Linguaggio (verbale, dell'anima e “altro”) e pòiesis


di Marzia Biondi

Scrivere a proposito di parole non è mai banale, per quanto possa sembrare semplice.
Un “sì” è talmente importante da cambiare il corso della storia del mondo e quella personale.
Quello di Maria all’annuncio dell’Angelo l’ha resa madre del mondo e simbolo di abbandono puro al Padre ed obbedienza all’amore  giunto nella propria anima.
Quando a pronunciarlo sono i cuori di due persone, si battezza l’inizio del lungo e non facile cammino di amarsi per tutta la vita e oltre.
L’intensità del senso di quanto sopra è solo una riflessione sul significato della parola e del suo uso. O abuso.
Non a caso è un dono riservato al genere umano tramite grafemi di vario stile e struttura oltre alla relativa articolazione fonica e di congiunzione col significato; la modalità comunicativa donata agli animali è diversa.
Tuttavia sottolineo un aspetto di comunanza fra le due modalità: pur senza grafemi, gli animali della stessa specie possono comprendersi con atteggiamenti e suoni e giungono ad intese con le regole dettate dal capobranco.
Nel rapporto fra l’uomo e gli animali “da compagnia” quali il cane, il gatto è possibile interpretare reciprocamente l’intenzione e la necessità del momento; il bisogno di attenzione e di effusioni dall’uomo definite “affettive”: l’animale non conosce cognitivamente il significato di tale categorizzazione, ma ne associa il senso nella relazione con l’uomo.
Tale modalità comunicativa e di parole non verbalizzate si nota nella ippoterapia: nella relazione instaurata fra il cavallo e alcune persone con condizioni psicologiche particolari nasce uno scambio affettivo e di miglioramento comportamentale e di aiuto alla resilienza nella persona proprio partendo da un’intesa interiore e di atteggiamento col cavallo. 
Le parole dette dalla persona paiono essere intese dall’animale, ed ad essa risponde con il proprio linguaggio in suoni e fisicità.
È un modo un po’ particolare di parlare della parola e dell’anima, spero di dare spunto di riflessione di quanto il flusso interattivo fra il significato dei due lemmi sia presente nella quotidianità del proprio agire.
Negli esempi suesposti è presente un comune denominatore: la poesia.

La “pòiesis” del “sì” di Maria, trasformata poi nel proprio agito e nel “fare” i Suoi silenzi custodia e meditazione della Parola.

La “pòiesis” degli sposi, testimoni del “fare” della vita fra inciampi, rovi e rose e progettualità nata dall’unione di tre anime, la terza è quella spirituale.

La “pòiesis” del dono, di uno scambio reciproco partendo dalle debolezze, divenute la forza da cui partire per comunicare la propria anima senza le parole, con un contatto fra crine, pelo e la mano.

A proposito di “pòiesis” desidero dare voce a modalità diverse di parlare della vita.
La poesia è una delle arti con la quale si cerca, si scava a fondo – come diceva il poeta Caproni “La poesia è il minatore  della parola” – per dare corpo a ciò che scorre, come l’acqua nel fiume insieme ai sassi, ai pesci e ad ogni altro organismo visibile ed invisibile in essa contenuti.
Insieme costituiscono il fiume per divenire poi l’acqua del mare, simbolo della vita piena e dell’oltre da raggiungere, oltre l’orizzonte indefinito. 

La vita.
A riflesso del titolo dato da Ramberti alla kermesse Il suono delle parole, si possono udire molte voci di tono diverso per parlare di vita, una sorta di “arcobaleno” simbolo della bellezza del dono della vita e dei colori in essa contenuti, tutti nella purezza del bianco.
Prima voce da me messa in evidenza,  è quella dell’amica e poetessa Paola Lucarini, grande scrittrice e critico letterario, membro della giuria del “Premio Camaiore” e di altri, nonché presidente dell’Associazione “Sguardo e Sogno” di Firenze.
Nella sua raccolta Per visione dell’anima  (Giuliano Ladolfi editore 2013), esprime il connubio tra anima e parola, sintesi di vita. Ne trascrivo solo alcune:

L’acqua lucente dal cielo / sulla polvere della terra / accende l’anima del creato / rondini, sotto il manto del lutto / rifulge il candido petto / che tenta fra nuvole / la vibrazione dell’alta gioia / tu ritorni nel sole, colomba innocente, / a ravvisare ciò che sognammo / insieme: poesia della speranza, / ora poesia della presenza.

