sabato 21 febbraio 2026

L’insonorizzazione e la damnatio memoriae come strumenti comunicativi del modernismo italiano

 

L’insonorizzazione e la damnatio memoriae come strumenti comunicativi del modernismo italiano







La strategia comunicativa del modernismo italiano si fonda sull’insonorizzazione e sulla damnatio memoriae dell’artista marginale. Il regime Mondazzoli, con trust acclusi, organizza la distribuzione nazionale dei volumi, in maniera che, in criminologia, definiremmo camorristica, come morra cattiva, ca-morra, considerazione esclusiva dell’amico dell’amico dell’amico (amico Rubik) e esclusione della considerazione del nemico, secondo la tattica schmittiana dell’amico/nemico, dotazione della critica modernista italiana («[...] Der spezifische politische Unterschied, auf den sich politische Handlungen und Motive zurückführen lassen, ist der Unterschied von Freund und Feind [...]» in Der Begriff des Politischen [1932, 26]). Questo è il meccanismo di funzionamento, esemplificativo, del mediocre lit-blog Nazione Indiana, e si estende alle riviste di regime, come Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier, dove impera la norma amico dell’amico dell’amico, in grado di inserire il fascicolo dell’artista sotto i fascicoli in attesa (dominazione del boreau). Fascicoli, fascistucoli, fasci in fasce, creatori di una burocrazia oclocratica letteraria. Il tardomodernismo mira all’aristocrazia, disprezzando la democrazia dell’Amplifon e rinunciando alla democrazia lirica della neoN-Avanguardia: il tardomodernista, lontano da «in migliaia a strillare, a ritmo, come mongoli dell’Orda d’Oro» (autocit. La democrazia dell’Amplifon, in Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni [1915,9]), continua a scrivere, disinteressandosi di un lettore disinteressato e di un addetto ai lavori camorrista («Devo, causa mestiere, leggere altri testi. Però se Milo De Angelis o Valerio Magrelli mi mandassero le loro nuove sillogi, finirebbero davanti a tutti» (anticipazione, con campione approssimativo di 1087 risposte, alla mia ricerca di sociologia dell’arte sul disinteresse dell’addetto ai lavori nei confronti della novità letteraria). Il tardomodernismo scrive a favore dei postumi. I morti viventi/vivi morenti, in socio/antropologia, «uomo comune» (habitus di Bourdieu o «[...] An ordinary human being embedded in symbolic webs [...]» [C. Geertz in The Interpretation of Cultures [1973, 5]) interessano al tardomodernista come destinatari di Erziehung o ostensive-inferential process, cioè come destinatari di rieducazione sociale o di riattivazione dell’inferenza del messaggio: il 99% dei coabitanti internazionali è destinato a una vita trascorsa senza capire niente, e noi ce ne freghiamo, I don’t care (autotrad. autocit. «Da un ventennio, circa, è tornato di moda il motto “Me ne frego”,/ mandrie di decerebrati stitici, tutti, alla ricerca della rehabilitierung dell’ego,/ mattoncino su mattoncino, con la camicia nera dell’ignoranza a organizzare raid,/ con l’esito di finir stecchiti, basta un morso di zanzara, sul lettino di Freud» (La malattia invettiva, 2018, 32). La differenza tra ogni ridicolo movimento Peace and Love, del XXI, e il tardomodernismo è I don’t care, da interpretare con sottile, feroce, ironia: non c’è σαρκάζειν, nessun morso alle carni, come un cane cinico (origini della NeoN-avanguardia), c’è Εἰρωνεία (dissimulazione orientata all’Erziehung o ostensive-inferential process), molto feroce. L’ironia (dissimulazione mediante la tecnica del "dedoublement de Man")  molto feroce non è sarcasmo. Il tardomodernismo è filosofia della πρᾶξις: l’actio materialis ha rilievo giuridico (l’effetto nel mondo); l’actio moralis ha rilievo etico (l’intenzione) [Grozio e Pufendorf]. L’attività hijacking del movimento ha valore di actio materialis; l’attività letteraria del movimento ha valore di actio moralis. L’actio moralis, del movimento letterario e l’actio materialis del movimento militante hijacking, nel c-a-t-e-g-o-r-i-c-o rispetto della legge, agiscono come un contrattacco behavioral change alle contro-strategie della struttura consumistica della recuperation (attraverso il labelling approach del disforme). Superato il modernismo di Debord (An Introduction to the Situationists, 1970, 10 di J. D. Matthews) sono significativi Tom Trevor («[....] Recuperation is the process by which the mainstream takes a radical idea and repackages it as a safe commodity for consumer society [...]» [Who’s Recuperating Who? Concept Store #3: