6 poesie di Alfonso Maria Petrosino

La poetica di Alfonso Petrosino mi pare stia tra il postsperimentale con vaghi echi futuristi (e in questo senso c'è forse qualche somiglianza con Valerio Grutt) e un ironico postmoderno che rivela una notevole conoscenza della tradizione sagacemente sbeffeggiata ma con una rigorosa attenzione alle regole e alle rime (anche interne) e un uso magistrale degli enjambements e di molteplici figure retoriche. Questi testi sono tratti da Autostrada del sole in un giorno di eclisse (Edizioni OMP - FarePoesia): un libro ribollente (magari a volte gli effetti sono un po' sovrabbondanti ma la bravura dell'autore è tale che gli si perdona facilmente qualche eccesso) e briosamente intelligente perché toglie il velo a tanti aspetti della nostra quotidiana realtà – da leggere.


LA CINA SI AVVICINA

Il Presidente Ciampi ammaina
il tricolore e per ricordo
me lo consegna, ma sul bordo
c’è scritto Made in China.
E intanto una velina senza veli,
la mano destra sul seno sinistro,
in playback canta l’inno di Mameli
e l’onorevole Primo Ministro
all’orecchio mi dice senza peli
sulla lingua: “La Cina si avvicina.”

Versando lemon soda e gin
alla Gioconda di Da Vinci
le chiedo dove l’Est cominci,
ma lei dice: “Cin cin!”
Il giorno dopo, il thè con una ricca
ottuagenaria esule da Hong Kong
e una partita a tric e tac e cricca;
una fotografia di Mao Ze Dong
ci squadra dal comò di teak e ammicca,
come a dire: “La Cina si avvicina.”

Confondo il Götterdämmerung
con un’Apocalisse now
e il Tao tenendo al collo il tau
con yin e yang e Jung.
E faccio un sogno ricorrente e vago:
insieme a Giorgio sto nell’intestino
di un pollo – ma secondo lui è un drago;
prendo un laccio emostatico e il vaccino,
e stendo il braccio e lui mi fa con l’ago
un tatuaggio: La Cina si avvicina.

Un uomo ha appeso un dazebao
sul lato nord della Muraglia:
a chiare lettere si staglia
un ideogramma: CIAO!
con una splendida vernice nera.
Vado a mangiare insieme a lui e a Bruce Lee,
prendiamo gli involtini primavera
bucatini alla carbonara e muesli;
mangio il biscotto e il mio biglietto era:
“Amico mio, la Cina si avvicina.”


BIGLIETTO CON FIORI DI PLASTICA

a Pier Paola

Quando la mia pazzia mi spiazza,
quando mi sento solo e sottosuolo
e quando alla finestra l’usignolo
cinguetta un po’ di dodecafonia
e Mahler, male,
io vado dalla mia ragazza
che vive in via del tutto eccezionale.

E le porto un bouquet
di viole di plastica
che non appassirà
e facciamo quella cosa che
finisce per e
e inizia per a.

Ma prima alle pareti
per non essere indiscreti
mettiamo delle tavole di sughero.

E poi leggiamo un libro fatto solo
di pagine bianche,
bianche come un lenzuolo,
finché non mi ricordo e accorgo che anche
le lettere d’amore andranno al macero.


TUTTA COLPA DEI COMUNISTI

Ho deciso e sono serio,
dopo lunga riflessione,
che il mio solo desiderio
è di andare alla stazione

e pigliare al volo un treno,
ma davanti, e suicidarmi,
non piacendomi il veleno,
non avendo il porto d’armi.

Guardo i piedi della gente
che incontro in corso Cavour
canticchiando nella mente
Gaudeamus igitur.

Quando vedo la Minerva
con le braccia spalancate
mi domando a cosa serva
se post universitate

quella dea nessuno abbracci
preservandolo dal tedio.
Poi la guardo dritto in faccia
e le mostro il dito medio.

Non oblitero il biglietto
né verifico l’orario,
mi allontano un po’ e mi metto
di traverso su un binario

ed aspetto un paio di ore
in cui mi preparo la
scusa per il controllore
che vedrò nell’al di là.

Si avvicina un ubriacone
e interrompe i miei pensieri,
prende il vino nel cartone
ed un paio di bicchieri;

poi ne versa solo un po’,
finché sono mezzo pieni,
e dice: “Oggi non si può:
c’è lo sciopero dei treni.”


