Il richiamo dell’amore

Quasi una recensione a Enchiridion celeste di Alessandro Ramberti


di Gianpaolo Anderlini



Non è facile commentare Enchiridion celeste, la nuova raccolta poetica di Alessandro Ramberti.

È un libro impegnativo.

Dai molti volti.

Dalle molte tensioni e dai molti silenzi.

Che non ti lascia scampo e che ti chiede di leggerlo e rileggerlo di nuovo per trovare, di volta in volta, un sentiero, una strada, un riflesso, un’eco, un’immagine, un sussulto.

Di terra o di cielo.


Inizio a dire e poi ritorno a leggere e le certezze si fanno cocci che provo a ricomporre e che, nel ricomporli, generano sempre vasi diversi.

Rileggo ancora una volta e mi ritrovo a un bivio.

Percorrerò, allora, queste due vie (una di terra e una di cielo) per provare a dire ciò che hanno fatto risuonare ed esplodere in me le parole di Alessandro. Dico esplodere (anche se oggi si dovrebbe provare a pacificare il linguaggio) perché i pensieri, le consonanze e le dissonanze, gli inviti a chiudere gli occhi, a guardare altrove e a traguardare oltre, si moltiplicano parola dopo parola, verso dopo verso, poesia dopo poesia, pagina dopo pagina e si fanno testo, contesto, metatesto e paratesto, forse in continuità con il pensiero dell’Autore forse completamente altri ma non per questo traditori o irriverenti.

Difendo, allora, i diritti del lettore (oltre Pennac), la sua attanza ed il suo sguardo che scruta tra lo scritto e il non scritto, tra il detto e il non detto, tra il pertinente e il non pertinente, tra l’ascolto e la riscrittura, tra il plagio e la rivelazione.

Eccomi!

Lector in fabula (direbbe Eco)!


Giunto al bivio interpretativo, m’incammino per la prima via: la via della domanda (inespressa e soggiacente).

Cos’è la vita?

È l’elogio dell’imperfezione perché Dio può essere con noi e agire in noi e tramite noi solo se, balbuzienti come Mosè, sappiamo come lui arrenderci al Fuoco che lo ha richiamato


a sé stesso al suo popolo

a diventarne guida

sapendosi imperfetto

(“Non son venuto a mettere pace…”, p. 11).


L’imperfezione assieme alla fragilità è la cifra dell’umano. 

Tutti, nessuno escluso, cadiamo e (forse) ci rialziamo. Siamo di carne e di spirito, ma senza la debolezza della carne non siamo nulla, solo un soffio inconsistente che evapora e vola via. 

Cos’altro è o può essere la nostra umanità?


La nostra pesantezza

i nostri errori sono

il baricentro, il basso


continuo dell’umano

la cassa che dà un timbro

diremmo il dienneà


la silhouette concreta

del lato spirituale

che senza carne evapora.

(Umanità, p. 15)



È essere-con (mit-sein) per essere-nel-mondo-con (mit-da-sein) in un gioco di corrispondenze, del rispondere insieme a domande diverse o poste in consonanza per camminare faccia a faccia anche separati o distanti ma sempre uniti per darsi, o meglio: per consegnarsi, in qualche modo (non importa quale), l’uno all’altro:


Consuonami se vuoi

ci accoglie un firmamento

di stimoli e sussulti


non sai che la bellezza

si dispiega-rifulge

se c’è una dedizione?

(Corrispondenze, p. 17)


E che cos’è dedizione se non arrendersi e consegnarsi all’altro, disarmati e nudi?


È l’umano che si trasumana.

Se siamo “una parabola/ vivente del divino” (p. 16) dobbiamo imparare insieme a trasfigurarci per togliere le scorze che ci nascondono a noi stessi, all’altro e alla Luce della Grazia che “ci alleggerisce e libera” (p. 20). 

Il trasumanare dantesco e pasoliniano si fa ascesi e ascesa non tanto spirituale quanto di adesione a Colui che ha trasumanato l’umano perché ha abbassato definitivamente il divino. Possiamo, allora, alzare gli occhi al cielo perché davvero Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Allora. Oggi. Per sempre.


