News da Adele Desideri

Amici, vi segnalo alcuni eventi:


*nell’ambito della rassegna internazionale Traghetti di Poesia, a cura di Guido Oldani, presentazione di Bloc Notes, rivista letteraria della Svizzera italiana, con Gilberto Isella, Guido Oldani e Adele Desideri. Libreria Mursia, via Galvani 24, Milano, 28 febbraio 2012 ore 18.

*Recensione di Maurizio Soldini a Giorgio Linguaglossa, Dalla critica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1954-2010) (EdiLet 2011), in Agora (settimanale di Avvenire), 13 luglio 2011. In allegato


*Recensione di Silvio Aman a Adele Desideri, Il pudore dei gelsomini  (Raffaelli 2010),  in http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=426&Tabella=Recensioni
10 maggio 2011.

*Intervista a Adele Desideri, da Il pudore dei gelsomini (Raffaelli 2010), nel programma Libri per la notte, a cura di Lucilla Noviello, RadioRAI 1, 13 dicembre 2011, ore 0.2. http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a950c024-ce0d-468a-a51e-4eb25fa344c5-radio1.html#p=0


*Recensione di Adele Desideri a Carlos Sánchez, Ricordati che non sai ricordare, Recuérdate que no sabes recordar (Librati 2010) ne Il Quotidiano della Calabria, 11 aprile 2011. In allegato

*Recensione di Adele Desideri a Milo De Angelis, Quell'andarsene nel buio dei cortili (Lo Specchio Mondadori 2010), ne Il Quotidiano della Calabria, 30 maggio 2011. In allegato

*Recensione di Adele Desideri a Paolo Lagazzi, Nessuna telefonata sfugge al cielo. Piccole storie notturne (Aragno 2011), ne Il Quotidiano della Calabria, 10 ottobre 2011. In allegato
 

Lieta con voi
Adele Desideri

 


Carlos Sánchez, Ricordati che non sai ricordare, Recuérdate que no sabes recordar, Librati, 2010, pag. 129, euro 12

Carlos Sánchez è uno scrittore argentino residente in Italia. Esperto di comunicazione sociale, ha collaborato con diverse organizzazioni internazionali delle Nazioni Unite. Le sue opere sono pubblicate su varie riviste anche estere.
Ricordati che non sai ricordare (testo in spagnolo, con traduzione in italiano a cura dell’autore), è una raccolta di poesie composta nel silenzio e nella riflessione, ricca di vigore, colori, umbratili epicità, utopiche solarità: suggerisce malinconia e saggezza, dubbi, rammarichi e, qualche volta, minime certezze.
Maestro di Qi Gong - tecnica di meditazione derivante dall’antica medicina cinese - Sánchez respira all’unisono col respiro del mondo, sente le vibrazioni più sommesse dell’umanità, si immerge nell’immenso, indefinibile flusso del cosmo - il “TAO”: “Ricordati pure/ il tremore dell’aurora/ e i cieli erranti/ dove tornavi a soffrire/ (…)/ nell’attesa di un sole riparatore./ Memoria mia ricordati/ che non puoi ricordare.//”.
Lo stile di Sánchez richiama a tratti quello del romanziere Jorge Amado, per l’intensità emotiva che traspare nei suoi versi, per la sensualità che li accende: “Magari l’età, forse tanta solitudine scompigliata nelle tasche/ quei desideri palpitanti di accarezzare una pelle/ che non stonasse con la tua barba imbiancata./ Cento volte ti ho sentito menzionare: l’ultima volta./ Cento volte.//”.
Altrove, tuttavia, Sánchez sceglie toni sapienziali, modalità pacate, impeccabili accenti di quieta, assennata lentezza, tipicamente  sudamericana: “Esco al giorno senza astio/ (…)/ viaggio leggero/ senza l’affanno di arrivare/ di essere atteso/ senza desiderio di confermare sospetti./”.
Sánchez ci consegna, inoltre, una ponderata lezione di civiltà, un lirico monito nei confronti della società contemporanea, che incenerisce e distrugge nella volgarità e nella stupidità il Bene ed il Bello, poiché non possiede più i mezzi per riconoscerli, o per crearli: “leggo i giornali per distrarmi dalla realtà/”, “Io cambio/ tu cambi/ egli cambia./ E l’ingiustizia?//”.
Passioni, amori e delusioni, cieli azzurri o notturni, deserti e mari, Sánchez ricorda, e, nel ricordare, filtra ciò che è destinato a scomparire - in quanto non essenziale - da ciò che invece deve restare come pietra miliare, che sia sogno o realtà, simbolo o segno: “Non ti affrettare/ (…)/ non ti ostinare./ (…)/ Ricorda la formica laboriosa/ e il magistrale violino della cicala/ tutto questo ti appartiene/ a che altro potresti aspirare?/ La notte tua/ personale/ t’inonderà di stelle.//”.
Le polarità dello yin e dello yang - il femminile e il maschile, il nero/ ombra e il bianco/luce - sono per Sánchez l’orizzonte di senso nel quale si manifestano aritmie esistenziali, antitesi storiche, forze spirituali centripete e centrifughe, ed energie naturali quasi invisibili, che stimolano la sua vena onirica: “Mio caro ragno/ illustre tessitore di spazi/ ti offro tutti gli angoli/ di questa casa immensa/ dove la mia solitudine abita/ affinché eserciti il tuo mestiere/ ma per favore/ lì no/ lì non puoi fabbricare la tua tela/ in quel posto conservo memorie/”.
L’uomo e l’universo sono inviolabili, per Sánchez, e la gioia ed il dolore un appuntamento quotidiano. Ma nel raccoglimento interiore da cui scaturisce la poesia, nel rigore che essa pretende, nel sacrificio che le dà vita, Sánchez - alla pari di ogni persona di animo sensibile e delicato - trova conforto, pace, forse pure letizia. E una vena di graffiante ironia, perché la poesia “si fa pane sul tavolo./ A volte sanguina./”, però “Non usa mai il telefono./”.
                                                                            