Vorrei non finisse più il giorno / che separa da te, dall’attimo / in cui quietamente dirò: questo / è l’ultimo incontro. / E s’infrangerà a terra / il vaso di vetro della mia vita.

Terza ed ultima poesia che cito  è questa dedicata alla madre:

La pioggia intride la terra / e il grido di te dentro / apre solchi nel rifiuto / dell’ignoto mare del male / così mi ritorni, madre solitaria, / murata nel silenzio / di chi vide la sua vita / fiottare nel primo sangue – / la vulva materna arresa / oscenamente dilatata / alla rosa rossa del cancro. / Ereditasti lo strazio / più lancinante nell’attenta menzogna / quotidiana della consolazione / “non è niente, sai, guarirai”. / Ragazza d’un subito apprendesti  / l’eterna storia della putredine / a divorare viscere. / Sempre ti seguirono t’inseguirono / tempi indimenticati / un lutto perenne corrodeva i gesti / all’apparenza pazienti e protettivi / mentre additavano la morte. / E la nostra futura, inconsolata. / Mio primo alfabeto / fui il tuo ininterrotto pianto – / la follia venne dopo / a dilaniarti a dilaniarmi / mater dolorosa figlia dolorosa / dolorosa verità, infinita catena / fino ad oggi / quando liberata mi liberi / nel segno di un’antica alienazione / ora lucente benedizione di me / che non ho voluto assistere / alla violenza del trapasso / esploso viola al tuo petto / come avrei potuto abbracciarti / nel distacco, se non cullarti / nel dopo, una camicia da notte / fiorita per donare il lenzuolo / del sonno e del risveglio a te / quieta finalmente come la bambina /che fosti mai lo fu. / Parla, mistero della vita, / che io comprenda.

Stupendi versi: il richiamo all’acqua come fonte di vita alla quale attingere rivolgendosi al cielo, consapevoli di essere parte del creato. Il bianco della colomba, libertà di spirito grazie alla speranza di vita sorta dall’essere polvere, e grazie al dono della poesia, strumento per assaporare quello che lo sguardo può carpire e che l’anima può effondere nelle e dalle cose.
Metafora del nostro essere nella vita, colomba, solo se la vita entra in noi dall’alto.
Tutto questo fino alla fine dell’ultimo giorno, o meglio il primo di ricongiunzione col Padre.
La “pòiesis” la ritroviamo nella poesia dedicata alla madre. Il dolore della certa perdita di una presenza, forse prima affettivamente assente, ora divenuta fonte di legame di vita.
Intense emozioni, intensi attimi di morte e di vita di due anime in una.
Una voce altrettanto significativa è quella del poeta turco Ataol Behramoglu: nato ad Instanbul nel 1942, capo del dipartimento di lingua russa dell’università di Beykent; oltre ad essere poeta e scrittore è stato il maggior traduttore dei letteratura russa nel suo paese. Ha ottenuto diversi riconoscimenti fra i quali il Great Prize for Poetry del Turkish PEN Center.
Dalla sua raccolta Non scordarti di amare (Raffaelli 2014):

Ho imparato alcune cose dall’aver vissuto tanto / Se sei vivo, sperimenta, la fusione con fiumi, cieli, cosmo / Perché per ciò che ne sappiamo noi siamo un dono dato alla vita / E la vita è un dono che viene dato a noi.

TEMPO DI PRIMAVERA

Ho alzato lo sguardo alle nubi / Mormorando come fossi in preghiera, / Bagnandomi con gli uccelli e con l’erba / Con i venti e la primavera / Il sole sulle palpebre è caldo / Ah! Che volubile il sole di primavera / Ma è realtà o sto sognando… / Sono qui o non è come sembra… / Città di mare, un caffè sulla spiaggia, / Tra i flutti di spighe di grano ondeggianti / Qui, con me stesso da solo / Per come poter vivere interamente la vita / Non ho mai baciato un uccello, sto pensando / E un giorno potrò forse baciarlo / Un giorno sarò forse un colpo di vento / E soffierò tra le spighe di grano / Voglio fondere il cuore in un giorno d’estate / Al canto degli uccelli per rinascere in altro modo.

