martedì 27 novembre 2012

Giorgio Poli recensisce Bruno Bartoletti


Bruno BARTOLETTI, Sparire in silenzio ritrovando il vento delle strade, Youcanprint, Tricase (LE), 2012.

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Leggendo e rileggendo (la poesia non si fa sorprendere prima di una attenta rilettura) questo libro, ci si rende conto come la sua poesia sia coerente espressione di un’umanità piena, intensa, provvista di un afflato etico e cosciente di sé al punto che senza tale espressione si sentirebbe dimezzata o quanto meno carente di qualcosa di fondamentale. Il titolo fornisce già una delle tante possibili chiavi di lettura, se non la migliore sicuramente quella più immediata. Vi si intravede un destino di dissoluzione che si vuole affidare alla modalità del silenzio, ma al contempo una tenace volontà di sopravvivenza nel ritrovamento del “vento delle strade”. Ora, a mio avviso,  morte (“sparire”), silenzio, vento e strada sono quattro Leitmotiv intorno ai quali si possono raccogliere e in qualche modo unificarsi i numerosi testi (in versi e in prosa poetica) di questa silloge, anche perché essi s’intersecano spesso fondendosi più che distinguendosi e finiscono per delineare un quadro interno/esterno ricco di ombre inquietanti (“La strada in un vuoto grigiore di lampade / prolunga il silenzio e il rumore dei passi”, p.46, vv.4-5).
Ad un io cosciente di aver lungamente vissuto e di aver assistito alla scomparsa di figure amiche o parentali si addicono i toni elegiaci, segnati dalla sobrietà e dalla misura. Incessante è il lavorìo del pensiero alla ricerca del senso ultimo di cose, vicende e persone; si tratta di un pensiero rammemorante che proprio nella memoria trova un punto fermo, un ancoraggio stabile (“La memoria sorregge le parole / e le nutre, dando a esse / il senso della vita, / la radice di ogni verità”, p.77).  Il fraseggio, in cui si dispiega la “poesia-discorso” bartolettiana procede scioltamente  e rasenta la prosa ma non vi confonde, anzitutto per l’attenta scansione versale e strofica ma soprattutto per quell’attitudine analogica che porta alla luce accostamenti e affinità insospettabili sotto un profilo meramente logico; con illuminazioni e epifanie specie in certe clausole risentite, dove il ritmo si fa improvvisamente franto e teso..
Il soggetto poetante pare affascinato, anzi stregato dal silenzio, quello che farà seguito all’ultima voce che pronuncerà l’ultima parola, ma che intanto intride, come la pioggia, cose oggetti persone. “Solo il silenzio è grande, il resto è debolezza” sosteneva con qualche buona ragione A. de Vigny. Certo, ogni poeta sa che il silenzio è la condizione necessaria anche se non sufficiente perché si possa avvertire il soffio (o anche il “vento”) della poesia e al contempo lo stato interiore che può permettere la fruizione della stessa da parte di eventuali lettori. C’è tuttavia un di più, cioè la consapevolezza, propria appunto del grande poeta romantico francese come del romagnolo Bartoletti, che la grandezza dell’anima abita solo il regno del silenzio e che la parola, pur necessaria o necessitata, lo proietta al di fuori di esso facendogli correre il rischio non solo dell’incomprensione dei suoi simili, ma anche quello del travisamento o tradimento dell’interno sentire. Probabilmente era questa la preoccupazione che faceva dire al Montale degli Ossi: “Voi, parole, tradite invano il morso / secreto, il vento che nel cuore soffia /. La più vera ragione è di chi tace”.
La lirica riflessiva di Bartoletti è monologica/dialogica, perché discorso dell’io al sé come pure discorso dell’io all’altro, teso in entrambi i casi a ricordare, confortare, compiangere, lamentare la rapina del tempo, la metamorfosi interna/esterna che cambia le carte in tavola, costringendo a fare quei conti che siamo portati volentieri a rimandare. Al cotè dialogico vanno riferite ovviamente le numerose citazioni, manifeste o occulte, dei versi di altri poeti illustri; e qui non vedrei all’opera l’erudizione compiaciuta di chi trova un idem sentire in altre voci, ma la decisa affermazione di un amore anzi di una fede nella poesia il cui messaggio va affermato e rafforzato in tutti i modi, anche quello di ammettere esplicitamente il debito “(“Così vado a riprendere parole / le stesse recitate da millenni”, p.6, vv.3-4). Ma al di là delle citazioni, c’è l’importante lascito di poeti che hanno inciso sulla formazione della sensibilità, dell’immaginario e della cultura poetica di Bartoletti. Preferisco omettere un elenco che sarebbe lungo, ma non v’è dubbio che al primo posto di esso sia da collocare Giovanni Pascoli, autentico genius loci (San Mauro non è distante dai luoghi cari alla vita e all’ars dell’autore), che del conterraneo riprende la tematica delle cose umili, quella della morte e del dialogo con i morti e l’attenzione per le opere e i giorni dell’umanità circostante; rinviano a Pascoli anche certi brividi e trasalimenti di fronte al mistero che ci circonda, come anche la fitta presenza del vento.
Sopra ho parlato di strada non a caso. Quante strade s’individuano nelle poesie di questa silloge! Non sono strade urbane affollate da una moltitudine di uomini solitari; sono strade paesane che si aprono e si chiudono improvvisamente. Ad esse non viene attribuita una funzione meramente denotativa, referenziale, veicolando simboli di una mancanza vitale, di cammini non percorsi, di potenzialità inattuate. Pur tuttavia nella scrittura “orizzontale” di Bartoletti il reticolo viario assume un rilievo importante perché l’io si muove e si racconta in uno spazio concreto (anche il tempo lo è in verità), quel territorio romagnolo (tra Montefiffi, Pietra dell’Uso, Sogliano) dove ha visto i natali e ha vissuto lungamente fino al punto di compenetrarsi con esso, di sentirne la fisicità presente e passata; fino al punto di voler essere in qualche modo la voce di quei luoghi, ormai preda della desolazione e dell’abbandono ma totalmente interiorizzati, al punto che loro destino coincide con quello dell’io poetante.

Giorgio POLI

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