I Mirmidoni (Federico Italiano)


Federico Italiano mi pare in questa opera proporsi come valido e convincente sodale di quella famiglia virtuale (se mi si consente il termine) di poeti in cui annovero senz'altro Alessandro Rivali e Davide Brullo e che mi piace definire “neoepica”. In loro non solo gli eventi ma il tempo stesso diventano simbolici, allegorici, parabolici; il linguaggio ha una misura storica, il racconto trasfigura l'attualità e in qualche modo la forgia oltre l'usura dei giorni, il messaggio è affabulante e impegnativo al tempo stesso, le immagini diventano visioni, il tempo oscilla dando una sensazione di universalità anche a dettagli minimi… Ma meglio di me dice del Nostro Davide Brullo:

”È difficile trovare in Italia un poeta più consapevole e più shakespeariano di FEDERICO ITALIANO (1976). Il quale, a dispetto del cognome, è scrittore apolide, che si nutre di molteplici tradizioni letterarie. Questione di biografia, forse. Il Nostro abita a Monaco di Baviera da circa un lustro e si occupa “professionalmente” di traduzione. Il suo sforzo, condensato in un numero monografico della rivista Atelier dedicato alla Giovane poesia europea (n. 30, giugno 2003), si muove agilmente tra almeno quattro lingue: egli ha dato versioni di poeti inglesi (Elizabeth Bishop), tedeschi (Durs Grünbein, Michael Krüger e Lutz Seiler), spagnoli (Vicente Aleixandre) e francesi (Philippe Soupault). Si diceva di una lirica shakespeariana. Provare per credere: Italiano, cosa rarissima nel Belpaese, è poeta che tiene la misura lunga, e anche lunghissima, con facilità spaesante. Ed è, soprattutto, poeta che crea la vita, che crea uomini a tutto tondo, pieni e sfaccettati, e storie romanzesche. Accade così che nel saggio d’esordio Nella costanza (Edizioni Atelier, 2003) e nel poemetto I mirmidoni (Il Faggio, 2006), porzione di una scintillante raccolta in itinere, oltre ai magisteri di Seamus Heaney, di Josif Brodskij e di W.H. Auden, si senta il riflusso di un Vladimir Nabokov e di un Henry James. Il Nostro è anche capace articolista di «Alias», supplemento culturale del «Manifesto», e di «Nuovi Argomenti».“ (D.B.)


(da I Mirmidoni, con nove disegni di Andrea Boyer, Il Faggio, 2006).


E intanto i loro cavalli brucavano il prezzemolo selvatico
che cresceva robusto tra le lastre del cortile
sotto i tavolini. Avevano
deposto gli archi dai corni di capro,
le gaudenti antenne dei monti,
alle vetrate del museo.
Le gambiere inutilizzate luccicavano al sole d’ottobre,
obliquo sulla Glittoteca del Klenze.
Ginocchiere e fucili, mortaretti e cinturoni,
spade scintillanti dall’elsa celtica
e scudi con riproduzioni di Bosch e Vermeer
occupavano numerati i guardaroba all’entrata.
Gli eroi riposavano ai tavolini, con i Ray-Ban
di Cousteau e i Rolex cinesi. Discutevano
dell’attesa, i Mirmidoni dalle giacche di velluto,
della pax monacensis. L’inverno s’avvicinava
e non li avrebbe riscaldati
il sangue di Ilio sacra.
Alcuni si erano dati alla catalogazione,
altri giocavano a scacchi
e Maerten, figlio di Roman dai bei capelli,
studiava sui fogli della Zeit
l’assalto quadrettato.
Attendevano chi li avrebbe riscossi dall’ozio.