Adele Desideri

pubblicata ne Il Quotidiano della Calabria, rubrica Libri e letture, 11 aprile 2011, pag. 25




Milo De Angelis, Quell'andarsene nel buio dei cortili, Lo Specchio Mondadori, 2010, pag. 77, euro 14

A una prima, e tuttavia accurata lettura di questa raccolta di poesie, quel che colpisce è, essenzialmente, la rimozione dei sentimenti; del dolore, in particolare. Le cose, gli oggetti descritti (i più vari: marciapiedi, case, muri, cortili, fogli, fermagli, asticelle, palloni) sembrano proprio rimandare a un quid indicibile - indefinibile, per De Angelis - che potrebbe essere identificato con il “patire”, nel senso etimologico del termine: “e noi cominciamo la parafrasi.//”, scrive, infatti, l’autore, indicando - lapidario - il suo personale manifesto di Estetica, il suo pudico, trasversale, modo di avvicinarsi al mondo interiore.
E al contempo risalta - ma anche inquieta - l’incedere ostinato, lento, ondulato, dei versi, in un ritmo che gioca sull’attesa, sull’assenza, sul ripetersi talora ossessivo di vocaboli - come, per esempio, “labbra”, “sangue”, ”sillaba”, “linea”.
Non c’è stupore, in queste liriche. C’è, piuttosto, una diffusiva malinconia, che illanguidisce, ammorba il desiderio, che incanta e pure allontana, che si risolve in brevi, icastici componimenti. C’è, inoltre, la predilezione per l’allusione sottile, per la sollecitazione misurata, per la tonalità contenuta, calibrata, e - se possibile - per la perfezione del dire, senza sbavature narcisistiche: “Mi attendono nascosti. Talvolta/ li ho portati alla vita, al grande/ alfabeto del momento. Ma loro tornano lì,/ muti, si stringono a un palo,/ (…) E il mondo/ sembra un’eco della frase/ che non trovano più, caduti nel buio/ di un gesto qualunque, un sabato,/ in un centro commerciale./ Parlo di eroi, naturalmente, corpi/ che sul quaderno avevano una spina.//”.
Vi è, in De Angelis, la scelta della parola quale mero segno, che rinvia a un significato recondito, quasi nemmeno pensabile. Un segno/suono bastevole a se stesso, che - improvvisamente, mentre si - è già poesia. Per Paul Valéry la poesia è un’esitazione prolungata tra suono e senso, per De Angelis, similmente, pare essere una flemmatica anticipazione del senso nel suono: “(…) Erano sillabe/ mescolate all’asfalto, come atti di forza,/ erano le stesse che ora ci chiamano/ tra le tangenziali,/ l’ultimo grado del giudizio.//”.
Proseguendo nella lettura, si avvicendano illusorie percezioni, algide fantasie, angosciose visioni. E si scorge Milano, il suo pullulare ansioso di volti, gesti, rumori. Una città memore di storia e tradizione, che però negli anni è diventata, soprattutto, teatro di solipsistica operosità, di vacua mondanità. De Angelis non ne coglie tanto l’antica bellezza, quanto, semmai, l’umore nevrotico, il caos assillante: “Non rispondono all’appello, sono/ dispersi ai bordi della terra, hanno/ il segreto della linea che trema (…)/ (…)/ potete vederli, di sera, verso le tangenziali/ chiedere silenzio con un dito sulle labbra.//”.
La voce del poeta, così, si tramuta in un profetico, enigmatico canto. Come un moderno, laico, Isaia, De Angelis avvisa, ragguaglia, risveglia, rammenta che il valore dell’esistenza non consiste negli interessi contingenti, ma deve trovare ragione, almeno, in un’empatica affezione, in un mormorio di solidarietà: “... allora mi chiamò un drappello/ di anime sole... scostarono le tende bisbigliando,/ si avvicinarono alle grandi vetrate del tempo.../ una salmodia di numeri e vento... quello fu l’atto/ ... il solo atto consentito.../ quell’andarsene dei cortili nel buio...//”.
Eppure, se l’uomo non sa più guardare il cielo, “(…) Stretta alla terra,/”, comunque, “ruota la parola.//”. La parola poetica, che del cielo intuisce l’immensità. Forse, allora, è quasi vita, è quasi amore.