Lo stupore per le piccole cose di tutti i giorni, il godimento degli attimi sfuggenti e del sapore di un semplice caffè. L’animo bambino ha il desiderio di scoprire, di sperimentare per scoprirsi nella fusione col cosmo, con la realtà di un sogno.
La curiosità di baciare un uccello, metafora dell’anima che può prendere il volo per ricongiungersi con altro da se stessa e dare vita alla vita. Tanto da avere la certezza-speranza di poter far divenire il sogno una realtà a nuova vita.
Il dono della bellezza per far entrare lo sguardo nella vita e nella scoperta di un dono, quindi sempre un mistero. Il dubbio-certezza che nulla è solo come sembra.
Una voce più giovane, fra i poeti da me conosciuti, con i quali condividere momenti di pensiero, riflessione, musica e poesia durante le kermesse organizzate da Alessandro Ramberti a Fonte Avellana: Massimiliano BardottiNato nel 1976 a Castelfiorentino è curatore per la regione Toscana della “Collana Poetica Itinerante” di Thauma edizioni. È vicepresidene dell’Associazione Culturale Assenzio. Insieme alla poesia incontra la musica e crea il gruppo “La Minima Parte”, donando momenti di spettacolo e concerto. La poesia è il filo conduttore

Dalla sua ultima raccolta Il Dio che ho incontrato (Nerbini 2016):

Il Dio che ho incontrato è aria sottile / che non so vedere. / La oltrepassiamo, senza mai essere oltre. / Nell’immobile suo manto, tutto si muove. / La foglia, la vedo vibrare.

Il Dio che ho incontrato è lo spazio / vuoto che attende un mio gesto / o l’assoluto riposo dei sensi. / Il Dio che ho incontrato è riposo di ogni gesto. / Nulla è (mio) / tutto gli appartiene.

Il Dio che ho incontrato è quell’attimo eterno / chiamato imbrunire, né notte né giorno.

C’è un tempo per ogni cosa / lo diceva sempre mio nonno / e mi tediava l’idea dell’attesa./ Eppure soltanto nell’attendere / ho trovato coraggio di trovarti. (aspettavo il sorgere del giorno)

Ci riporta all’essenza della vita, al suo creatore, nostro Padre. Il sapore dell’invisibile, vera essenza della presenza.
La grandezza del non gesto e dell’ascolto di quando all’anima giunge risposta e voce della Parola, finalmente il giorno.
L’attesa grande saggia amica, accogliente l’essenza per svelarla a tempo debito.
Il tempo, non tempo, altro grande mistero della vita. Una delle condizioni solo umane da attraversare per non averne più bisogno e spogliarsi di una veste vecchia.
Insieme ad essa anche dell’idea che qualche cosa ci appartenga. L’attimo è ciò che possiamo afferrare per poi andare, fino al coraggio di ritrovare-scoprire l’origine.
Una voce profonda, a tratti rauca, sempre piena di stupore e speranza è quella del poeta Gianfranco Lauretano, nato nel 1962, vive e lavora a Cesena.
Ha pubblicato diversi volumi di poesia. Svolge attività di critica letteraria su periodici e quotidiani. Dirige la collana “Poesia contemporanea” ed il trimestrale letterario “clanDestino”; è fondatore e direttore letterario della rivista di arte e letteratura “Graphie”.
È un grande onore quello dell’amicizia di G. Lauretano da alcuni anni e di avere avuto momenti di condivisione poetica, di confronto letterario.
Dalla sua ultima raccolta Rinascere da vecchi (Puntoacapo 2017)


