Marco Furia sulla fotografia di Paolo Maggiani


Un’astratta realtà

Marco Furia



Di norma, le recensioni di libri di poesia riguardano soprattutto i testi, sicché alle immagini che spesso li accompagnano viene riservata, al massimo, una citazione finale. Questo breve scritto va in direzione opposta, evitando, per precisa scelta, qualunque cenno ai versi. L’antologia Quanti di poesia contiene numerosi “Scatti fotografici” di Paolo Maggiani. Nella raffinata sequenza di tavole, raffiguranti, per lo più, porzioni di pareti rocciose, si assiste al passaggio da un enigmatico naturalismo a una sorta di estremo realismo (primissimi piani, ad esempio alle pagine 10 e 38) sconfinante nell’astratto. Non siamo di fronte a un comune gioco dell’ingrandimento, fonte d’immediata sorpresa e, alla lunga, di noia, siamo, piuttosto, invitati a esplorare aspetti inediti. Dico “invitati a esplorare”, perché siffatte immagini non promuovono certo l’inerzia. Esse attirano, come magneti irraggiungibili, non per offrire piacevolezze o sorprese, bensì per indurre a percorrere un infinito itinerario. La figura resta ferma, ma lo sguardo non riesce ad acquietarsi. Una sorta d’urgenza investigativa quasi costringe l’occhio a perlustrare quelle faglie, quei segmenti anche minimi, quegli avvincenti mutamenti di luce e di colore. Un’energia primordiale e assieme avveniristica emana da articolazioni di segni che paiono ripercorrere di un fiato tutta la storia e, soffermandosi appena sul presente, volgersi al futuro per via d’intensi, emozionanti richiami. Talune forme incombono, intimoriscono, ma avvertiamo che anche in virtù del loro persistere l’esistenza è possibile. Forse in quelle immagini riconosciamo non univoci lineamenti della nostra natura? Forse in quei tratti minerali scopriamo tendenze ostili e protettive, drammatiche e incantevoli? Senza dubbio. E poi, come non ammirare la capacità dell’autore di offrire in maniera diretta, senza indugi o riserve, affascinanti “Scatti” ricchi di possibili sviluppi? Qualcosa di efficacemente espressivo è presente in queste pietrose fattezze che appaiono estranee quanto complici, ignote quanto conosciute. Le rocce, ovviamente, nulla dicono: è l’artista a farle parlare (cioè ad aprire la via non di una vera e propria grammatica, ma di un peculiare criterio di senso) e, con partecipe sapienza, a consentire loro di emergere non soltanto quali oggetti osservabili, ma quali vere e proprie fisionomie, fino a sconfinare in un’astrattezza davvero vivida. E poetica, senz’altro, secondo le cadenze di un elegante bianco e nero che non abbandona mai l’osservatore coinvolgendolo in un’appassionante ricerca.




Paolo Maggiani, “Scatti fotografici”, in Quanti di poesia, antologia a cura di Roberto Maggiani, Edizioni L’Arca Felice, Salerno, 2011

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