su Opera sull’acqua e altre poesie di Erri De Luca

Giulio Einaudi Editore, 2002

recensione di Vincenzo D'Alessio

La raccolta di poesie scritta da Erri De Luca mi è giunta ora. Di questo Autore avevo letto racconti; oggi leggo, con gioia sincera, questi suoi versi. Sono pervenuto alla lettura perché mi ha colpito l’intervista, rilasciata pochi mesi fa a Radio Repubblica (dark room), circa le ricerche compiute dal Nostro sulla lingua ebraica e sulla genesi della grande rivoluzione religiosa che è stata la monoteistica Fede in “Elohìm”. Mi ha commosso lo sforzo laico per giungere, dopo un’esistenza ricca di sacrifici instancabili, pericoli scampati, guerre vissute, alla fonte del Verbo e alla ricerca di Colui che compare nella poesia “L’intruso”, di questa raccolta: Opera sull’acqua.
Mi dispiace ammetterlo, non conosco l’ebraico come lingua, ma ho una Bibbia molto solida, con accanto qualche parola in greco, validamente tradotta dai Testi Antichi. Ho fatto riferimento a questo testo leggendo le poesie del Nostro. Ho sentito, aprendo le pagine, il vento che passava sulle acque: merahèfet. Vento che ritroveremo nel passaggio del Mar Rosso; nell’abbandono definitivo della terra di Egitto; vento che raggiungerà Mosè sul Monte Sinai; vento che turberà la navicella degli apostoli, sul lago verso Cafarnao, e Gesù che cammina sulle acque; vento di Elohìm che toccherà il Cristo morente sul Calvario.
L’Opera di Elohìm ha bisogno dell’acqua primordiale per far nascere la Vita. Proprio come nei termini in cui oggi si è alla ricerca dell’antimateria, quella dell’impatto iniziale, l’energia che il Nostro descrive semplicemente nei versi della poesia L’asciutto (pag.10): “(…) L’ossigeno si sciolse dalla doppia mandata dell’idrogeno / nella nebbia si mischiò all’azoto e si dischiuse / in gas dell’aria, in sostanza di cieli. / (…) E su di essa l’albero / s’abbevera, galleggia, e brucia quanto un uomo.”
Mi risale alla mente un racconto dello stesso De Luca, Tre cavalli (Feltrinelli, 2002), nel quale il protagonista esercita il mestiere di giardiniere, riconosce ogni albero e con loro dialoga. In questo racconto, diviso in più episodi di vita vissuta, compaiono delle analogie profonde con la raccolta che stiamo descrivendo.
L’acqua è l’elemento che compare in tutta la raccolta di cui parliamo. Compare anche nel racconto che abbiamo preso a confronto (Tre cavalli), come eredità di una parte dell’esistenza del protagonista vissuta in America del sud. C’è un passaggio molto bello che possiamo confrontare, con l’introduzione a questa raccolta scritta dall’Autore: “Resto del tutto impari ai cognomi e nomi dei poeti raccolti sotto questa antica copertina bianca.” (pag. 3); “Vedo vecchi poeti ricevere premi per versi scritti in gioventù. Nessuno di loro dice: non sono io” (pag. 30).
La grande orchestra che realizza l’Opera sull’acqua ha vento che sa di ali. Forse di Angeli che reggono Elohìm nella sua grandezza. Vento che in passato ha svegliato “l’infinito fermo” (pag. 9) permettendo la Vita. Acqua arrossata dal sangue innocente dei piccoli ebrei in Egitto (pag. 11) per limitare l’eccesso di fecondità. Acqua che accoglie, oggi,  “(…) lo schiaffo dell’aria / tra lo scoppio e l’arrivo / della granata nel cortile?” (pag. 9) a Sarajevo. Acqua che porta la musica delle sillabe per il Poeta: “(…) Sorda è la scrittura, tocca al musico, / all’incudine d’argento del suo orecchio, / avere la visione. / Senza lucciola di sillaba vede musica al buio” (pag. 9).
La forza del  “Verbo”, contenuta in questa raccolta, è il sapere che pochi uomini hanno: “ (…) questi sanno / che le acque hanno volti” (pag. 8); che poche voci sanno ricambiare in musica di “Arpa, cembalo, piffero” (pag. 9) da trasmettere agli uomini attenti all’ascolto, a quei “pesci che sognano il volo” (pag. 8). Ho ascoltato questa musica universale e ne traggo profondo beneficio perché è sacra: “(…) passerai pure tu , specie di viceré del mondo, / bipede senza ali, spaventato a morte dalla morte / fino a metterle fretta.” (pag. 14). La sacralità della parola è nell’immortalità della comunicazione afferente all’energia che muove il Creato e il silenzio del Creatore. I versi di Erri De Luca lo raccontano in modo straordinario: “Siamo fatti di questo, d’acqua e aria, come le comete, / ma senza ciclo di riapparizione e questo è sufficiente / per sollievo e congedo” (pag. 20).
Tutta la raccolta, nelle sue due parti, ruota sul vortice immenso dell’acqua di un diluvio permanentemente umano: eppure non spaventa, non dilata fosse di dolore. Parlano, i versi, attraverso enjambement della forza creativa. Schiudono, attraverso similitudini, pensieri antichi e recenti. Filosofia ontologica; schermo di una caverna che rigurgita di figure lievi, evanescenti, sempre attuali: “(…) Ho letto queste regole nei libri sacri / e ho avuto desiderio di appartenere a un popolo antico / di buon cuore con la gioventù.” (pag. 26).
C’è una poesia, Valore, che mi piace accostare al Cantico delle Creature di frate Francesco d’Assisi, per l’amore sincero verso le cose animate, viventi, e inanimate; per la consapevole limitatezza della nostra conoscenza; per la ripresa dei valori veri, dimenticati troppo in fretta dalla società di questo nuovo secolo: “(…) provare gratitudine / senza ricordare di che” (pag. 35). Per la richiesta inesaudita, da millenni, da parte della Poesia, e dei poeti: ”(…) Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che / esista un creatore. / Molti di questi valori non ho conosciuto” (pag. 35). Ricerca di un creatore. Valore inestimabile dell’Amore tra esseri umani. Le due grandi forze che alimentano le voci più grandi della Poesia. L’anafora, in questa composizione, incide maggiormente sul lettore perché il verbo scelto, “considerare”,  è l’invocazione a seguire il verso della poesia. Il racconto dell’esistere. L’armonia che governa tutte le cose del Mondo che percepiamo, o immaginiamo.
Questa raccolta di Erri De Luca è il pieno della ricerca di un grande Autore di metà Novecento che si affaccia al secolo nuovo. La sua affermazione, posta all’inizio della raccolta: “È che a cinquant’anni un uomo sente di doversi staccare dalla sua terraferma e andarsene al largo” (pag. 3) trova piena consolazione e ci aiuta nella giusta direzione del vento che crea. Mi piace riprendere un’altra delle sue asciutte definizioni scritte nel racconto Tre cavalli : “Fortuna, ma ci sono fortune che vanno in braccio al primo che incontrano, fortune puttane che piantano subito e vanno col prossimo e invece ci sono fortune sagge che spiano una persona e la collaudano lentamente” (pag. 15).
Di De Luca e dei suoi versi possiamo accordarci sulla “fortuna saggia” che l’ha accompagnato nella sua esistenza da uomo- poeta- vero.
Montoro, novembre, 2010
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