TRAMONTO

Fu incredibile. Un evento / una rivoluzione, un’era nuova / arrivava sotto i miei occhi. / Dapprima il sole si abbassò / come una bolla di sapone / sull’ombra delle colline brune / a occidente e diventò enorme / e arancione, diventò un’apparizione / in ignorabile che chiamava / e costringeva ad attestare / sì, ci sei, esisti, esiste qualcosa / che dal cielo guarda e ci rallegra! / Poi se ne andò, Così veloce / da generare una brusca nostalgia / lasciando però un rosso / che prese tutto l’orizzonte / un rosso a filamenti, a falde / che giocava con le nuvole / imbarazzandole, invadendo l’empireo / che copre metà mondo / mentre a est l’azzurro rabbuiava./ Infine tutto precipitò e fui solo / col miracolo da scrivere. / Il cielo ebbe però un’ultima / rappresentazione, un bis / di stupefacenza, divenne / prima che nero, azzurro / proprio così una tenebra azzurra / Giovanni Pascoli ha ragione. / Tutto il mondo vide quella sera / uno spettacolo, anzi due / il sole che tramontava e me / che sorgevo, fisso nell’apparizione.

Il mattino si fa strada / tra le mura del condominio. / La luce del sole accorcia / i suoi triangoli sull’asfalto / coperta che scivola lenta / sulle auto parcheggiate / e i poveri cespugli di questi / improbabili orti conclusi. / Tu ti affacci in pigiama / alla finestra e la vecchia / con l’innaffiatoio e la faccia / buona ti saluta e sospetti / che sia lì da mille anni / solo per poterti salutare.

Due momenti di un giorno qualsiasi, due fermo-immagine di quanto si dà per scontato, eppure anche essi sono un dono.
Lo stupore per l’apparizione del tramonto, creando festa col creato, il quale a propria volta è attore di quanto sta accadendo, i colori che cambiano, in un continuo movimento, fino ad essere soli di fronte a tanta magnificenza, e divenire a propria volta parte di essa.
Il momento del silenzio e della solitudine come pietre fondanti per rinascere dopo essersi nutriti del tempo, del non tempo, delle semplici cose; dopo che l’anima ha accolto e “salutato” l’accaduto. Dono al mondo
Così pure nel palcoscenico scoperto in un mattino, con l’annaffiatoio come collante col presente col passato, forse solo immaginato, in un semplice gesto di amore per il creato.
Il volto del mondo che cambia “coprendosi” con l’ombra di un raggio e scoprirsi sempre “corti” rispetto all’immensità della vita.
Voci molto diverse fra di loro, intense e profonde.
Chiudo l’arcobaleno di voci con alcune delle mie poesie. La prima (senza titolo) è una di quelle inserite nell’Enciclopedia di Poesia contemporanea della Fondazione Mario Luzi di Roma ed ora in parte rivista:

nel caldo vento / o nei gelidi soffi / sii ramo / radice di piccole foglie / di saggezza.

L’instabilità di quanto ci è dato, in ogni giorno, la vita stessa. La ricchezza del divenire segno di essa.

La seguente  Alzati e cammina è tratta dall’ultima raccolta poetica Soffi divita (Risguardi di Carta Canta 2016)

madre divenuta, / abbagliata da braccia menzognere / di colpo trasformate in lamiere / sconcerto, stordimento / hanno ovattato l’udire / in un cuore in tal attimo caduto / di colpo senza fiato / tradimento della vita / tra le mani / alzati e cammina!

Gli scalini della vita: le delusioni,  i dolori, il cuore lacerato, le parole spente: abbi fede e essi si trasformeranno in linfa per nuova vita. Non arrendersi mai.

Dalla prima raccolta poetica Ogni istante (Gruppo Albatros 2011) vi propongo Acqua e Voci silenziose

ACQUA

Specchio luminoso… / Morbida e avvolgente / Scorri come il tempo / che accompagna. / Ondeggi e sussulti / come l’anima in continuo / Movimento. / Rallegri / Animi / Rigeneri donando una nuova “vita” / anche dove sembra tutto sia sommerso / dal buio / Acqua….è stupendo lasciarsi baciare / nel cuore per tornare alla purezza azzurra / come il Cielo che in te si specchia!

VOCI SILENZIOSE

Aria frizzante ed amica / Respiro profondo dell’Anima assetata / del nutrimento vitale / Sensazione meravigliosa di Intesa embrionale / Cellule sorelle si ritrovano nel loro vibrare / Momento di profonda Intimità con l’essere  / il fluire interiore riscalda il cuore e la linfa / che abbraccia ogni voce del silenzioso sguardo / Sazi ci si lascia con gli occhi che già sanno del desiderato ritorno. / Ciao Madre Natura.