Art, Activism and Recuperation, 2010, 10-15]») e Doyle Perdue («[...] Recuperation ensures the survival of modern capitalism; it refers to the general process by which capitalism recovers that which opposes it and assimilates it into the spectacle [...]» [Recuperation and the Spectacle, 2012,79]) sulla nozione debordiana della recuperation della struttura del neo-consumismo. La strategia di contrattacco è la behavioral change, introdotta da Debord e implementata da studi, meno anacronistici, di S. Michie, M. M. van Stralen, R. West: «[...] The behaviour change wheel: a new method for characterising and designing behaviour change interventions [...], in Implementation Science, 2011, 6, 42; o il concetto di nudge, derivato dalla choice architecture di R. H. Thaler, C. R. Sunstein, Nudge: Improving Decisions About Health, Wealth, and Happiness [2018], «[...] A nudge, as we will use the term, is any aspect of the choice architecture that alters people’s behavior in a predictable way without forbidding any options or significantly changing their economic incentives [....]» [6]; e, infine, D. Kwasnicka, S.U. Dombrowski, M. White, F. Sniehotta, Theoretical explanations for maintenance of behaviour change: a systematic review of behaviour theories in Health Psychology Review, 10(3), « [...] Behaviour change interventions are effective in supporting individuals in achieving temporary behaviour change. Behaviour change maintenance, however, is rarely attained [....]» (277). La filosofia contemporanea, ad eccezione di marginali come Fisher (Capitalist Realism: Is There No Alternative?, 2009), Oviedo (Recuperation as Decolonial Practice, 2022), Andreas Reckwitz (Die Gesellschaft der Singularitäten, 2017) è assente dalla discussione sul neo-consumismo, attenzionato dal dibattito modernista di Debord, Adorno/Horkheimer e Baudrillard (col rischio che le «voci» di dissenso siano insonorizzate in ogni area del mondo); in Italia esistono analisi simili, in autori minori, vicini alla sociologia, come Sassatelli, Dal Maso, Ravizza, Mortara, Petrini, Berardi, Motterlini, Abruzzese et alia. Il neo-consumismo dei Meridiani Mondazzoli e delle collane distributive connesse, come esempio indiscutibile, insonorizzano i maggiori artisti italiani, e inseriscono Consolo, Celati, De Angelis, Buffoni, Conte, De Signoribus, Viviani, Lamarque, Leardini, Calabrò, Pontiggia (?), Genti, Ramat, Magrelli, Michela Miti, i soliti settuagenari e/o sconosciuti, con la compensazione (camorristica, secondo schemi criminologici consolidati) di curiali/curialini nella collana Bianca Einaudi. Mi scrive un mito come Gianni Priano: «Cominciamo con il dire che quello che ti prendi è un plauso e mica un plausetto, un plausino ma un plauso-plauso. Noi non ci conosciamo, mi hai mandato il PDF di Kolektivne Nseae, tutto maiuscolo, però. Non come l'ho scritto io [...] Madonna. Te sei uno che trabocca, come quando traboccano i vasi, quelli dei gerani e quelli sanguigni. Hai mille cose da dire e non ti ferma nessuno. Sti’ lettori, critici, italianisti, cattedratici disabituati all'ascolto ti prendono la pelle. Siccome vali molto il fatto che passino e vadano ti fa imbestialire. Anche se, a un certo punto, dici: alt. E fai entrare nella questione due ballerini salvavita, un ballerino e una ballerina: il surrealismo e l'ironia. Surrealismo forse non è il nome giusto, è un nomignolo. Invece ironia il suo nome è proprio questo qui. Sei critico, sei poeta. Dentro hai un fanciullino gigante. C'è chi ha l'io gigante. Tu hai gigante il fanciullino. Sei un uomo- scrittura. Mi fai un po' venire in mente Manganelli ma forse Manganelli non c'entra niente. Caro Ivan, te, secondo me, qualcuno ti adora, qualcuno ti rispetta e a molti sei antipatico. Perchè sai troppe cose. La gente non sopporta chi sa le cose che loro non sanno. Dice la gente: te la tiri. Dice la gente: e basta. Oppure: taglia. Ma questa insofferenza mica viene da Mimì Metallurgico, macché. Viene dai prof, a partire dalle medie fino all'università. E viene dai linguisti. E qualche volta anche dagli scrittori, poeti o narratori scegli tu. Sarà dura, Ivan. Non perché hai pochi numeri. Di numeri ne hai mille. Ma portarseli addosso, tutti questi numeri è una sudataccia». Questa è una medaglia, comunicatami da un grande artista, che ripaga, senza citazioni o iper-citazioni, insonorizzazione e marginalizzazione dell’artista italiano, non colluso con Mondazzoli. Ipse dixit (αὐτὸς ἔφα) (אָמַר רַבִּי). 

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