Adele Desideri

pubblicata ne Il Quotidiano della Calabria, rubrica Libri e letture, 30 maggio 2011, pag. 53



 
Paolo Lagazzi, Nessuna telefonata sfugge al cielo. Piccole storie notturne, Aragno, 2011, pag. 135, euro 10.00


In Nessuna telefonata sfugge al cielo sono pubblicati venticinque racconti, narrati dal dio Ermes, custode “dei truffatori, dei lestofanti di strada e degli artisti da strapazzo”. Un dio curioso - Ermes - furbo e tenace, che protegge i luoghi dell’incertezza, dell’astuzia, della creatività.
Nel buio fitto della notte, Ermes suggerisce all’autore, Paolo Lagazzi, misteriosi, istrionici protagonisti; improbabili fantasie, che diventano assurdamente concrete, a volte pure distruttive.
Storie, insomma, eccentriche e seducenti, che scaturiscono una dall’altra come “un lento contagio di raffreddori”, come un bacillo “politically incorrect”.
Raffinato saggista, profondo conoscitore dell’opera di Attilio Bertolucci, curatore di alcuni “Meridiani” Mondadori, uomo affine - per cultura e sensibilità - alle tradizioni buddista e taoista, Lagazzi, si badi bene, è anche, infatti, un simpatico, scherzoso, illusionista.
E da vero illusionista, conduce il lettore attraverso gotici paesaggi naturali, cineree densità dello spirito, deliziose fiabe dal finale sospeso.
Con un’ironia venata da un sorriso malandrino, Lagazzi indica i sentieri della più cogente, asfittica logica aristotelica; si inerpica lungo i costoni di astrusi, divertenti sillogismi, ove la filosofia si reifica, la poesia si accende, il buon gusto si fa parola.  Oppure, con guizzi briosi, descrive il sonno come l’“abbraccio liquido del vuoto, (...) la freschezza senza nome o misura”, e immagina stravaganti figurette femminili, consacrate “non al mondo delle mani che stringono e fanno male, delle gole che urlano e dei denti che mordono, ma al regno delle cose leggere e fatate, come i tappeti volanti o le zucche che si mutano in carrozze”.
Altrove Lagazzi sfuma, invece, nei toni di un sobrio ma coinvolgente romanticismo; quindi si ritira, per accennare angolature crepuscolari, o per affidarsi alla saggezza dei grandi maestri del Tao  e alla complessità dei romanzieri russi dell’Ottocento, da Gogol’ a Dostoevskij, a Turgenev.
E poi interroga e - interrogando  - irretisce in una serie di domande esistenziali prive, per fortuna, di risposte immediate.
Surreale, talora un po’ ansiogeno, il codice stilistico di Lagazzi trova l’acme nella brevità e nella sorpresa, nel conciso, e quanto mai azzeccato, tratto di un personaggio, nel colpo di scena insospettabile. Ed emoziona, specialmente nell’ultimo racconto: in realtà, un’amorosa, elegiaca favola, dedicata al padre, che “amava (…) giocare creando delle piccole composizioni di piatti, posate e bicchieri in bilico”.
È qui che Lagazzi mostra di possedere “il dono di cogliere tra le cose e i momenti, gli oggetti e le persone, gli alberi, i gatti e gli attimi, quei rapporti segreti che la maggior parte della gente ignora del tutto”. È qui che Lagazzi ascolta con più intensità il dio Ermes, celato nel suo, e nel nostro magma inconscio.
È qui che le sue parole divengono “sogni d’aria, trafori fatti dalle dita delle fate, fantasie di un alchimista in cerca dei segreti del peso, della levità e del vuoto”.
È qui che appare chiaro un condiviso, rilevante principio estetico: se la bruttezza può annientare gli animi sensibili, la bellezza li può tuttavia rendere muti, per lo stupore, per il moto di gratitudine, per la solitudine che essa pretende. Senza sconti. Senza interessi. Senza promessi vantaggi.

Adele Desideri

pubblicata ne Il Quotidiano della Calabria, rubrica Libri e letture, 10 ottobre 2011, pag. 28.




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