Parlino di noi le cose scomparse... (8 poesie di Stelvio Di Spigno)

«abbandonami, mia ombra di frontiera, / come in un giorno senza sole, lasciami»; «e immergermi nella nebbia dei pensieri, / più nebbia che pensieri, finalmente, / senza pensare al passato che sovrasta»; «Così è la memoria, / più visione che ricordo»; «Come tutto crolla in braccio al minuto»… c'è un moderno tono elegiaco in questi versi di Stelvio Di Spigno in cui spesso il ritmo dell'endecasillabo sostiene le parti più liriche di una poetica comunque sempre attenta all'intelligenza delle cose, alla preziosa precarietà dei gesti, al valore assoluto di rapporti autentici così desiderati e certo non facili da realizzare (se non morendo, evangelicamente, a sé stessi): «abbandonami tu stessa alla morte / che ci bacia oltre ogni prospettiva, / mentre penso alla ricchezza più grande/ di un mondo senza nome o con più volti /
che non mi ha mai chiamato veramente». Questo spleen mi sembra infatti non privo di speranza, sia pure nascosta nelle implicite domande che queste poesie ci propongono con stile. (AR)


Si veda la nota critica di Vincenzo D'Alessio


Congedo vitale

Aspettavo che il sole mi ghermisse
coi suoi raggi nell’umano splendore,
e che il dono del cuore disfacesse
le catene che legano al tormento
di non sapere amare.
Tra le creature al mondo,
una legge d’amore,
che sciogliesse come l’arnia il suo miele,
la roccia d’uomo che credette eterno
e santo ogni suo gesto.

E discendere un giorno alle segrete
del cuore moribondo,
e trovarvi la mano che innamora,
la silice che ridiventa sangue,
la mite virtù d’ore custodite
nell’ebbrezza dei fiati,
nelle mani che scambiano il morire
reciproco, con l’identica gioia.

Ma la festa ora sperde nei canali
i flussi d’allegria del giorno andato:
è svanito l’amore e me con esso.
Ed ora luminarie, cavi, scorie,
ricoprono il sentiero che portava
all’erta navicella del tuo cuore,
che sempre traghettando
verso me ogni tuo cenno,
ritrovava me stesso ad ogni approdo.



Ombra

Ombra ferita...
G. Raboni.

Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà
dei giochi e al profumo dei piaceri
indefiniti, alla fantasia e alla menzogna;
abbandonami, mia ombra di frontiera,
come in un giorno senza sole, lasciami
visitare dal tuo prestante colore
muto della morte.



La polvere
a B. R.

Come di polvere pensosa o di altri
commovimenti sembra parlare il tempo
posato dalla pigrizia delle stasi e dai voli
delle tue ginocchia – anche tu (bastava badarci)
portasti la tua parte di sollievo
a tormenti inespressi e prezzolati
e con essi se ne andò una parte della mia morte
insieme a questa polvere di primavera.

Parlino di noi le cose scomparse...




Deserto

Come il tempo è una lama –
Come tutto crolla in braccio al minuto –

che ora vai cercando perché piace
o perché sei perduto -
e l’auto in folle corsa è un boccaporto
troppo angusto da farti attraversare...

Mentre non valgono più fede o aiuto
tra le fiere saettanti della sera,
e s’invola alla scorta dei demoni
anche l’ultimo braccio di trincea –

Ora il tempo si sparge nei lignaggi
si schianta nella duna –

Bella lingua di spiaggia –
Bella duna –


Con questo verso

Cammino lontanamente affezionato
alla tua immagine che non entra più in me:
i capelli di un nero altisonante
con pochi filamenti di grigio
come una cornice braccata da una crepa
per i tuoi trentasette anni –

Ma i tuoi occhi cosa vedono senza vedere
e i miei anni come sono
come sono passati senza passare...

Sapessi quanto enorme è stato il darti amore,
e che perturbamento è stato amarti,
farti uscire, entrare, uscire,
poi rientrare e poi di nuovo
allontanare gli occhi dal tuo sguardo a vuoto,
io che in una vicinanza avrei voluto
essere il tuo stesso corpo
essere in te, per te, con te,
qualcosa che il tempo non disperde, non umilia.

Non capirò mai la tua essenza
cosa sei veramente non lo saprò mai.
Quello che so è che cammini nei miei passi
e nel mio respiro tu continui a respirare
e dentro me c’è una stanza semiaperta
dove continui a vivere e a morire,
a vedere come trascino il poco che mi resta,
a ridere forte di me e di te stessa,
a orchestrare i tuoi sorrisi compassati
secondo il battito alterno della tua pazzia
e poi, quando torni calma,
è lì che torni a sperare.


Scirocco

Dolcezza mia di essere interrotto
nei pensieri ossessivi dalla polvere bianca
che si posa dappertutto quando a mare è scirocco.
È come se il Sahara mi aspettasse sotto casa,
e le navi che invertono la rotta
non sanno che solo una coppia
appoggiata sul muro di cinta
può lasciare una pausa in quel velame.
Niente lotte intestine nell’amore.
Oltre il muro mai cambiato il belvedere,
e mi accorgo che la campagna è rosa.

Così la vedevo da bambino,
la campagna di sempre,
rosa come le bambole di mia madre,
e rosa ancora la vedo
ma nessuno oggi mi può più contraddire.
Non la vita di tutti che mi chiama
per l’idea di uno squallido lavoro,
non un corpo di donna o novas coisas.
Su quel rosa mi sono ricentrato.
E nessuno mi deve contraddire.
La mente sceglie la sua immagine vitale
dove sente che il tempo passa meno.



In montagna

Un giorno uscendo
da un pub di montagna,
dopo amici punch e crauti,
vorrei sentire la vita alle spalle,
l’amore di una donna che mi ascolti,
e immergermi nella nebbia dei pensieri,
più nebbia che pensieri, finalmente,
senza pensare al passato che sovrasta
e fa male a questo corpo ormai morto;
poi nella nostra casa nelle malghe,
non riscaldata da figli o nipoti,
sentire le presenze fantasiose
come fosse sempre Natale,
amarci di un amore solo nostro
ma pieno di segreti rumorosi.

Se questo fosse la mia vita futura,
deciderei finalmente
se accettare o mandare al mittente
i giorni che verranno e ci colpiscono,
tutto il sudore, la voglia matta di oggi,
e la vorrei subito
questa vita da respirare sangue
dal fondo del Tirolo.

Ma se tutto restasse solo un sogno
(un sogno di capanna e di montagna),
di un essere malato in una città infernale,
allora non farmi aspettare
abbandonami tu stessa alla morte
che ci bacia oltre ogni prospettiva,
mentre penso alla ricchezza più grande
di un mondo senza nome o con più volti
che non mi ha mai chiamato veramente.





Il gatto rosso
Ospedaletto d’Alpinolo, estate 1991

Ho una foto dove il nostro vecchio gatto è chiarissimo,
forse per effetto della notte e del flash,
e i mogani della porta d’ingresso mi riportano
alla mente i boschi dell’Irpinia, dove siamo stati
insieme al soriano dei nostri desideri.

Così è la memoria,
più visione che ricordo;
le palpebre si chiudono e le sfiora
un sonno chissà quanto lontano, forse
venuto a noi da un altro mondo a chiarirci un senso
pieno d’immagini, di me, di noi, quando eravamo
ancora uniti.




Stelvio Di Spigno è nato a Napoli nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2ed. accresciuta Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco (Manni, Lecce 2007) e la monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Vive a Gaeta. Collabora a Faronotizie.
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