È la radice che ci porta altrove e che ci consente di vivere, passo dopo passo, l’incanto del creato, la gioia dell’incontro, la sorpresa di ciò che si rivela ai nostri occhi e al nostro cuore, la gioia di camminare al di là del limite e di impregnarci di celeste:


Abbiamo noi uomini radici

più mobili nelle nostre piante

possiamo nutrirci in più terreni


ricevere linfe a latitudini

diverse e incrociare ad ogni svolta

i volti più insoliti le essenze


più rare – […]

(Albero dolomitico, p. 36)



Ma è anche grido. Disperazione confusa. Speranza cieca. La terra è devastata ma non risuona ancora in noi il suo dolore perché siamo sordi, ciechi, muti e incapaci di gridare lo stesso grido di dolore e di devastazione che ci accompagna inascoltato:


È un’illusione il fuoco

che vibra nelle lacrime?

La griglia del pensiero


non si deturpa a Buča

o in altri luoghi oppressi

torturati? Chi dà


un minimo di ascolto

alla tensione intima

che grida come agnello?

(Barcollamenti, 48-49)


A volte è il nostro grido a perdersi, sfuocato e senza forza, come se la terra devastata e il mondo violentato non ci aprissero alla consapevolezza ma ci relegassero in una terra di mezzo in cui ci riscopriamo monadi chiuse nella nostra bolla di vetro da cui forse vediamo ma non udiamo e di certo non ascoltiamo. È, allora, la parola del Poeta, che non vuole farsi profeta di sventura ma pungolo che non tace, a richiamarci al compito a cui non possiamo sottrarci.


C’è qualcuno che ascolta i miei pensieri?

Sono giorni che provo a farmi udire

ma come il mondo fuori violentato


sfruttato nelle sue risorse umane e

naturali non ho che ciò che resta

un grido fioco un sussulto esiziale.


Ci siete? C’è qualcuno che può darmi

un segno di presenza di sostegno?

Vi prego diamo un’anima al futuro.

(Macerie, p. 42)


La seconda via abbandona i cammini tracciati e segue tracce, orme, indizi.

Perché Enchiridion celeste?

Una traccia ci è fornita dal titolo della seconda parte della raccolta: “Piccolo manuale per abbracciare il cielo”.

Enchiridion (dal greco γχειρίδιον) è “manuale”, l’insieme delle istruzioni, “a portata di mano” potremmo dire, per trovare la via del cielo ed abbracciarlo. Come tale richiederebbe una forma saggistico-parenetica per porsi come insieme di consigli morali o filosofici capaci di insegnarci come trasumanarci e indiarci. Invece si presenta a noi in una forma poetica per nulla didascalica ma allusiva e metonimica e, come tale, capace di abbandonare l’apofatismo dell’indicibilità di Dio e di mostrarci alcuni gradini su diverse scale che ci conducono gradualmente, saltando dall’una all’altra, là dove volevamo andare ma non sapevamo di dovere andare o dove fosse il luogo o chi cercare in quel luogo.

Mi sembra di scorgere nelle poesie di Alessandro una trasposizione poetica, che riduce in cocci le certezze, dell’Enchiridion militis christiani di Erasmo da Rotterdam. 

Nella quarta regola Erasmo scrive:


Sed ut certiore cursu queas ad felicitatem contendere, haec tibi quarta sit regula, ut totius vitae tuae Christum, velut unicum scopum praefigas, ad quem unum omnia studia, omnes canatus, omne ocium ac negocium conferas. Christum vero esse puta, non vocem inanem, sed nihil aliud, quam charitatem, simplicitatem, patientiam, puritatem, breviter quicquid ille docuit

“Ma affinché tu possa dirigerti con passo più sicuro verso la felicità, questa ti sia la quarta regola, che cioè tu ti prefigga come unico scopo della tua vita Cristo, a lui solo, infatti, devi rivolgere ogni tuo interesse, ogni tuo sforzo, tutta il tempo libero ed ogni attività. Devi infatti considerare che Cristo non è una parola vuota, ma che non è nient’altro che amore, semplicità, pazienza, purezza, in breve tutto ciò che egli ha insegnato.”


