“e a volte vengono / a prenderci per / correre traiettorie sotterranee” (Giorno #3, p. 27)

Martina Campi, La saggezza dei corpi, L'arcolaio 2015, pp. 52, € 10,00

recensione di AR

https://perigeion.wordpress.com/2016/03/21/martina-campi-la-saggezza-dei-corpi/comment-page-1/


La malattia ci pone in una situazione di bisogno, di debolezza, di essenzialità prossima allo scarto… ci deposita quasi in una dimpensione parallela.  I compagni (compagne in questo caso) di stanza possono interagire con noi a un livello del tutto particolare, le visite dei familiari, senz'altro gradite, possono apparire un po' come visite di alieni, il personale medico e paramedico è presente con le sue specifiche funzioni in maniera però professionalmente distaccata, le coordinate spazio-temporali risultano alterate, le sensazioni e i sentimenti vengono “ridimensionati”. Si acquista una sensibilità particolare, il corpo ci richiede una attenzione che solitamente non gli dedichiamo, i pensieri sembrano aprire caselle della memoria impolverate dagli anni o suggerire percorsi insoliti, inesplorati… Questo e molto altro  troviamo in queste sette giornate (introdotte da citazioni tratte da I vangeli per guarire di  A. Jodorowski) che Martina Campi ha trasfigurato in versi che si vorrebbe sentire interpretati ad alta voce (come suggerisce Christian Tito nella Postfazione: “L'autrice in molti passaggi sembra realmente dare voce ai propri arti, ai propri organi. Per intensità e ispirazione alcuni versi sembrano giungere direttamente dalla carne”, p. 43). 
Sonia Caporossi nella partecipata e stimolante Prefazione ci ricorda che “compito dell'arte e, precipuamente, della poesia è proprio scardinare le certezze (…) la stessa aderenza del circolo ermeneutico tra significato e segno, per aprire squarci disvelatori” (pp. 14-15).
Ed è così, questa partitura in 7 movimenti ci sballottola, ci intriga, ci spiazza, ci porta al fondo del nostro grumo di materia senziente, ci emoziona e ci avvolge: “… c'è una mano tra i palazzi e un muso / tra i raggi del sole che sbatte e sbatte ancora / da dove vieni? Dov'è trascorsa la notte?” (Giorno #1, p. 17); “quanta è la realtà dentro (agli occhi) / cedevole e ondeggiante, e distesa e sensibile” (ivi, p. 19); “le visite sono schiene / nel corridoio (a svanire, meste)” (Giorno #2, p. 22); “quello che resta in gola di là dal buio / è la polvere avvizzita dei morti” (ivi, p. 23); “nell'acqua svelta della mattina a spruzzi / si contiene la voce che manca e i pianoforti / piccolini, piano aggiunti / nei passi ossuti / (…) / ci siamo seduti come attorno / a un tavolino da giardino / senza che ci fosse alcunché, / da appoggiare o stendere” (Giorno #4, p. 29); “qui è tutto bianco, e la notte non si rimargina / anzi sbobina il buio che sta in basso e viene, su” (Giorno #5, p. 33); “riferiti deficit neurologici transitori / oscillazioni della vigilanza / trascinamento bilaterale / diplopia, vertigine soggettiva / amnesia di fissazione // e tutto ritorna com'è / e tutto intorno s'aggira fino / ai prossimi giorni, ignoti” (Giorno #7, p. 41).
In fondo anche la cosiddetta normalità deve fari i conti con un'area ignota, di cui magari ci dimentichiamo perché presi da affanni e impegni che richiedono le nostre energie e congelano l'attenzione su obbiettivi che riteniamo primari. La malattia ci ricorda che forse ce ne sono però altri, che lo sono in grado maggiore. Il corpo è saggio e tiene traccia di ciò che conta, ci riporta alla realtà di quel che siamo, sollecita la nostra anima a considerare la fatica di una consapevolezza di natura alta, spirituale non del tutto dipendente da noi (a noi è richiesto di accoglierla)  che ci proietta sempre fuori dal nostro particulare, che ci porta ad essere umili e anche più solidali, grati e fraterni: allora saremo alberi in grado di dare buoni frutti (Lc 6,43) a prescindere dalla durata del nostro corso vitale.
 

Nessun commento: