Daniele Santoro: Sulla strada per Leobschütz

La Vita Felice Ediz., 2012



recensione di Vincenzo D'Alessio

Mi è giunta la raccolta di poesie di Daniele Santoro, dal titolo Sulla strada per Leobschütz, pubblicata a giugno di quest’anno dalle edizioni La Vita Felice” nella collana  “Sguardi”, diretta dalla poetessa Gabriela Fantato.

La raccolta riprende il tema 
sempre attuale della distruzione operata, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, della popolazione israelitica presente in Germania, insieme ad altre persone rastrellate nel corso degli eventi che hanno caratterizzato il genocidio che conosciamo con il termine di Shoah oppure Olocausto. Tanta crudeltà non trova mai parole adeguate per essere rappresentata. Impossibile tentare una strada per raggiungere l’immane dolore che ha impregnato le zolle dei campi di sterminio. Dico impossibile perché ogni mattone, ogni filo d’erba, ogni ferro arrugginito dei campi promanano, ancora oggi, una energia dolorifica senza fine.
Santoro ha cercato, con i versi, di trasmetterci questo infinito dolore in quarantuno componimenti che compongono la sua raccolta offerta alla lucida pazzia del genere umano: “voi non sapete un uomo che significhi / sfinito, sfilare nudo a passo militare / il piede congelato nel suo zoccolo di legno / malgrado la diarrea gli coli per le cosce / o gli dolorino i testicoli per un edema di digiuno” (pag. 13).
A questi versi si unisce la voce di una sopravvissuta che ho conosciuta ad Avellino in occasione della presentazione del suo stupendo libro Il silenzio dei vivi, Marsilio 1997, Elisa Springer che scrive: “Le estreme condizioni di vita del campo di Birkenau e l’alimentazione carente, provocarono in molte di noi una forte stenia, una progressiva perdita di peso, accompagnate da dissenteria con, a volte, perdite di sangue. A lungo andare le feci diventavano liquide, gli zigomi, le orbite e le estremità degli arti si gonfiavano per gli edemi.” (pag. 81)

I versi lucidi, consecutivi, privi di rima, pongono il lettore in uno stato di altissima tensione, fanno avvertire tutto il malessere della perdita della vita in modo violento. Ogni pagina gronda sofferenza. Bene ha scritto il poeta Giuseppe Conte nella prefazione a questa raccolta: “Esco da questo libro grondante orrore con una percezione vitale più forte. Non è questo il miracolo costante, catartico della poesia?” (pag.6); “straniero amico compagno di questa sciagura senza senso / è qui che si separano le nostre strade. Addio. /(…) se è istinto di sopravvivenza o solo per paura della morte” (pag. 54). Questi versi del Nostro vorrei accostarli ,anche questa volta, ai versi di un sopravvissuto ai lager , il grande scrittore e poeta Primo Levi, dal suo libro Se questo è un uomo: “Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / Il cibo caldo e visi amici: / Considerate se questo è un uomo / (…) Meditate che questo è stato: / Vi comando queste parole. / (…) Ripetetele ai vostri figli.”

Il contributo poetico offerto da Daniele Santoro si colloca nel filone dei testimoni, nel tempo, della più crudele catastrofe del XX secolo mentre era in corso una guerra.

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