene tutte le altre” (Octavio Paz). Perché poi è proprio il ritmo che da sempre offre ordine al disordine, armonia al caos del mondo, “il misterioso ordine perduto e percepito come mancante” (Luzi). Così è in Il filo d’Arianna – davvero stupenda per l’evocazione del mito riletto alla luce soterica della Grazia – per il nostro discorso attraversata da allitterazioni di gruppi consonantici aspri e secchi che l’iterazione sapiente della f e della m addolcisce e argina.

Perché, anche quando va verso la prosa, la poesia non può rinunciare alla sua sostanza luminosamente e autenticamente melodica e alla rivelazione del mondo offerta come grazia dalla partecipazione alla scoperta stessa dell’autore, e pure oltre, nel baluginare dei sensi sovrapposti o persino contrapposti. Allora sì, si nasce, ché è questo l’essenziale, e “risuona nella vita d’ognuno la parola / che riporta l’ordine dove c’era il caos”.

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