Su Il centro del mondo di Domenico Cipriano

Transeuropa, 2014 

recensione di
Vincenzo D’Alessio 
 
http://www.domenicocipriano.it/bibliografia.htm
Il giovane, che aprì il corso della sua vita poetica pubblica con la raccolta Il continente perso (Fermenti Editrice, 2000), di sé scriveva: “(…) Dell’infinità di questi luoghi / vesto profumi e parvenze / ti attendo, ispirazione, a denudarmi” (pag.15). A distanza di quattordici anni consegna ai lettori la raccolta Il centro del mondo (Transeuropa, Massa, 2014) rinnovando la sua poetica e consegnando alla contemporaneità la faticosa strada del viaggio, filtrato dalla luce di “(…) una finestra per il sole, senza un confine netto / tra vivere e sperare” (finale, pag. 123).
Non è facile accedere a questa possente raccolta che pone come centro del mondo immaginato dall’Autore la più semplice delle sue creature “l’Amore”: vale la dedica alla piccola figlia Sofia che precede le epigrafi introduttive alle sette sezioni che compongono la raccolta (non a caso il numero 7 è scelto per amore della musica richiamata come compagna nell’ascolto dei versi). Si procede lungo le sponde del fiume (nell’immaginario il grande Mississippi) ai confini del “sogno” vagheggiato dai grandi protagonisti del trascorso Novecento: per primo il profeta Pier Paolo Pasolini, richiamato nell’epigrafe/chiave apposta all’inizio della raccolta, seguito da Cesare Pavese, Elio Pagliarani, Maurizio Cucchi, Po Chu-I, e agli scrittori Lev Tolstoj e Italo Calvino.
Per quel sogno sono morti uomini sinceri, onesti, veri! Richiamo alla vostra mente solo alcuni nomi del secolo appena trascorso: Renato Serra, Martin Luther King, John Lennon, Mahatma Ghandi, Nelson Mandela. L’invito posto in essere dell’Autore è di raggiungere, mediante i suoi versi, la forza centripeta che tiene in vita l’equilibrio del nostro mondo. Una faticosa forza, invisibile agli umani, svelata a fatica ai poeti: “Due colmi pezzi di mondo / assopiti si guardano, stretti / alle radici. (…) / Il sapere / che urla dalla voragine / produce vertigini, rende / il nostro vivere vergine” (pag. 9). La condizione esistenziale che se posta in essere darebbe vita ad un pianeta Terra bellissimo, in armonia perenne tra esseri viventi ed energie ancora nascoste ai sensi degli esseri umani.
Una energia che chiamiamo spesso “passione di vivere” che per il Nostro si svela nei versi che seguono: “(…) È quel bagliore, che si insinua vorticoso / oltre la forza decisa delle ossa, / ad aprire un nuovo varco sotto pelle, / a rinominare infinito suono delle cose, / di quell’oceano che si nasconde eternamente / dentro al volto immobile dei monti” (pag. 13). Rivive il “paradiso terrestre” dell’Antico Testamento: l’uomo chiamato di nuovo a dare nome agli animali e alle cose che lo circondano. Un rinnovare all’infinito la forza vergine della creazione. Sfiorare con lo spirito la superficie dell’oceano di nuvole, o pensieri, per raggiungere la terra ferma dove si compone la vita. Il poeta scrive a tal proposito: “Disteso sui miei sensi penso” riprendendo i fondamenti filosofici del pensiero cartesiano cogito ergo sum ed intensifica la potenza del pensiero poetico di fronte alla fragilità ontologica dei viventi: “(…) Nemmeno i corpi uniti nell’amore / e racchiusi in un respiro solo sanno dire / dell’immenso in cui mi perdo ora” (pag. 13).
Riecheggiano nei versi di Domenico Cipriano i versi de L’infinito leopardiano, scritti nella visione dei luoghi naturali vissuti, trasfigurati dalla luce eterna della Poesia. Questo accade all’Autore che si è denudato della versatilità iniziale, dopo il lungo e faticoso viaggio nel deserto del vivere nelle città del mondo, per giungere al villaggio natale assunto affettivamente come luogo di origine della conoscenza poetica e centro della ricerca, con sofferto sgomento, del mondo “ancora sconosciuto” (pag. 14). Bisogna procedere lentamente nella lettura dei versi del Nostro per i richiami fonetici, le rime interne, le allitterazioni chiamate in causa per ritenere i codici mnemonici; riporto ad esempio: i lampioni, la casa, la candela, il cemento, le autostrade.
I versi delle poesie hanno corpi diversi. L’autore ricorre all’enjambement per aiutare il lettore a seguirlo. La poetica non scade nel personalismo ma abbraccia il respiro dell’intero esistente: si pone osservatrice al centro di un mondo metafisico chiamato Irpinia ma che rivela invece i caratteri universali dell’inesauribile ricerca del perché noi siamo: “Esistiamo perché mutiamo. (…) / (…) Così, solo le cose ferme ci ricordano / dove siamo già esistiti, / (…) e questo morire eternamente / è il volto stesso che la vita ci consente” (pag. 79). L’energia poetica scorre forte nel nucleo centrale della raccolta: energia nascosta a chi non legge con profonda passione, umiltà, empatia per la condizione umana che ci accomuna, felicità di imprimere un raggio di luce nuovo alla poesia contemporanea: “(…) Ma questa mia mancanza non mancherà / nemmeno alla fessura aspra della morte / tra le nebbie che offuscano e distorcono. / È un’assenza lieve che si oppone / per non avere forza di redimere i passi sulla neve / ora che il sole spira tra le cicatrici, la paura ci consuma / e appare vano appartenere al mondo” (pag. 80).
La voce del critico vorrebbe restare neutrale e riportare francamente i contenuti universali della raccolta di Cipriano ma la poesia che anima il percorso della mia esistenza “si oppone” e si nutre alla felicità per questa creatura poetica scaturita dalla verginità del Nostro. La dolorosa nemesi che ci accompagna dalla venuta al mondo assume nei versi di questa poesia la levità del respiro della nascita. L’ossimoro “mancanza non mancherà” rivela che “la fessura” che ci costringe al dolore verrà dominata dalla forza creatrice del sole, simbolo di rigenerazione naturale continuità di vita, metaforicamente la forza dei versi che testimonieranno nei secoli il: “ti voglio bene”. Che viaggio strepitoso, pieno di valori, di memoria, di profumi, di realtà locali e mondiali, di umanità presa a confronto! Il poeta irpino Domenico Cipriano ha aperto la sua valigia ricolma di “saggia maturità”, come scrive Maurizio Cucchi nella postfazione, per condividerla con il lettore.
L’amore per le città invisibili del viaggio poetico, per le radici inestricabili della memoria collettiva, per gli affetti personali insostituibili, sono una contaminazione inscindibile: “(…) con sobria umiltà tenace, e non tanto in uno scavo di se stesso o del proprio essere, per nostra fortuna, quanto, più generosamente, nel senso sempre nuovo, variegato e sorprendente (all’occhio di chi sa ben vedere, oltre la superficie, s’intende) del mondo” (Postfazione, pag. 125).

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