Il farsi poesia vivente di Alessandro è questo ed altro ancora.

È Erasmo ed Agostino.

È tradizione e innovazione.

Cristo (leggi: amore, semplicità, pazienza, purezza) deve essere tutto in tutti e tutto di noi e fuori di noi deve essere in lui; e questo avviene nel continuo andare oltre la meta, nell’aggiungere sempre nuovi luoghi e nuovi incontri che sono il respiro dell’eterno:


o meglio lasci che vi soffi dentro


l’eterno a cui aspiri a cui ti affidi –

sei giunto allora al limite fra l’oggi

e il regno quotidiano del Messia


da Pietro confessato a Cesarea 

(Sale, p. 44)


Forse anche a noi, come ai discepoli a Cesarea, Gesù sta chiedendo: “Voi chi dite che io sia?” e noi, certo, non abbiamo e non possiamo avere, figli di una fede incerta e malsicura, la risposta di Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio Vivente” (Mt 16,15-16) ma possiamo provare, traccia dopo traccia, orma dopo orma, a giungere vicino a Cristo senza avere l’ardire di dire una parola o di allungare la mano per toccarlo.

Uno spazio, comunque, sempre infinito ci separa da lui e solo lui può venire a noi, giunti al limite massimo del nostro andare a lui.

Se tutto l’Enchiridion celeste è questo continuo inabissarsi e risalire “nel contare sortite/ e ritirate” (Battaglia, p. 52) per trovare il tempo, il luogo e la persona dell’incontro che ci schiude le porte della vita (vera), lo è perché Dio è presente non perché invocato o perché risponda o ci consoli ma perché non è la meta ma la direzione del cammino.

Ed è per questo (forse) che Dio è nominato una volta sola, come una volta sola è nominato Gesù ed una sola, nel passo sopra riportato, il Messia.

Dio c’è ma non lo vediamo là dove è.

Dio parla ma noi non siamo in grado di udire e tanto meno di ascoltare la sua voce e la sua parola.

Dio è, per così dire, nascosto perché siamo noi ad essere avvolti nella nebbia e a non scorgere la sua luce.

Forse questa distanza, nonostante la carne di Gesù, rimane e non si cancella e forse è per questo che il titolo della poesia di pagina 46 è “- - - ”, tre trattini che stanno al posto di tre lettere: forse Dio, forse altro, forse nulla. Quello che colpisce è il verso finale di questa poesia: “E … scriveva per terra.”

Il riferimento è a Giovanni 8,8: “E chinatosi di nuovo scriveva per terra”. Nel brano della donna adultera Gesù scrive due volte col dito per terra, prima di rispondere e dopo la risposta: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7).

Gesù scrive per terra e non in cielo, scrive ma nessuno (ieri come oggi) è in grado di leggere quelle parole, forse il Poeta, nel dire parole al di là del dicibile, può provare a rendere in parte leggibili quei segni sfuocato e a riportarci l’eco di quelle parole: 


[…] È sera e i versi


degli animali, il flusso

del vento mi ristorano –

dolce è questa inquietudine –


sono cullato dalle

parole più segrete. (p. 46)

È Gesù o il Poeta ad essere cullato da quelle parole?

Non fa differenza perché Gesù, in qualche modo, parla nelle parole del Poeta che sa leggere quei segni tracciati sulla terra.

Quello che il Poeta legge e trova è un enchiridion celeste, un manuale per abbracciare il cielo, un invito ad alzare lo sguardo per trovare nel “cielo stellato sopra di me” l’impronta dell’umano e del divino.

Ci apre questo cammino una poesia della prima parte della raccolta dal titolo “Entaglement”:


Osserva con me il cielo

guarda come si muovono

le radici galattiche


le bande luminose

delle costellazioni

sono foreste e i raggi


mani forti anni luce

esse vengono giù

per noi per abbracciarci


e trasportarci subito

in quella dimensione

in cui non si è più singoli


pianeti ma un sistema

o meglio una parabola

vivente del divino.

