Kapuscinski, giornalista narratore (di Andrea Parato)

È morto Ryszard Kapuscinski.
Con queste tre parole lo vorrei ricordare: giornalista, reporter e scrittore.
Giornalista, perché ha portato avanti per tutta la vita il mestiere artigianale del raccontare la cronaca del mondo con stile asciutto e puntuale. Giornalista dall’etica schietta e pulita. Nei miei appunti di teoria del giornalismo ho riportato tante volte la sua frase: “il cinico non è adatto a questo mestiere”. Ed era forse l’ultimo a crederci fino in fondo.
Reporter, perché amava vagare e perdersi nelle profondità del mondo per poi farne emergere tesori rari, racconti di vita inattesa. In un legame ideale tra i regni e le periferie dell’ “impero”, chiedeva curioso, toccava, scrutava con occhi mobili e con mente lucida.
Scrittore, perché è riuscito tante volte a riordinare gli appunti, ad assemblare i fogli sparsi, a rimettere in fila voci sino a rimettere assieme quei pezzi di cronaca in storie così composte nella loro drammaticità, così dolci nelle sfumature del ricordo. È riuscito a fare amare la complessità delle terre d’Africa in Ebano, a fare presentire il disfacimento e la grandezza della madre Russia in Imperium persino a me, che di quelle terre non conosco nulla.

L’ho incontrato anni fa mentre concludevo gli studi universitari, in una sfarzosa sala dell’ateneo di Bologna. Lui doveva ricevere un qualche premio letterario. Piccolo uomo, in mezzo a marmi e stucchi, per nulla impressionato. E non tanto perché fosse abituato a stare in mezzo allo sfarzo, quanto per una consolidata abitudine a incuriosirsi di tutto il mondo circostante, senza preconcetti. Mi disse che prima di tutto il buon reporter deve essere consapevole di sé: che dovrà viaggiare, che dovrà sacrificarsi, che dovrà testimoniare. Ma è ancora possibile, nell’epoca delle notizie che viaggiano sul filo e degli inviati che rimangono in hotel? Certo, mi rispose.
Lui che a venticinque anni aveva lasciato la Polonia e aveva letteralmente iniziato a vagabondare per il mondo. E così Africa, Sudamerica, Asia, in un vorticoso susseguirsi di vicende. Quando gli organizzatori di convegni cercavano di contattarlo, la risposta che spesso si sentivano dire era: “È da qualche parte in Patagonia”, “L’ultima volta che lo abbiamo sentito era a Zanzibar. In effetti non abbiamo sue notizie da qualche giorno”, oppure “Lo abbiamo lasciato che stava cercando di superare il confine di un regno in dittatura”.
Nel posto giusto al momento giusto: frutto di una attesa e di una convivenza mimetica nei paesi. E di un fiuto giornalistico, di una sensibilità che gli faceva cogliere, nelle minime occasioni della vita, il Fatto.

Erodoto moderno, un po’ cronista un po’ narratore, lo voglio immaginare così, mentre attraversa l’Africa su un pullman colmo di gente dai vestiti colorati, mentre guarda la steppa da un treno siberiano, mentre trova il filo rosso del fatto anche in stanze vuote, in luoghi sconosciuti. Anche in una piccola sala di Bologna.


Semiotico, esperto del mondo della comunicazione, Andrea Parato ha pubblicato vari articoli e saggi e le sillogi Da luoghi intravisti, Il nostro esilio quotidiano e La terapia del dolore. Altro post dell'autore qui

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