La natura, parte di noi stessi in una forma diversa, per questo da scoprire ed abbracciare per ritrovare la parte umana, ed in armonia, essere i rami dell’Albero della vita.
Ultime due poesie, senza titolo, tratte dalla terza raccolta  L’amàca dell’abbraccio dissetante di prossima pubblicazione:

la pienezza della tua impronta / nell’acceso ricordo / di parole intimamente sentite / in silenzi eloquenti

dammi le tue mani / eccole si avvicinano / sono calde / il tuo indice cerca / il mio volto timidamente si accosta / lo sfiora, si abbandona / cerca sale ancora un po’ / sento il giallo / dei raggi di sole su spighe di grano / ancora più in su ecco il bianco / delle ali di un gabbiano in volo / nel blu del cielo / che meraviglia / l’aria entra fra i miei seni / si espande e con essa / la mia gioia / dalle tue mani arcobaleno / il verde spunta come fili d’erba / un’onda spumeggiante mi abbraccia al mare / il cuore guida i polpastrelli fino a palpebre serrate / pesanti tende su di un palcoscenico infeltrito / buio / un dito un volto due cuori in uno / il calore dell’amore lo accende / con esso la luce.


Ho iniziato questo mio scritto dicendo come parlare di anima con le parole possa essere toccante, ma al contempo come ciò ne limiti la pienezza.
Se di pienezza di qualcosa d’intangibile si può parlare.
Eppure, l’anima ha parlato con pienezza, se lascio che ora sia il mio cuore ad esprimere il “riempimento” e la gioia infusi alla lettura della profondità sorta da parole semplici, perciò difficili, dagli amici autori succitati, per esprimere una straordinaria bellezza implicita nel dono della vita.
In ogni voce c’è un filo conduttore che dona  con forza il timbro e l’armonia, come ritroviamo nella prima quartina della poesia di P. Lucarini: L’acqua lucente dal cielo / sulla polvere della terra / accende l’anima del creato / e la festa dei nostri voli…
L’intensità e lo stupore di un’accensione dell’anima la ritroviamo anche nella poesia di G. Lauretano Tramonto: basta leggere solo la prima terzina ed è inevitabile porsi davanti a tale testo con cuore aperto, lo sguardo allargato, le sopracciglia inarcate, pronte a ricevere lo splendore di una nuova scoperta, quindi una nuova vita nella via: Fu incredibile. Un evento / una rivoluzione, un’era nuova /arrivava sotto i miei occhi…
In entrambe gli esempi è grande poesia l’uso delle parole per creare immagini, meglio dei fermo-immagini. Nell’ultimo esempio frasi brevi, il flusso poetico reso sospeso con un “.” , seguito dalla dichiarazione dello stupore prima ancora della descrizione di ciò che è realmente accaduto; l’importante è la scoperta stessa.
Direi che lo Spirito e la Fede che in entrambi i casi hanno guidato la mano dei poeti ci porta a fare festa dei nostri voli, rinascendo a nuova vita per volare in alto verso “casa”.
Lo stesso punto in comune lo si ritrova anche nella prima poesia di Ataol Behramoglu: l’unione con la natura, osservarla e soprattutto ascoltarla, per viverla pienamente e fare sì che il tutto diventi esperienza di vita, “… sperimenta intensamente, la fusione coi fiumi, col cielo…” nella reciprocità di un dono, nella triade con chi ce l’ha donato.
L’Autore del dono è dichiarato a chiare lettere nell’espressione poetica di Massimo Bardotti; Egli lo si incontra nell’attimo eterno in un momento di passaggio, di movimento fra il giorno e la notte; metafora del nostro camminare nella vita.
Ogni passo compiuto appartiene alla “notte” per giungere finalmente al “giorno” e arricchirsi di quanto in esso contenuto, compreso i ciottoli e gli scalini, per proseguire nel viaggio fra notti e giorni. L’ultimo giorno sarà la pienezza nello splendore di ciò che ci accoglie e che, come testimoni, abbiamo lasciato nel sentiero percorso in vita.
Nelle parole per le quali sono stata strumento, ho ritrovato la medesima essenza: le metafore dell’acqua come fonte di vita e di movimento dell’anima inquieta perché continuamente alla ricerca di ciò che è al di là delle cose.