È il cielo in noi o siamo noi nel cielo?

È il cielo che ci abbraccia o siamo noi ad abbracciare il cielo?

Quello che conta è che lo sguardo rivolto al cielo notturno ci insegna che non siamo “più singoli/ pianeti ma un sistema” ed è in questo farsi com/unione (endiadi è detto in un'altra poesia) che si mostra il divino che è in noi. È detto, infatti, “maschio e femmina li creò” (Gen 1,27) per insegnarci che l’uomo a immagine di Dio non è solo ma che si specchia nell’altro (chiunque egli sia, ma comunque nella necessaria diversità) con il quale è chiamato a farsi incontro, perché è vero che l’io non sussiste senza l’uscire dall’uno per farsi due o per cominciare ad essere davvero uno. E questo non può avvenire:


“se non c’è almeno un tu

né tu senza di me –

noi siamo incontri.”

(Endiadi, p. 23)


Noi siamo incontri, come dienneà iscritto in noi, anche quando siamo tentati di vivere nelle nostre isole di sicurezza, aggrappati al nostro ombelico e con lo sguardo che si perde nell’IO che non si apre a un TU; noi siamo sempre incontri:


“ognuno ha il suo percorso

(i suoi scivolamenti

o anche le cadute


nelle acque più insidiose)

le sue isole a volte

grandi come deserti


in cui però c’è sempre

modo di fare incontri

che sono levatrici


del sé per darlo agli altri

di levigarsi assieme

e sì – trasfigurarsi.

(Guado, pp. 18-19)

Non c’è altra via.

Forse l’Enchiridion celeste è tutto qui.

Forse è altro e altrove.

Nel dubbio, cominciamo da un incontro e dal levigarci assieme.


E la fucina del poeta?

Il poetare di Alessandro Ramberti è consapevole e raffinato.

Complesso e semplice.

Scorrevole e ricco di cesure.

Ritmato e naturale.

Sa cosa dire e come dirlo.

Usa un registro apparentemente medio e famigliare che punta a fare emergere come massi erratici, qua e là, parole rare o proprie di un linguaggio tecnico, che obbligano, come pietra d’inciampo, ad interrompere la lettura e a fare una sosta per cogliere la specifica pregnanza di quel dire.

Sa come costruire la giusta tensione testuale.

Tutte le poesie della raccolta si sviluppano in un crescendo che conduce all’esplosione di senso e di ritmo nella strofa o nel verso finale.

Un esempio?

La poesia “Credere?”


Incorniciare dubbi

è mettere in tensione

la tela della vita


se essa è floscia e priva

di domande si adagia

su cocci di certezze.


Il dubito ergo sum, esistenziale e non filosofico o teologico, ci porta a rimanere in continua tensione per non adagiarci “su cocci di certezze”. L’enjambement e il cambio di ritmo nel settenario finale (2-6) ci obbligano ad isolare e ad insistere sul verso finale. Provate a leggere ad alta voce la poesia e a fare una pausa forte dopo “si adagia”, il verso finale si fa rivelazione che rende la metafora non un gioco letterario, quella callida iunctura da cui molti poeti si lasciano stregare, ma un frammento di verità interiore e insieme universale.


Se tutte le poesie hanno questa tensione, una in particolare ci mostra come si sviluppa la tensione ritmica che crea attesa: è il poemetto “Albero dolomitico”.

Il poemetto è composto di 29 terzine per un totale di 87 versi, 86 dei quali (in realtà 85) sono decasillabi che conducono all’endecasillabo finale: “all’unico richiamo dell’amore” (p. 38) che espande il ritmo e in cui si sembra sciogliersi la tensione o l’incompletezza dei versi precedenti.

Una nota tecnica (non pedante, spero).

Il decasillabo rambertiano, forse di matrice pascoliana, si presenta come un endecasillabo acefalo con accenti ritmici (2)-5-9 e come tale non crea un ritmo martellante come il decasillabo anapestico (3-6-9) della tradizione italiana, romantica in particolare, ma genera un’attesa che deve essere sciolta, una mancanza da colmare, un ritmo ascendente che cerca l’esplosione finale.

