martedì 8 aprile 2014

Su Ero Maddalena di Cinzia Demi

recensione di Marcello Tosi 

“Chi era… Ero Maddalena?”, duplicemente si domanda Cinzia Demi, sentendosi come se portasse un nome addosso che è un urlo, che stringe tanto nella carne quanto nella memoria. Un volto che appare come un enigma, come nei dolenti versi di Giovanni Testori riportati in premessa: “Non sapremo noi che faccia hai avuto mai / ne quella che voltandoti potresti avere ed hai”…
Edito da Puntoacapo (2013), il più recente volume della studiosa e scrittrice piombinese, che vive e lavora a Bologna ponendo sempre in ogni suo ricerca, la donna al centro, nella storia, nella letteratura, nella poesia, fa emergere la visione di una Maddalena carnalmente inquieta, straziata e ansimante, come nelle più celebri iconografie che la raffigurano, da Tiziano al santarcangiolese Guido Cagnacci: “ed è di nuovo sera / mi prende lo sgomento / Pietro Luca Giovanni / rivedo i vostri volti / guardarmi come un’intrusa”…
Maddalena è carne di ardore, carne di dolore, carne che cerca di sfuggire alla tentazione, al senso del peccato, che è costitutiva della sua stessa umanità, sottolinea nella prefazione Gabriella Sica.
A partire da un riferimento, da un itinerario preciso che è la città delle sette chiese gerosolomitane di Santo Stefano (“Bologna mia accoglie / potente nelle sue strade”), con il richiamo alla leggenda del vento di Ponente che avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, quando la sua statua a approdò all’omonima isola, in Sardegna, sospinta da quel vento stesso.
“Ero Maddalena lo sento / lo so ho la sua stessa vena / sono la sua stessa forma… senza ricordi viva e intera / non più dentro di me / ma in ogni cosa fuori … è la cura / il nome che ho addosso / che brucia memoria… lei mi accompagna bellezza / animale...io sono lei / … e quando scappo nel mondo / io...io lo torno a gridare”.
Uno strazio, una pietà, un urlo che con la citazione di Simone De Beauvoir si fa domanda sulla stessa condizione femminile: “perché Onfale non è riuscita ad acquistare un potere duraturo?”… o come in Dante sul perché Penelope “ne dolcezza di figlio ne la pietà / del vecchio padre / ne il debito d’amore” fan lieta.
Vita dal vero, narrata in versi, scrive Gabriella Sica, che sono “come graffi”, e come “terzine dantesche passate al vaglio veloce di Caproni”, per raccontare la vicenda umana e trascendentale di una “donna di ieri e di oggi” e della “necessità di cambiamento e salvamento che riveste”, per divenire quindi voce delle donne, di tutte le donne che non hanno avuto, non hanno altro che una voce subalterna, soffocata. Come “acqua che pulisce il sangue, trasforma.. fa rinascere un’altra vita”…che produce uno “schianto nel pianto” di “un cuore che grida contro il male”.
Alla maniera del celebre scultoreo Compianto di Cristo morto nella bolognese Santa Maria della Vita, il grido della sua voce appare quello in grado di riscattare il dolore del mondo, e anche “di un Pulcinella di quelli di Scampia” che “mi tende la mano”… perché prorompe in una invocazione d’umanità ferita: “Cristo Signore / dove sei nascosto / in quale via casa borgo periferia…”.
“Sanguinante di sperma e di calci / inchiodata anche io come Cristo”, la figura di Maddalena, scrive nella postfazione Rosa Elisa Giangoia, appare in Cinzia Demi come quella che indica il drammatico smarrimento per una vicenda che ha trasceso l’umano…l’eccezionalità d’incontrare il divino…

“È rimasto un solo bocciolo / una piccola rosa bianca / colta strappata alla sua pianta”.

Nessun commento: