Le cose piccole non si vedono in autostrada

intervento di Claudio Lamberti, vincitore del Concorso Faraexcelsior 2016, alla kermesse faentina Umiltà e letizia (qui un fotoracconto)

http://www.faraeditore.it/html/filoversi/piccolecose.html





 


La creazione




Lupi nelle nebbie fredde

non siete soli

non siete soli!



Fratelli

in cerca di anime

si scontrano

puro disordine

di chi ha voglia di vivere



È mio ogni atomo

ogni attimo di respiro



Vicino

a me l’universo

ti è amico

ti ama

ti è padre

la madre dell’ombra infinita



Siamo nulla

perciò esistiamo





Con questo componimento si apre la raccolta dal titolo Le cose piccole non si vedono in autostrada. Suona quasi come un assioma, come una coordinata unica su cui stabilire una rotta, ma proprio qui viene il bello, poiché l’intento di questa raccolta è esattamente l’opposto, ossia la rottura di ogni coordinata prestabilita. Esiste un luogo, fisico e poetico, che ogni poeta e ogni persona devono raggiungere per ottenere un appagamento interiore: ebbene, il “viaggio poetico” che io ho immaginato è fatto di deviazioni, di piccole cose che si contrappongono alle grandi: è in un certo senso un viaggio fatto di umiltà, giacché bisogna farsi umili per vedere le cose piccole fuori dall’autostrada della vita, cambiare il proprio punto di vista e posizionarlo più di lato rispetto ai paraocchi che l’esistenza ci obbliga talvolta ad indossare. 
Già dal titolo si può intuire la presenza forte della componente del viaggio, inteso non come lo spostarsi da un punto a un altro, bensì come libertà di “lateralizzare” la linea retta che ognuno di noi, a suo modo e con ostacoli diversi, percorre. Come ogni viaggio fisico, in questo viaggio fatto di poesie esistono delle tappe, nello specifico quattro sezioni (“Note”, “Elementi, “Umani”, “Essendo”) che non vogliono essere camere a tenuta stagna, bensì checkpoint dove componimenti accomunati da visioni simili si incontrano. Il tutto incorniciato da un prologo (partenza) e da un epilogo (arrivo). Il prologo di cui sopra segna la “creazione”, per l’appunto, di questo mondo parallelo, venuto alla luce grazie alla mia volontà di espettorare la voglia di nuovo, di diverso, un’esigenza che tutti nella vita arrivano a provare.

La sezione “Note” raccoglie poesie accomunate da “visioni sonore”, dalla presenza o assenza di rumore: in particolare, la prima poesia di questa sezione prevede l’avvento di qualcosa di assordante, un beat al cui ritmo partecipa ogni singola anima, un grido di speranza che parte per chi vuole un vero cambiamento, in sé e/o nel mondo che lo circonda, un suono immenso e straziante che avvolge inesorabilmente ognuno di noi in un solo grande movimento.





L’assordante beat della speranza



L’alta marea dell’oceano di luci

arriverà

senza particolari lune

senza altisonanti preavvisi



Così



Guarderemo

mettendo punti a casaccio

sulle nostre vite

così sottovalutate



Sotto un firmamento di perché

di miriadi

di rumori inascoltati



L’assordante beat della speranza

arriverà

anche per noi





La seconda sezione è “Elementi”, una tappa dove viene attuata a più riprese la scomposizione biochimica dell’essere, necessaria affinché possa avvenire una completa fusione con l’elemento naturale, vivente o inerte. Potremmo parlare, in questo senso, di visione panistica. La poesia che più rappresenta questa visione è una poesia onirica in cui viene dipinto il passaggio fra la vita e la morte e dove la scomposizione dell’essere diventa massimale: difatti, non esiste più un Io vero e proprio, ma milioni di Io che si confondono e vanno a far parte di un’unica marea, costituita da ogni molecola presente nell’universo.





Gocce



Non sto sognando
 
Colpi nella notte
e le linee dentro il cielo
non illuminano niente

 
Non sto sognando

 
Luci che corrono
dritte
verso mattine inesistenti

 
Un raggio mi tocca

 
il tocco s'espande
su pelli di corpi
che non sapevo di abitare

 
Un'onda

 
Grondante su quelli
le gocce del mondo

 
Oceani di orgasmi di parti di me

 
Ma io
non sono

 
Non sto correndo
nei visceri
dei figli della Terra

 
Li nutrono
raggi di tutto
e parti di me





Il panismo (definito nella Prefazione “panismo urbano”) è presente anche nella sezione “Umani”, nella quale cerco di descrivere l’umanità che mi circonda, i suoi effetti, il suo straniamento e le sue contraddizioni. A più riprese è presente l’elemento-città. La poesia che forse più rappresenta questo straniamento, però, ha come oggetto la tecnologia, e vede la lenta e progressiva trasfigurazione dell’essere umano in un essere inumano, un soggetto imploso in sé stesso, un errore di sistema.





Finestre



Nuovo giorno:

suona
risuona
il grigio tamburo di morte

è il mio riflesso
che picchia
ripesca in quel nero
una voglia

Nuovo giorno:

occhio
già stanco
ed il crampo alla mano

non so dove sei
sei oltre quel vetro
a non fingere d'esser felice

Nuovo giorno:

il grigio tamburo mi dice
qwertyuiop

lo so dove sei
sei dentro quel vetro
la mano si stacca di un po'

Nuovo giorno:

non occhi
né mani
ma crampi ai circuiti

non sei qui a salvarmi
non avverto odore

Nouvo girnoo:

io snoo sotlntao
l'esnneimo erorre





L’ultima sezione, “Essendo”, è una tappa intima, dove sono presenti insieme tutte le componenti sopracitate a servizio della mia crescita personale, una crescita volta, per l’appunto, a “essere” davvero. Il confronto fra il piccolo e il grande, il panismo, l’onirismo, finanche l’amore, sono presenti nella poesia seguente: un luogo surreale, ma che meglio di altri descrive la vera personalità del viaggiatore.





Il me più grande sogna



Palazzi di ghiaccio
e neve
galleggiano a testa in giù
sul sole
animali fantastici
vengono a me dicendo
è la luna

Rido

Comete dalla bocca
collidono
formano un me
più grande
mi prende e mi mangia
lo stomaco è fatto
di carta

Piango

Le dita sono matite
disegno
la cosa più verosimile
all’idea di bellezza

Disegno
lacrime
fiocchi di neve
capovolto
su quei palazzi
amo

dove dovrei digerirmi
Il nemico occulto
mi dorme accanto russando

Mi sveglio





L’epilogo segna l’arrivo di questo viaggio virtuale (epilogo che dà il nome all’intera raccolta, rappresentando così piuttosto la chiusura di un cerchio; quindi, si può considerare il viaggio non solo come A --> B ma come A --> B --> A): non la partenza, non il ritorno, ma “le canzoni sulla via”, altro modo per dire “tutto ciò che si può frapporre fra noi stessi e la strada”, sono motivo di godimento e di forza per affrontare viaggi in infiniti mondi.





Le canzoni sulla via del ritorno

sono le più belle da ascoltare



Creano la condizione ideale

per godere di qualcosa

prima della fine.



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