Se avvenisse che un raggio non scisso (Anita T. Giuga)

«E tu? / Strofinavi la faccia contro i dubbi: / si vede il porto? / È lieto oggi il respiro? / Mi manchi quando ci sei»… si rivolge a un “tu” impellente e necessario la voce di Anita T. Giuga in queste poesie che si allugano in versi ritmati e scorreveli o si rattrapiscono in altri di poche sillabe: c'è dunque un movimento sostenuto anche da una significativa capacità metaforica a tratti giocosoamente ossimorica o kafkianamente visionaria (ergo inquieta).


I
Omero

Ecco Odisseus
Se il tuo destino è partire
Il mio piangerti
Filo che cuce e scuce e ci lega
Sutura di un sorriso:
ti scordo
ti rammento
ti scordo
Sotto il mare – dimmi – chi sogna?
Il mare è di lacrime

II
Leopardi - Freud
Tutto sapevo
O credevo
Tranne il cuore
E intona nella certezza un cielo che non vedo.
Per gli alienati una cura è la ragione…degli altri
Per tutti gli altri - l’una e l’altra cosa - è natura
Quella che scorgesti oltre la siepe
Il giorno che ti lasciai indietro

III
Pirandello
Il ragionato distacco
Delle mani
Dell’abbraccio
Un pianto dirotto
Le gramaglie del lutto
L’esplorazione di un letto
A metà diserto
La donna è mobile
L’uomo il tetto
Viene il crepuscolo – splende sospeso sull’ulivo -
Zoppica il fiato
La luce arretra
L’ombra avanza


Per voce sola

Assoli, scusate l’assonanza,
ma la distanza di luci e suoni concertati è breve.
Voi chi siete?
Pellegrini smarriti
o camminate soltanto?
Non odo risposte,
né tintinnii d’intelligenza
fuggite dunque da noie in-ter-mi-na-bi-li?
E dovrei temere le desolazioni della mia stessa eco!
Ad amarsi respira il confine,
confondiamoci allegramente
è già vita,
seppur rara.



Meditazioni sulla metafisica della presenza

Vedi, ero una stazione
Visitata da treni

A chi lo scambio
A quale sosta l’addio
A volte la meta
Altre sola la scia

Un indice contro il profilo
E l’ombra del rimpianto
A frantumare il binario dimenticato
L’ostia del risentimento per biglietto
E il cielo lontano, profondo e strano



QUOTIDIANA

I
Il giorno va e torna
lascia la luce indietro e procede verso il mattino
a questi odori di zagare e gente ammassata sulla costa ho consacrato contemplazioni
scelte di mezzo
non di mare né di terra.
Ma tu, che sacramenti all'immobilità il suo tedio
lava la lingua imbastardita nell'arsura dei meriggi
ingessàti di bianco e cenere,
nel sudore pungente che riga spasmi di polvere
nelle pigre mosche che ronzano Kant e Pessoa

II
Di quel che vedo:
dopo il corpo le ombre.
Acqua e sale per tutti i pasti brevi.
– Aspettare che la sera si faccia più morbida e potermici distendere;
augurare al vicino pensieri collinari per raccapezzarmi nel paesaggio di tutti e quattro gli occhi –
Un credo e il Pater degli infedeli,
con la farina di semola sulle dita a consumare il sole meridiano
e gerani
sul davanzale.
Ripetevo della nostra fortuna
- un'aspra consolazione per piedi frettolosi -
E tu?
Strofinavi la faccia contro i dubbi:
si vede il porto?
È lieto oggi il respiro?
Mi manchi quando ci sei

III
Ci sarà il tempo per stendere un velo
Sopra quegli occhi
Che già offuscati si stringono
E lasciare i pensieri ai passi che contano
Una numerazione impropria
Eppure sciolgono i nodi nel ritmo del cammino
Solo per dispari è permesso un respiro lungo
Una pausa nel lavorio dell’ombra
Un placido soccombere
Al viso sotto il velo
Non resta uguale né l’anima
Né la maschera


Salotto d’ombre


All’alba,
non è ancora l’alba, potrebbe…
se avvenisse che un raggio non scisso,
si frantumasse sulla pelle arlecchina (!?)
Il bacio della notte sotto i riflettori
È già sfavillante falò di vanità
Oscura il sole latitante e riscalda
Di fuochi artificiali.
Dimmi del tempo: è bello? Tossisce?
Di me non ti curare.
Dalla grata della mia finestra raggiungo abbastanza;
È già troppo vero guardare al di qua, dentro il cortile dei frutti caduti.
La notte alle porte, i palmi annaspanti, la quiete apparente.
Non vuoi parlarmi, suggerirmi un pasto di frivolezze, di minuzie?
Lo so, lo so, va da sé che scuci e ricuci possibilità di pace.
Voltati, a sera sincerità non rischia molestie.
Ieri era solo un salotto, un salotto d’ombre.

***

Sacro e presto
Sacro purché non mio
Sarò
così straparlando vi guardo guarendo
Nel senso della poesia
Vago alimentando l’io



E se nell’aldilà

E se nell’aldilà, appena defunti,
fosse tutto uguale a prima.
Con la sola differenza che non moriremo più.
E se ritrovassimo strade e palazzi,
la nostra porta di casa e il nostro letto,
il bucato da fare e la spesa da comprare.
E se nell’aldilà, gli stessi rancori e livori, gli abbandoni e gli amori disordinati,
la luce fredda di gennaio e il crepuscolo sulle foglie dell’olivo, non fossero che più lenti…
Ruote che girano su se stesse.
E se nell’aldilà ci fosse la disoccupazione e la cassa integrazione.
Se il corpo invecchiasse indefinitamente?
Certo non ci sarebbe il lutto, ma le liti con tua madre e tuo padre,
il capo ufficio, il panettiere che pesa un po’di più la sua merce…
quelle cose continuerebbero ad accadere.
La malattia che di sorpresa ti dimostra che ci si può fermare e capire, quella no, non più.
Ma poi il vicino tiene lo stereo troppo alto, e ad una promessa segue uno svogliato rimando.
E se le tue ossa facessero ancora male per l’umidità e chi dice “vado” non tornasse indietro.
Se fosse proprio tutto come adesso, nel tuo presente, nell’imminenza dell’attesa…
Come vivresti l’ora, il tuo destino, il giorno eterno e il suo risveglio?



Anita T. Giuga è critico d’arte, indipendent curator, insegnante di Teoria della percezione e Psicologia della forma; organizzatrice di eventi di promozione artistica e letteraria, sta attualmente collaborando con il dipartimento di Estetica presso l'ateneo siracusano. Ha partecipato con docenze e seminari alle attività del dipartimento di Psicologia dell’Arte del DAMS di Bologna e ha insegnato all’ABA di Bologna. Dopo aver vinto diversi premi minori di poesia e prosa poetica (Fara Editore ed. 2007) ha pubblicato il romanzo Il padre manca per la A & B Editrice, insieme a Egidio Cacciola.

http://tania-giuga.neurona.it
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