Poesia, crisi, cultura. Una riflessione (di Andrea Parato)

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.

(L'odio, Wislawa Szymborska)

Siamo rassegnati all'idea che solo l'odio può avere prospettive di futuro nel nostro Paese, come riflette pacatamente  la poetessa Szymborska? Oppure ci sono nuovi spazi per chi oppone allo stato di frustrazione e degrado - che rischiano di generare violenza – la cultura e la conoscenza come strumenti di crescita?
L'inserto Domenicale del Sole24Ore del 19 febbraio 2012 titolava Niente cultura, niente sviluppo: in sintesi, il quotidiano ha proposto “una costituente che riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione. Occorre una rivoluzione copernicana – continua il giornale – nel rapporto tra sviluppo e cultura. Da “giacimenti di un passato glorioso”, considerati beni da mantenere, i beni culturali devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per al rinascita dell'occupazione”.
In sintesi, la testata propone il ripensamento del modello di sviluppo nazionale non solo in funzione di parametri economici e fiscali, ma anche considerando cinque azioni: una costituente per la cultura, una strategia necessaria di lungo periodo, una cooperazione tra i ministeri, la rivalutazione dell'arte a scuola e della cultura scientifica, sgravi ed equità fiscale tra pubblico e privato nei beni culturali.
Nel solco tracciato dall'iniziativa del quotidiano di Confindustria, che tutti i giorni in maniera martellante propone esempi e suggerimenti per l'attuazione di questa rivoluzione copernicana della cultura, sembra interessante fare confluire il dibattito su come la poesia possa contribuire a questa proposta di valorizzazione dei saperi finalizzata a impattare direttamente sulla crisi socio-economiche che soffoca l'Italia.
Sarebbe interessante che quanti più poeti e scrittori si cimentassero con questa riflessione: può la poesia avere un ruolo rispetto alla crisi economica? E come può concretamente contribuire al progetto di riattivazione della cultura in Italia?

Partiamo da una riflessione generale: la dimensione della crisi caratterizza l'esistenza umana. Però in alcuni momenti storici e in alcuni particolari contesti tale aspetto che riguarda la vita delle persone si acutizza tanto da sembrare endemico e così diffuso da passare a un piano socialmente condiviso, un piano di “crisi globale” (almeno per come viene proposta dei media o percepita). Se quello che la nostra società sta attraversando è uno di questi momenti, cosa possiamo fare? Il tentativo di trovare soluzioni per gestire la crisi in senso lato (crisis management) si collega alla gestione del cambiamento. Secondo questo approccio, ci sono due modi per affrontare la crisi:

1)    rifiutarla, ignorandola oppure opponendosi in maniera distruttiva
2)    rileggere la crisi come fonte di cambiamento.

Il cambiamento nella vita umana avviene di continuo, sia a livello fisico che mentale. Questo può essere doloroso – infatti la teoria della “dissonanza cognitiva” dice che spendiamo più energia a fare quadrare ciò che non corrisponde alla nostra percezione del mondo, invece di accettare le difformità – ma può essere un momento creativo e generativo.
Parlando di creatività del momento di cambiamento, ci rendiamo conto che, mentre il mondo politico cerca soluzioni alla crisi di carattere tecnico ed economico, anche la cultura può dare il suo contributo.
In particolare, la poesia può intervenire in tre dimensioni:

    1- La dimensione personale. Non sono i valori economico-finanziari, ma è l'uomo che va posto al centro. Per questo occorre riscoprire dimensioni vitali come il Tempo inteso quale risorsa per vivere, la Memoria, l'Interiorità, fondamentali affinché l'uomoritrovi l'uomo.

    2- La dimensione politica e sociale. Poesia intesa come attenzione al disagio, alla condizione sociale di un certo territorio, il rilancio quindi di una poesia immersa nel suo tempo e nella storia. Poesia delle piccole cose, del quotidiano, ma anche poesia degli ultimi e dei minimi. Poesia attenta all'altro, mai dimenticato nella rete, ma semmai coinvolto e ritrovato grazie a nuove relazioni.

    3 – La dimensione globale, il recupero di valori etici e l'introduzione di nuovi valori rivolti al mondo e all'Umanità. La capacità di parlare di un nuovo rapporto con la Natura e di partire dall'inquietudine umana – ultimamente saziata più con beni di consumo che con sapere – per riflettere su un nuovo necessario Umanesimo, la capacità di opporsi a un sostanziale inaridimento della terminologia e dei valori umani, ma anche la capacità di disinnescare la violenza e il suo linguaggio, di gestire la crisi con una guida pacata e chiara.

La crisi si svela così non solo come concatenazione economica-tecnica, ma come incapacità di scandagliare il nostro tempo e di vedere oltre, verso nuove prospettive. Accettare passivamente la crisi è lasciare il futuro in mano all'Odio.
In realtà occorre ricominciare e rispondere alla crisi. Ricominciare significa prendere coscienza e possesso nuovamente i valori culturali che sottostanno alla società, fare ripartire la macchina della cultura prima di quella finanziaria. Rispondere alla crisi con soluzioni economiche senza riattivare il circolo benefico del sapere, significa correre il rischio di avere un motore sistemato ma senza benzina, un corpo perfetto senza un cuore funzionante.
Contro un certo appiattimento materialista, contro la “tirannia del denaro e del potere”, non basta risanare e fare crescere l'economia, ma risanare e fare crescere quanto di umano e di culturale negli ultimi anni è stato lasciato da parte per dare spazioa facili profitti e rapidi interessi.
La poesia può aiutare a vincere un certo stato di indifferenza permanente, a indagare il senso di quanto accade, a riattivare, sia nel personale che nel locale, il desiderio di ricominciare a fare cultura e arte per continuare a interrogare (e magari cercare risposte) al senso di inquietudine che né la ricchezza facile né il consumo eccessivo hanno saputo saziare. Consapevoli che “in realtà la scelta non è tra cambiare e non cambiare, ma tra cambiare o lasciarsi cambiare” (E. Spaltro).

Dove troveremo la felicità?
Siamo figli della terra,
nostro destino è ritornare.
Come il tiglio che rinasce
nel giardino vecchio,
il bruco sull'anice
non pensa a volare,
il seme nel coccio
aspetta di crescere,
l'uovo attende la cova.
Siamo felicità potenziale.
Il nostro dolore, così piccolo
di notte sotto Orione,
è lo stesso della ghianda che cade,
della quercia che cresce,
quando perde le foglie
e cede all'inverno.
Ma ci sarà un risveglio,
la stessa radice
avrà nuova forma
provata dal gelo
e saremo pronti ad alzare
rami nuovi a nuovo cielo.

(da Il polso dei miti, A. Parato, ne La forza delle parole, FaraEditore 2012)


Andrea Parato
 www.andreaparato.com
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