Le rotelle procedono affiancate (Alessandra Paganardi)


«… Un ago dentro il giorno, / una cruna di vento ad infilare / il buio custodito nei mattini…»; «La radio era una grande rana scura…»: versi sobri e calati nella storia, nella realtà, fanno parlare “lombardamente” le cose ravvivandole con una luce chiaroscurale, che dà profondità e rivela lati nascosti.
Fose Luca Ariano e Luca Benassi non sono troppo lontano da questo approccio alla poesia.


L’OMBRA DELLA SERA (1)

La chiamavano l’ombra della sera
nella terra di tufo e di metallo
dai volti isosceli. Un ago dentro il giorno,
una cruna di vento ad infilare
il buio custodito nei mattini. Una persiana
calata sulla luce in verticale
con la fessura sempre più sottile.
Un ipogeo del tempo. L’ho sentita
scorrere in una donna lunga e altera
con due valigie lievi sul vinile
del pavimento in metropolitana.
I suoi fianchi, una clessidra ad otto
bislungo come in computisteria
dove scendeva calda, senza notte
la sabbia ignota di un’isola lontana.

Testo finalista al concorso Poesia di strada, Macerata, 2007


(1) È il nome dato da Gabriele D’Annunzio alla statuetta etrusca lunga e sottile, conservata nel museo di Volterra, ai cui scavi il poeta partecipò come osservatore.



PASSEGGIATA

Le rotelle procedono affiancate
- sembrano passeggini gemellari –
parlottano ridendo le badanti
natiche in aria quasi da mangiare
denti fin troppo bianchi per le loro
pupille scure. Passano serrate
nei jeans presi al mercato del quartiere
sgranano l’esperanto del lavoro
e dei piedi nervosi. Solamente
stanno mute la vecchia e la poppante
un bavaglio diverso su ogni gola
nessuna traduzione pertinente
fra rosa di confetto e bianco avorio -
a fianco a fianco oriente ed occidente
sullo stesso binario provvisorio.

(Secondo premio “Agostino Venanzio Reali” 2006)


10 GIUGNO 1940

La radio era una grande rana scura
che gracchiava la storia. Tu ascoltavi
le sue pause, i silenzi, la mattina
di quella primavera senza estate.

Immaginavi il dito alzato, il sopracciglio
di paura, erano tutti fuori –
uomini ad inventare cieli accesi,
bambini che giocavano ai soldati.

Tu comperavi uova, riso e pane
donna che non sapevi buio e strade
e all’improvviso erano tutti spenti
come in un film veloce senza voce.

Ti sembrava la foto color sabbia
di quel vecchio raduno di coscritti
dove ogni anno c’era un volto di meno
e un sorriso più altrove.

Ti sembrava una montagna ferita
dalle cave, il brutto odore di quel marmo
strappato alla sua pancia per calare
piccoli blocchi freddi. La stagione
correva, non potevi più fermarla
come le bianche barche di cartone
nel canale da piccola.
Guardarle
passare il ponte e perderle di vista,
chiederti dove andassero a finire –
averle costruite solamente
per non saperlo mai.

(Testo vincitore del premio “San Domenichino”, 2007)

Alessandra Paganardi, nata a Milano nel 1963, vive, insegna e scrive a Milano. L’ultima raccolta di poesia edita, Ospite che verrai, Joker edizioni, Novi Ligure 2005, è stata recentemente ristampata. Sono in corso di pubblicazione la raccolta Tempo reale, Novi Ligure, e la plaquette Vedute, Empoli. Ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi letterari, fra cui i primi premi “San Domenichino Città di Massa” 2007 per la poesia, Gozzano 2007 per la narrativa, e numerose segnalazioni di merito. Ha pubblicato la raccolta di saggi critici Lo sguardo dello stupore: lettura di cinque poeti contemporanei, Viennepierre edizioni, 2005. Ha al suo attivo la pubblicazione di singoli testi poetici ed interventi critici su varie riviste e siti web. È redattrice della rivista di poesia, arte e filosofia «La mosca di Milano».
0