LA SECONDA SIGNORA PETROSINO

Be’, mi sveglio la mattina
e c’è un uomo accanto a me,
giù tua madre già cucina
una salsa all’anice
e tuo padre imbraccia le armi
come un ghibellino arterio.
Mi chiedi se voglio fermarmi,
amore, non puoi chiederlo sul serio.

Scopro che sulla Routard
c’è un elenco di film hot
tra cui la versione hard
della fredda Turandot
mentre un merlo fischia carmi
adattati per mélo.
Mi chiedi se voglio fermarmi,
amore, come puoi chiedermelo.

Tutti i giorni c’è il postino
ma per me non ha mai posta
e il becchino nel giardino
senza attendere risposta
mi fa incidere sui marmi
la città e il giorno in cui nacqui.
Mi chiedi se voglio fermarmi,
amore, ma chi mai si fermerà qui?

In salotto ho visto i quadri,
stampe di volatili,
quando sono entrati i ladri
li hanno abbandonati lì.
Quando suonano gli allarmi
è per puro caso random.
Mi chiedi se voglio fermarmi,
amore, dimmi che tu stai scherzando.

C’è la birra nella vasca
dove facevamo il bagno.
Ho un cappotto e nella tasca
mi si è trasferito un ragno.
Hanno preso i miei risparmi
e ora non ne voglio più.
Mi chiedi se voglio fermarmi,
amore, come puoi fermarti tu?


NELLA CANTINA DELLA CASA BIANCA

Nella cantina della Casa Bianca
ci sono molti puzzle senza pezzi:
un punching-ball e attrezzi di palestra
ed una bambola portafortuna,
il corpo intatto di un extraterrestre
e sassi provenienti dalla Luna
e imbalsamata una balena franca
e una fotografia di quella bianca.

Ci trovi un Golden Globe e un paio di Oscar
e fibre di carbonio e poliesteri,
l’elenco telefonico di Mosca,
lasciapassare degli Affari Esteri,
la penna dei trattati e l’uniposka
nero per non evidenziare ai posteri
i numeri di enormi conti in banca
ed una scheda elettorale bianca.

Nella cantina della Casa Bianca
ci sono bibbie senza il libro di Ester,
una videocassetta di Blockbuster,
probabilmente un vecchio western
apologia del generale Custer,
una cassa di whisky ed un winchester
a cui però il caricatore manca,
polvere nera e polverina bianca.

Spaghetti surgelati e carne kosher
e sedie elettriche e tori seduti
e la regina e il re di Bobby Fischer
e i suoi pedoni variamente astuti,
migliaia di bandiere a stelle e strisce
per le madri piangenti dei caduti,
e se l’esercito in battaglia arranca
una bandiera bianca.


ANGELICA CHE FUGGE

Leccagli il dorso e assumerai degli acidi
(le donne ormai sono soltanto un incipit)
e lascia pure che il ranocchio gracidi:
non basta un bacio a tramutarli in principi
e adesso un bacio è il massimo che dai

per ottenere invece cosa in cambio?
Non dico il sesso, so che cosa pensi,
il mio discorso adesso è ben più ampio;
tu eri un’eroina, in tutti i sensi,
e per te si curvavano i cucchiai.

Io ti ho inseguita a lungo e sono stanco:
ormai non mi diverte più la fuga.
Nella tua chioma un filo d’oro bianco
e accanto all’occhio timida una ruga;
Itaca quanto dista dal Catai?

Capisco l’amarezza, ma il rancore,
Angelica, potevi risparmiartelo
o mi dimostri che, fontane a parte,
drogate solo o magiche, l’amore
che finisce non è esistito mai.




Alfonso Maria Petrosino è nato a Salerno nel 1981 e si è laureato a Pavia in Filologia moderna; suoi testi sono apparsi sulle riviste Atelier, Poeti & poesia, L’immaginazione, il quotidiano La Repubblica e le antologie I poeti laureandi (Monboso editore, 2006), Nelle vene della terra (Premio Subway, Milano - Roma - Napoli, 2007), Oltrepoesia (Monboso editore, 2007) e Leggere variazioni di rotta - 20 poeti dal blog liberinversi (Le voci della luna, 2008). Autostrada del sole in un giorno di eclisse (Edizioni O.M.P. Farepoesia, 2008) è il suo primo libro.


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