Basta una sillaba iniziale in più nell’ultimo verso, il decasillabo che si fa endecasillabo, e tutto si scioglie e sembra che il ritmo si dilati all’infinito e le parole dicano ciò che da tante strofe e tanti versi ci si attendeva.


La tensione testuale non è solo un tratto delle singole poesie, è anche elemento proprio della struttura del libro che da silloge o raccolta si innalza a canto continuo e corale in cui emergono le liriche finali della prima e della seconda parte.

La prima parte, “Idilli”, si chiude con la poesia “Data”:


Qui a Fonte Avellana

nella solennità

dell’Ascensione anno


duemilaventidue

vi affido al vostro volo…

qualcuna resterà


impressa nel ricordo

o si trasformerà

in un aroma antico


da odorare ogni tanto

magari nei momenti

di gioia o di tempesta.


La poesia presenta elementi particolari: nel testo sono indicati il luogo e la data come elementi determinanti nello sviluppo del testo. Si tratta del luogo: Fonte Avellana (e quale altro avrebbe potuto essere?) e della data: festa dell’Ascensione (e in quale altro giorno sarebbe potuto accadere?), luogo e data in cui le poesie scritte e le parole vengono affidate al proprio volo per divenire parte di un tutto e di tutti, e per farsi “aroma antico”, quasi un viatico olfattivo e insieme spirituale che dà sostegno e riempie l’anima sia in tempo di gioia sia in tempo di tempesta.

La seconda parte, ““Piccolo manuale per abbracciare il cielo”, e, quindi, l’intera raccolta, si chiude con la lirica “Sul bordo” (p. 53):


Quando ci rinchiudiamo

quando ci concentriamo

sul nostro solo mozzo


siamo ruota dai raggi

esigui e sghembi inatta

incapace di chiedere


un aiuto, di mettersi

in strada – si rifugia

sul ciglio abbandonata


in attesa di niente…

può essere un inizio

un dire sono qui.


Dopo il faticoso cammino in cerca di se stesso, dell’altro e di Dio, questi versi sembrano una confessione di inadeguatezza e quasi una presa di coscienza della forza limitante e delimitante dell’IO che non ci consente di condividere il respiro, il cuore e l’anima con l’altro che ci sta a fianco e con l’Altro che ci viene incontro ed è pronto a tenderci la mano.

Quando ci rinchiudiamo e ci concentriamo su noi stessi, nessun cammino e nessun viaggio è possibile, rimaniamo, sempre e comunque, sul bordo della strada e sprofondiamo nell’abisso della solitudine e, soprattutto, del fallimento della missione che ad ognuno è assegnata per il fatto stesso di essere qui ed ora, vivo.

Ma là dove il tutto si fa nulla e la nostra tracotanza si muta in niente, si apre uno spiraglio: “può essere un inizio/ un dire sono qui”.

Quando tutto sembra rinuncia e sconfitta, si apre la porta per un percorso a ritroso: con queste parole il libro non termina, inizia e ci invita a ritornare indietro (alla conversione vera), a seguire le orme chi ci portano dalla terra in cielo con la nostra umanità debordante ma necessaria, con gli errori che ci fanno crescere e che ci danno consapevolezza della nostra fragilità e dei nostri limiti, con la spinta a ripartire ogni giorno sempre vecchi e sempre nuovi.

Siamo qui a bordo strada ma è solo per un attimo anche se il tempo si dilata e ci travolge.


In fondo anche noi siamo come quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e che, assalito dai briganti, stava mezzo morto a bordo strada.

Forse anche noi attendiamo chi si faccia prossimo per noi, chiunque egli sia, sacerdote, levita o samaritano.

Forse anche noi rimaniamo in attesa come morti, senza fare nulla. Ma se vogliamo abbandonare il bordo della strada, dobbiamo noi farci prossimo e coltivare il campo dell’incontro che ci unisce e ci affratella, perché – in noi e fuori di noi – “noi siamo incontri” (Endiadi, 23).

Se vuoi essere amato, ama, e amando scoprirai che “un granello di fede è già sapore” (Sale, p. 44).

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