L’argentino Rosenstolz, custode d’origine ebraica,
per un quarto italiano, così parlò nella pausa-caffè,
presso le tende dei Mirmidoni:
«Non ce la faccio più coi turni la notte.
Ogni tanto converso con mia figlia
al telefono, prima che si addormenti.
Spengo e riaccendo le telecamere,
così, per un brivido risolutore
o memorizzo le didascalie di ogni singolo coccio.
Ah, come spossa ‘sta solitudine da guardiano,
che ci chiamino cani e la finiscano lì.
Curarsi è fondamentale:
non m’impomato i capelli per le statue e il vasellame,
ma per una sensazione di pulizia,
d’ordine, che mi sorregge.
Qui si attende e la speranza è un atletico Lupin
che ci sfidi alla giostra del crimine.
Nella veglia notturna,
l’esser ben rasato, la cravatta
rigorosa e i capelli avviati t’infondono sicurezza.
Ieri stavo a casa, sul divanetto di fustagno beige,
una tazza di buon caffè italiano con latte bavaro
(mi tratto bene, compro sempre
la confezione da 250 g. di Illy,
in un Feinkostladen del centro; è cara,
ma mi sento un signore
quando esco dal negozio). Guardavo la tele
e dalla centrifuga dello zapping
salta fuori la grassona dei tarocchi
(che anche qui si facciano ingabolare? Pensai).
Schermata gialla, fiori di plastica a coprirle i gomiti,
un fondo stellare, luccicante, intermittente
con Andromeda in caratteri gotici.
Apre la boccuccia, una ciliegia in un pallone aerostatico
– cosa volete dalla vita, cari telespettatori?
Ed io (quasi le scaravento la tazza
sul faccione) penso a mia figlia
all’ultima volta che mi ha abbracciato, giocando
coi lobi stanchi delle mie sventole,
dicendomi che mi vuole bene. Non ci crederai,
ma dopo pochi minuti
suonano alla porta e chi ti vedo?
Proprio lei, con un sacchetto del Nordsee
(lo conosci, nevvero? Un fast-food a base di pesce)
due baguette con merluzzo e Bismarckhering alla cipolla,
una porzione di fish & chips e due pepsi.
Ma non solo. Un maglione dolce vita, mi ha portato,
grigio scuro, come piace a me,
da infilare sotto le giacche per risparmiare
in camicie ed essere comunque in ordine.
Mi disse – papi, non ti preoccupare,
ti ridaranno prima o poi il turno fisso di giorno».

Altrove infuriava la battaglia.
Rosenstolz, il custode dalle cravatte cobalto,
tornò nelle sue stanze
e Maerten ordinò la pils pomeridiana.
«Hai letto l’articolo dello Spiegel sull’ambra?
Che roba! Due paleontologi tedeschi
hanno beccato un geco,
tutta una testa ben conservata. Un buon pezzo,
più grande di un pugno. Resina pietrificata,
un indurimento di milioni di anni».
«E qui torna il Baltico. Non ti dicevo che lì girano
forze strane, un magnetismo raro?».
«Quell’arcipelago di ubriaconi era sede
di una foresta subtropicale nell’era dell’Eocene
e le secrezioni d’alberi infiniti
costrinsero alla conservazione eterna
miriadi di insetti. A volte, a impasticciarsi,
erano pure piccoli rettili o anfibi:
quel geco, ‘orca l’oca, ha quasi 40 milioni d’anni».
«Sì, ho visto anche le foto, cazzo che roba!».
«A proposito, questa è la miglior pils che ci sia:
sai che hanno vinto il processo
contro gli americani?» «Meno male, almeno quello.
Ora solo la Budweiser ceca può chiamarsi così,
quella americana solo Bud».
«Trans Suionas aliud mare, pigrum… come continua?
Pigrum ac propre immotu. Chi è?»
«Tacito. Guarda che l’ho letto anch’io».
«Diede anche lui notizia dell’ambra – o gleso,
come la chiamavano gli Estii, veneratori
della madre degli dèi. La raccoglievano
nei fondali o sulla riva e stupivano del prezzo
a cui la potevano rivendere.
Sul fatto che fosse una resina vegetale, il vecchio
annalista, c’aveva azzeccato.
Ne aveva sentito parlare da commercianti
che la portavano in Italia
attraverso la via del Brennero. Qui dietro».



Federico Italiano
(Novara, 1976), poeta, saggista e traduttore, vive da alcuni anni a Monaco di Baviera. È redattore di «Atelier» e collabora con diversi periodici italiani, tra cui «Alias» supplemento de “il manifesto”». Ha tradotto, tra gli altri, Vicente Aleixandre, Elizabeth Bishop, Michael Krüger, Lutz Seiler, Philippe Soupault e Durs Grünbein. Sue poesie sono apparse in varie riviste e antologie. Ha pubblicato il volume di poesie Nella costanza (Edizioni Atelier, 2003) e il poemetto in tre tempi I Mirmidoni (con nove disegni di Andrea Boyer, Il Faggio, 2006).
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