giovedì 11 novembre 2010

Su Il pudore dei gelsomini di Adele Desideri


Raffaelli Editore, pp. 76, € 10

recensione di Paolo Ruffilli (RadioRAI, Venezia, 24 settembre 2010)

La chiave di lettura della poesia di Adele Desideri è il filo onirico: quel tanto di inventività fantastica, di visionarietà che interviene sempre ad animare le situazioni facendole levitare e caratterizzando in aerea leggerezza le presenze di persone e di paesaggi per virtù dell’autrice nel suo stesso farsi leggera. I luoghi sono prima sognati o intravisti nella visione che effettivamente documentabili, anche se reali. E questo vale anche per le presenze umane, rese diafane e lattiginose da uno schermo che, mentre le vela, nella loro improvvisa luminosità anche le rivela; in particolare, per forza e suggestione, il padre. Del resto tutto vive nella raccolta Il pudore dei gelsomini in una intermittenza dominata da una direttrice intellettuale: la voce della morte, che non è qui tanto un’ossessione quanto invece una misura di consapevolezza, nel rapporto e nel colloquio costante con le ombre dentro l’alone di una musica particolarissima. La presenza dei morti è una costante, ma la meditazione sulla morte ha una sua attuazione altrettanto particolare: è sostanza stessa della visione, dell’invenzione fantastica che rappresenta il mistero, anche nella consapevolezza dei suoi aspetti più crudi e disincantati. Fa quasi da cerchio entro i cui limiti il poeta raccoglie e rappresenta, proprio allo specchio di quella realtà finale, il suo giudizio sulla vita e sul mondo. Quale enigma più grande del male che strazia l’uomo? Eppure ecco che arriva a trascinare in alto le situazioni quel filo onirico di cui abbiamo parlato con le sue immagini visionarie. Il giudizio è l’anima stessa della poesia, ma non in senso prettamente o propriamente etico, meno che mai moralistico, quanto piuttosto come cifra melodica: quella musicalità (e, magari, “musica nera”) che è la scansione lieve dei versi, capace di prendere una coloritura più elegiaca nella vena più esistenziale che si manifesta per intermittenze tra salti visionari e ritorni di coscienza nella memoria. È il canto di un viandante che riconosce il suo viaggio attraverso la vita e, viaggiando, accetta di misurarsi con gli errori di percorso e con gli intoppi del caso, magari nell’improvviso smarrimento. E che, tuttavia, riapproda poi all’apertura improvvisa, favorita dal ritorno chiaro e netto della consapevolezza.



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