martedì 26 gennaio 2010

Su Il pudore dei gelsomini di Adele Desideri

Raffaelli Editore, 2010

Questa nuova raccolta di Adele Desideri è caratterizzata da un tono lirico a tratti passionale e sensuale, con una scrittura elegante e oscillante fra un'immanenza desiderosa e una trascendenza desiderata, tra intersezioni di corpi e condivisione di anime in profonda empatia con gli elementi naturali :  «Nel mare delle tempeste ci siamo sfiorati / con le dita salmastre. Nella sabbia resta / l'ombra delle mani, un petalo di rosa appassito. / Non sono il giardino del tuo cantico. / Tra le mele mature, nel mio fiore di zucca, sei germogliato come il gelsomino / quando profuma, pizzica l'aria / e si nasconde tra il pudore delle foglie. / (…) La nota di piacere si espande / fino alle colline brunite di sole. / Soffoco un singulto e mi addormento / nelle acque odorose dei tuoi ruscelli» (Soverato, p. 16). In effetti le parti che più ci hanno colpito sono quelle in cui emerge una sapienzialità derivata dal vissuto meditato spesso attraverso il Grande Codice (con particolare riferimento al Pentateuco, a Isaia, al Cantico, ai Salmi, al Qohèlet, ai Vangeli, e ad altri libri della Bibbia): «Si affoga in un bicchiere d'acqua, / si muore per uno sgambetto, si perde per un nonnulla» (Di quello che, amato, si perde per incuria, p. 20); «Il mio pennino intinto nell'inchiostro / dipinge la frattura tra il tutto e il certo» (Fiat, p. 21); «È come Pietro la mia ira / una tempesta di fughe e di viltà» (Del dolore e dell'amore, p. 23); «Torna, / stringi e strappa col tuono il mio cielo» (Torna, p. 27); «… Siamo mortali, Amore / ci visita, alza le spalle e ci dimentica» (La sottile differenza, p. 30). Tutte le precedenti citazioni appartengono alla prima sezione del libro: “Manca sempre qualche secondo al tocco”, titolo che rimanda a quella inattingibilità o incomunicabilità richiamata da Tomaso Kemeny nella bella Prefazione.
La seconda sezione, “Elegia”, è forse la più intensa e compatta. Si apre con questa intensa terzina: «Padre, io amo. / Esisti / e sei un altrove» (p. 37); e vi troviamo una sorta di vibrante dichiarazione/rivendicazione poetica ed esistenziale a un tempo: «I morti non sanno / le lacrime, i sogni / dei vivi. / I vivi dei morti / non sanno che il gelo» (p. 40); «È madre la figlia / e, figlia, è nemica, / perché amata da troppi. / (…) / Non posso, non posso / violare il ricordo, / calcare dolente / le strade di Dio. // Non posso, non posso / restare quaggiù / senza madre né padre. // Senza te, / Giuda Iscariota / o Isacco indifeso / o Abramo solerte» (pp. 42-3).
Seguono le sezioni “Un calice atteso”, in cui segnaliamo le poesie Caro babbo e Figli miei, e “Sono fuggiti anche gli dèi” con le bellissime Cementi surreali (Is 53,2) e Le cose da assaporare nella loro integrità (quindi procuratevi il libro :), sezione pure molto ben tessuta e da cui citiamo solo questi versi della prima poesia Musica nera: «Lucifero inventa / la musica / e Cristo ne muore» (p. 55). (AR)

2 commenti:

glastritio ha detto...

Caro Alessandro, è la prima recensione a “Il pudore dei gelsomini”, uscito fresco di stampa ai primi di gennaio.

Mi ritrovo nella dialettica da te citata tra immanenza e trascendenza, come pure nel riferimento culturale biblico, che permea molti miei versi e pensieri.

Una curiosità: ho sempre pensato che la poesia “Le cose” non fosse, per così dire, “buona”.
Ora la devo rileggere con un’latro spirito….
È proprio vero che i propri scritti, una volta pubblicati, non sono più dell’autore, ma di chi li legge.

Un caro saluto
Adele

Alessandro Ramberti ha detto...

Cara Adele
in effetti è proprio come dici: gli scritti riverberano in ogni lettore in modo diverso ma se sanno riverbare in lettori diversi vuol dire appunto che sono ben scritti, che sanno darsi nella loro verità, che hanno livelli di lettura a volte non considerati dallo stesso autore. Ho corretto alcuni refusi che ho trovato nella mia nota. Auguro buonissimi passi a questo tuo nuovo “figlio”.
Alex