Ricerca comunque nata e stimolata dalla relazione con la natura, Madre, alla quale ci si deve rivolgere con tenerezza e umiltà di cuore.
Solo così, come citato nella mia poesia Acqua si torna all’origine, nel silenzio di momenti unici, fra i fili d’erba, nell’apparente staticità di uno specchio d’acqua a riflesso di quello celeste, sua e dell’umanità.
Una relazione che attraversa anche il proprio animo, anzi spesso “fa a pugni” con esso cercando di comprendere i rumori e le parole taciute, soprattutto il perché di ciò che ci circonda o che accade. Anche dei momenti bui.
La poesia della speranza / ora poesia della presenza come espresso da P. Lucarini e lo spettacolo, anzi due il sole che tramontava e me / che sorgevo, fisso nell’apparizione espressione d’anima di G. Lauretano sono due attimi di testimonianza dell’essere umano come strumento della “pòiesis” della poesia e al contempo “corpo” di essa, per rappresentare la vita “tale e quale”.
Ciascuno, col dono della vita e dei frutti in esso contenuti, è chiamato ad essere ramo / radice di piccole foglie / di saggezza.
La relazione non è solo con l’umano, ma anche con quello che è indispensabile per egli affinché possa avere un senso il momento in cui accadono le cose: il tempo.
In ogni voce esso è al presente o al passato, o all’indefinito perché non ha limite il ripetersi della storia dell’uomo nelle diversità racchiusa e trasformata in ogni tempo.
L’attesa, il tempo della natura affinché ciò che deve essere, sia.
Così si è chiamati ad osservare ed emulare nel nostro tempo, accettando anche quello “invernale” quando il buio pare sia la sola visione possibile.
Momenti di morte o di perdita di affetti, di progetti di vita sfumati che lacerano il corpo, lo tagliuzzano e il sangue continua a scorrere, goccia dopo goccia, pur divenuto  nel tempo incolore e coperto da cicatrici per l’amore non donato o per quello tradito.
Ma, esiste un ma.
Come ho cercato di “mettere nero su bianco” con la poesia dammi le tue mani anche se il corpo non può perché imperfetto, apparentemente cieco, tutto può l’amore e l’apertura del cuore a riceverlo.
Anche le cicatrici scompaiono.
La vera cecità sta nel credere che il senso della vita sia nell’esterno delle cose, della bellezza di una corpo perfetto  o nelle belle parole.
Si esiste nella pienezza della impronta di un acceso ricordo di parole intimamente sentite / in silenzi eloquenti.
Non esiste né tempo, né spazio nei quali possa esserci la morte per tale impronta.
A ben riflettere, anche la voce di Dio non la si ode nel frastuono, ma nell’aria sottile / che non so vedere come scritto da M. Bardotti, e a mio sentire, nei silenzi eloquenti, anche in quelli fra due persone che si amano.
In momento di morte di una persona cara, non ci sono parole, i silenzi dicono anche quanto è rimasto da sempre chiuso nel cuore e la sua anima lo porterà con sé, specie se madre.
Il filo sottile di tale amore oltrepassa ogni umana comprensione, bisogna solo viverlo, così come deve essere per la Sua Parola.
Non è mia intenzione scrivere un poema o pseudo critica letteraria; più esprimo pensieri e parole, più ho consapevolezza di quanto altro si potrebbe aggiungere.
Concludo con una mia poesia tratta da Soffi di vita intitolata Chi sei tu?

Il silenzio dopo il punto completerà le parole.

CHI SEI TU?

chi sei tu voce / giunta all’improvviso / eppure a me appartenente / sei altra da me, ma i miei occhi / da te traggono forza per / rappresentare l’essenza delle cose / tensione e curiosità del vero / intonano una canzone / se tale si sente / insieme fanno a gara per giungere prima / alla risposta / più prossima / poi la voce assetata ed a “pancia semi piena” / urla con forza intensa vitale / “cerca ancora, ancora” / ecco, un po’ indefinita nel suo divenire, la vita appare / dicendo / “Chi sei tu?”

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