lunedì 26 dicembre 2011

Un inedito di Luca Artioli

Venerdì sera, in occasione del concerto che ha visto unirsi gruppi rock e poeti sul palco dell'Arci di Cremona, ho preteso da Luca Artioli che mi inviasse la poesia che vi pubblico qui sotto. É un testo che Artioli solitamente legge durante le azioni del Movimento Dal Sottosuolo, l'ha fatto al Galeter di Montichiari, si è ripetuto alle Giubbe Rosse di Firenze. É un testo che mostra l'impegno civile di Artioli, che da tempo immemore è toccato dall'argomento: non ricordo di averlo conosciuto senza che già ne parlasse. Perciò, visto che non mi risulta abbia ancora pubblicato poesie di questo genere, lo faccio io, per far conoscere un altro aspetto della poetica di Artioli. Inserisco così come sono anche una riflessione dell'autore e alcuni eserghi. (A.Garbin)

RIFLESSIONE
Dal ’54, lo Stato della Somalia è indipendente grazie all’intervento dell’ONU. In loro onore, il popolo somalo ha è deciso di adottare una bandiera nazionale capace di ricordare i colori della stessa Organizzazione: un’unica stella bianca, al centro, su sfondo azzurro.
L’indipendenza conquistata è quella dal nostro Paese, per la cronaca.
Poi, è vero, le cose sono andate come sono andate e, di certo, oggi, in Somalia - soprattutto fuori da Mogadisco - è un vero far west.
Ma su questo non possiamo definirci esenti da colpe.
Questo “Corno d’Africa” è come la cartina tornasole della cattiva coscienza “made in Italy”.
L’abbiamo infatti colonizzata, perduta, ri-colonizzata, gestita, sovvenzionata, politicizzata, consegnata agli americani, lasciata a se stessa, ai Signori della Guerra, ad Al Quaeda, all’Etiopia ed ai trafficanti di ogni genere.
Insomma, con i tempi che corrono, la Somalia è divenuta un vero e proprio “duty free” a cielo aperto.
Chi può “prende”, gli altri se ne stanno un passo indietro.
E spesso, hanno vita breve.
Come i bambini soldato, ad esempio.
Come Ahmed, che è appena nato e ancora non sa nulla di ciò che lo aspetterà.
Come la storia dei suoi fratelli, quella che sto per raccontarvi.

ESERGHI
“Quando l’infanzia muore, i suoi cadaveri vengono chiamati adulti ed entrano nella società, uno dei nomi più garbati dell’inferno. Per questo abbiamo paura dei bambini, anche se li amiamo: sono il metro del nostro sfacelo.” (Brian Aldiss)
“Poiché non ci è possibile ritornare bambini, la sola cosa che possiamo fare è impedire loro di diventare come noi.” (Anonimo)
“Voglio eliminare tutti i bambini degli zingari.” (Giancarlo Gentili, leghista, ex Sindaco di Treviso per 2 mandati)

PANE NERO

Figlio della luna, Ahmed
è qui il cuore rimasto
è qui il cielo di Somalia
intero, infinito
-tutto-
che fan male, ancora,
le stelle da contare,
troppe per la vista
nella notte faticosa
del primo pianto.

Sei un guscio di noce
venuto da un pertugio,
da un cono remoto
di utero stuprato
sul nome “madre “,
un colpo di fucile
nel buio ribelle
ti festeggia maschio, ti prepara
presto al mondo
che non vorrai.

Tuoi sono gli occhi
catrame languido,
pane nero,
tua è la fame che
chiede con la mano
e poche, pochissime
le risposte: sette sono
i fratelli che ti precedono,
sette le bocche, le lingue,
la parola “aiuto” da saziare.

Sul campo delle esercitazioni
Tahlil, undici anni
(seme primo della progenie
chiamata bastarda)
già ti aspetta,
stringe AK-47 e buca teste
fatte ora con la paglia,
ma presto d’ossa, cervello
e pensiero assetati
di una fuga che non si placa.

Sorella Amita nelle cucine
spenna polli
ogni giorno taglia verdure
per i soldati di turno,
piccolo fiore del deserto
lavora rapida, precisa
sa della promessa:
qualche frattaglia, qualche patata
e si manda avanti la famiglia,
ma l’altra deve restare.

Saadyya, sangue del tuo sangue,
soltanto nove gli inverni
per essere donna
i capelli scuri, lunghissimi
le labbra piccole del lampone
e quel terribile trattenersi
la sera, a comando,
che la guardia vuole rispetto
e una bocca ubbidiente
ancora un po’, fra le sue cosce.

Nazri, Mohammed, Kahlil, Zhabiya
benedica Allah questo giorno
mentre cede alla terra,
sani e salvi anche oggi,
l’età appena per correre
in avanscoperta, quando
sui sentieri è pericolo di mine
e nessuno sa che i giochi
sono altri, che la Valmara
le gambe non le restituisce.

L’alfabeto muto dell’oppresso,
è tutto qui, Ahmed, dove
vivere è “dimenticare”
fare in fretta, dove troppo
è lo sforzo del tenersi
addosso questo vuoto
(nel cucchiaino la bava
bianca già sfrigola, chiama l’ago,
il demone che ti salva
da un male più grande).

La Somalia è così, Ahmed
un po’ vittima e un po’
puttana, con una bandiera
che parla di liberazione
e dice basta all’Italia fascista,
quella che offriva
la vergogna del mitra
e poi la mano aperta,
il bacio di Giuda, la replica
nei secoli dei secoli.

Figlio della luna,
sogno per te questo
mondo al contrario
sogno della rosa, dunque
e non più della violenza
del viaggio e non più
delle catene, sogno che tu
possa un giorno sognare,
vedere il tutto - sempre -
anche nel nulla.

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