Giovanna Iorio, “Una Venere nel Tevere”, Inedito, 2012

recensione di Vincenzo D'Alessio

Non sono molte le occasioni di leggere raccolte di poesie che, nel mio sentire di lettore, risvegliano quell’energia totale che muove i miei versi. Energia che attraversa il tempo incurante del male che la circonda, delle trappole che la fine dell’esistenza impone, delle sconfitte e delle perdite che avrà lungo il cammino. La Poesia è l’energia che supera il tempo e immette nell’aria che respiriamo l’ossigeno puro che alimenta la vita. Con la forza di questa energia il nome del poeta rimane per sempre nella civiltà degli uomini.

Giovanna Iorio con questa nuova raccolta intitolata “Una Venere nel Tevere” ci mostra il felice momento della sua energia compositiva: un vigore che trascina come la corrente del fiume, scelto quest’ultimo quale topos di tutto l’arco narrativo della raccolta. L’assonanza, le rime, a partire già dal titolo della raccolta, le similitudini, l’uso dell’asindeto per lasciare scorrere facilmente il verso, l’enjambement per disporre le pause all’interno del corpo poetico, l’alternarsi di versi e prosa poetica, permettono a chi legge questa raccolta di attraversare le insidie delle onde del fiume Tevere proprio con l’aiuto della poesia: fragile imbarcazione che tenta di raggiunge la riva.

L’esergo si avvale delle voci antiche di Apuleio, Plinio il Vecchio, John Cheever, perché la Storia è un continuum, il nascere da una sorgente e il finire nella vastità del mare, porsi in ascolto dell’Umanità che ci ha preceduto e ha lasciato dietro di se il grande racconto della vita. La scoperta di un tempio dedicato a Venere Cloacina vicino all’attuale Basilica Emilia è l’episodio che dà il via al disvelamento, all’iniziazione, come la neofita nella Villa dei Misteri di Dioniso a Pompei: “emergo da un’onda / con le pietre nel cuore / gli occhi verdi di alga / la mia lingua pronta” (Cloacina). Il passato deve confluire nel presente per riaccendere l’energia della continuità nel cambiamento: “Il Tevere gonfio si è fermato sotto i ponti a dormire – come un barbone qualunque in cerca di riparo. Ne sento il respiro – il corpo nascosto tra gli strati di pietra come un fossile vivo. Stasera c’è abbastanza silenzio in casa e nella mia vita per un’archeologia della memoria.” (Monologo di un fossile).

Da queste fondamenta parte la ricognizione di una provinciale nella città che è stata la capitale del mondo antico ed è il centro vitale della penisola che abitiamo. Un luogo denso di archeologia della memoria collettiva e personale. Il luogo scelto dalla poeta come emblema del viaggio personale nello scorrere inesorabile dei tempi: pantarei! – e il Tevere, reso umano nelle forme di un barbone, osserva da millenni l’evolversi e l’affaticarsi del genere umano per lasciare di sé una testimonianza. La Nostra, come asseriva Cicerone in Senato, è una provinciale giunta a Roma per lavoro. Nel silenzio della propria casa, della propria esistenza, nell’ascolto dell’ispirazione a cosa può paragonare il suo “fare” poetico?, al gesto più sacro e antico che conosce: “Impasto il pane. / Il pane sente tutti i pensieri / è colpa del lievito. Lui sì che / è sensibile, si gonfia / di pena, di gioia, di rabbia.” (Tic Tac Tic Tac). Poiein: arte antica, favola senza tempo, evasione dalla realtà (che costringe al dolore per l’abbandono dei sogni, delle speranze), fragile guscio che potrebbe infrangersi facilmente alla violenza nelle onde della Storia.

Il sole meridiano scalda ogni composizione di questa raccolta a dimostrazione che la solarità greca della Nostra non l’abbandona mai : “ (…) una falena / ha ballato e lottato con la morte / (…) la battaglia è durata ore e ore / (…) non resta nulla di un disperato terrore / l’amore bruciato / ali leggere che hanno vibrato / baciando il sole / in una bolla di vetro” (L’amore rubato). Versi che rammentano la “larva argentea” del Satyricon. Nel caso della Nostra però l’Amore, rappresentato dalla dea Venere, salva la piccola falena destinandola alla memoria collettiva per il suo coraggio: “la sfida di un piccolo insetto” (ibidem).

L’Arte della poesia trova in questa raccolta, come in una sorta di poema epico, la sua energia eterna in quel lievito che sa dare alle parole la vita eterna: “ (…) come se il fiume / fosse acqua / mescolata a lievito / la melma diventa / pane e un mondo / minuscolo non è più / invisibile.” (Lievito). La parola si fa pane visibile e sfama l’anima di chi legge. La minuscola vita umana diviene eterna mediante il gesto antico della creazione poetica: “Se solo potessi / mettere la vita in un bicchiere / goccia a goccia per te / (Un cielo da bere). Anche il divino trova posto al femminile in una sequenza poetica di mirabile forza: “(…) E uccideranno anche me / la moglie di Gesù / con parole appuntite come chiodi / la mia croce in cima al monte / della pagine bianca. / E anch’io avrò apostoli fedeli / le mie parole mi aspetteranno ai piedi / del mio sepolcro. / Il lenzuolo / che metterò sul mio volto / l’ho ricamato da sola.” (La moglie di Gesù).

