giovedì 16 luglio 2026

Un tocco lieve, incisivo, affidato

recensione di Gianni Marcantoni


Alessandro Ramberti cattura l'attenzione del lettore proponendo versi leali, nitidi, diretti, al contempo intimi, quasi sussurrati, come avviene nella sua nuova silloge Chiamami, attraverso un uso delle parole fortemente sentito, curato ed essenziale “(sì sono imprescindibili in questa situazione le parole ma ti prometto di non usarne molte benché chissà forse sono già troppe)”. Questo verso, a mio avviso emblematico, sembra subito evocare l'intero sentire poetico dell'autore, intriso di profondità, in cui l'uso delle parole include già il rischio che si corre nell'immergere una mano nell'acqua limpida con la possibilità di agitare il fondale sollevando la sabbia e intorbidendo quell'acqua trasparente. Allora il tocco del poeta deve essere leggero, il tocco dell'anima deve sempre risultare lieve ma allo stesso tempo incisivo, per saper giungere al fulcro dell'esistenza-essenzialità umana. La ricercatezza del linguaggio, l'attenzione che ne emerge, impongono numerose riflessioni sui temi della solitudine, delle ombre, delle ferite dell'anima, dello svuotare e del riempire, forse uno spazio, forse un sentimento, oppure “quel vuoto in cui è scaduta la vita” - come ci ricorda Alessandro - ma anche sulla sete, o meglio sulla necessità di amore/di amare, come irrinunciabile ricerca della fede, della luce, sia interiore, intesa come senso di pace, di dolcezza-tenerezza, sia esteriore, ossia con un occhio rivolto alla realtà circostante, piena delle sue insidie, al fine di trovare una guida, una direzione in mezzo al caos del mondo. Anche il tema della pazienza viene evocato tracciando le traiettorie percorribili dell'individuo, la pazienza che conduce ognuno al senso del possibile, al raggiungimento di un'armonia, quella che sembra allo stesso modo affiorare dall'intensa tessitura di queste liriche. I versi diventano “fiumi al di sotto del livello del mare morendo nell'abisso dove tutto si cristallizza e ti fa galleggiare”. Questo è il tutto che la poesia può infondere e instillare, la sensazione di galleggiare in sospensione tra spiritualità, materia e abisso, ma anche di affidarsi là dove non è possibile trovare una sponda sicura, un confine ben delineato partendo da un ascolto, o da un sussulto interiore, fino a captare quei segnali sublimi, le vibrazioni percepibili che gravitano nell'atmosfera. La poesia nasce forse dalla presa di coscienza delle falle che vivono dentro ognuno e dunque dallo scaturire di una voce che evoca una rinascita, un fondo solido sopra cui si genera la spinta che solleva il proprio cuore alla potenza invasiva ed estensiva della vita. Nel “chiamare” sembra quindi esserci una presenza vicina, anche fraterna, che non ci lascia soli, nonostante le più profonde insicurezze e inquietudini.

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