La femminilità offesa, umiliata, uccisa, da secoli trova forza in questi bellissimi versi che la Iorio ha immesso nel bacino della Storia. La serenità si espande in tutta la raccolta con il richiamo ai colori più vivi: l’azzurro, il rosso, il giallo, il magenta, il bianco: tutti a simboleggiare l’amore per la vita che anima l’esistenza della Nostra. La forza della semplicità è l’energia vera che muove il lungo viaggio descritto in questa raccolta poetica: “Io non vorrei mai / ferire / (…) Io vorrei saper diventare /lieve / (…) Io vorrei saper mettere / intorno al buio / (…) Eppure io so solo / infierire” (Incandescenti radici). L’anafora, usata molte volte, lascia intendere con forza la necessità, da parte della poeta, di arrivare al cuore degli uomini, di comunicare la necessità di seguire il percorso del tempo senza distruggere le radici.

Il ricorso frequente all’enjambement, adottato dalla Iorio, mi riporta alla mente la poeta Patrizia Cavalli della raccolta Poesie pubblicata da Einaudi. La forza creativa della Iorio poggia sulla forza feconda della memoria collettiva, del senso inesplorato delle cose, degli oggetti che ci circondano a formare il quotidiano: animali, alberi, giorno, notte, tempo, autobus, la rete informatica e il suo vuoto. Tutto ha vita e si perde se non fosse per la memoria della parola che le tramanda: “(…) pura follia è un viaggio verso la terra promessa / aggrappati ad un frammento solo / mentre il mondo si disgrega e abbraccia / il molteplice.” (Pangea)

La poesia è il frammento, la zattera, a cui il naufrago/poeta è aggrappato mentre gli uomini sono afflitti dalla molteplicità delle immagini, degli sconvolgimenti, degli input che arrivano loro a sollecitare tutti i sensi a disposizione. In questi momenti la poesia lievita, raggiunge il sogno: “Sogno di potermi svegliare all’alba come un uccellino. (…) Avvolgermi in una lunghissima vecchia maglia. (…) Non scrivere nulla. Pensare parole. (…) Sbriciolarmi per loro.” (Una casa nel bosco). La metafora della “lunghissima vecchia maglia” è l’energia forte della memoria, radicata, innervata in superficie nel corpo della Iorio, come un ulivo secolare della terra del Sud. La ricerca della memoria nella storia collettiva degli uomini è l’aratro che segna i solchi sui fogli bianchi di questa raccolta poetica, completa in ogni campo. Metaforicamente il pane è ora nel forno, il percorso lungo fiume, l’estraneità dei luoghi, non spaventano più la farfalla/poeta che ha spiegato le sue ali nel vento: “Da bambina a volte / all’improvviso prudeva / un punto in mezzo alle spalle / un punto che non riuscivo a toccare / correvo da mia nonna ad implorare: / - Nonna, ti prego, non lo riesco a grattare. / Allora lei mi diceva, infilando la mano / tra le scapole magre: - Mangia o il vento ti porta lontano, / guarda hai le ali.” (Il vento, le ali).

Il volo, il sogno, ora sfamano attraverso questi bellissimi versi il viaggiatore: “(…) quando penso alla lunga corsa del mondo verso il niente / mi aggrappo alla voce” (Il ventre del buio). La Iorio vuole divenire metaforicamente il pane, in briciole, per sfamare gli animali che la circondano nella casa nel bosco. Rendere l’energia poetica assimilabile da tutti: “Non chiedermi di mettere in un cassetto buio / la mia storia / (…) dove ogni parola / incontra il fuoco immenso della Storia / (…) è una battaglia persa / del fuoco contro le scintille / ma non siamo soli / il cielo è pieno di piccoli fuochi.” (Piccoli fuochi).

L’intera raccolta è un vibrare d’amore in ogni piccola forma. La ricerca costante di comunicare con se stessi e il mondo naturale che ci circonda. Giovanna Iorio ha elevato una sublime preghiera alla Dea Iside, al figlio Horus, affinché riportino l’uomo in quell’Eden dal quale è stato scacciato a causa della sua ignoranza, a causa del suo volere a tutti i costi possedere l’energia del Creato. Ora la strada è indicata dai versi di questa raccolta. Indicata di fronte alla maestà della città eterna, Roma, del fiume Tevere che la lambisce e che ha visto popoli e vicende per millenni. Il richiamo all’uomo moderno è forte e scoperto: “I cancelli. Si chiudono sempre alla vita. Chi ha creato i cancelli? Il primo l’ha messo l’angelo con la spada al giardino dell’Eden. Scacciati, noi siamo stati scacciati. Da noi stessi. Ci togliamo i frutti dal cuore come se potessero riapparire. E invece la pianta muore. A poco a poco. La pianta muore.” (Non più il giardino dell’Eden).

Chi ricerca nell’essere la forza dell’Amore ponga il cuore in ascolto.

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