Tra stupore e attenzione. Una riflessione critica di Mario Fresa sulla poesia di Roberto Maggiani


La ricerca poetica di Roberto Maggiani impone al lettore un interrogativo costante e difficile: si devono considerare divise le strade dell’intuizione e della volontà, della logica e del paradosso, dell’ordine e del caso, della cultura e della natura? La trasversalità dell’atto creativo è veramente opposta alla compiuta geometria della riflessione scientifica?
Alcuni esempi alti del pensiero filosofico-teologico hanno negato l’eventualità di un’antinomia tra Mythos e Logos, volendo far coincidere la concreta immanenza dell’indagine razionale con l’ombra trascendente dell’impensabile, dell’imprevisto, dell’oscuro: potremmo ricordare, almeno, l’ardita e vertiginosa teoria dell’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta, che liquida – finalmente – la falsa incompatibilità che riguarderebbe il rapporto tra “ragione” e “fede”, riuscendo a individuare in un pensiero che trascenda se stesso la constatazione dell’esistenza dell’idea del divino (e, di conseguenza, dell’esistenza del divino stesso). Come considerare, però, la specifica peculiarità dello strumento poetico? L’unica risposta possibile è quella di intendere la poesia come un’oggettiva antenna che sia capace di intercettare e di creare una miracolosa coincidenza tra l’Essere e il molteplice, tra finito e infinito (e, dunque, tra il qui e l’altrove: cioè tra l’assennata costruzione del rigore e l’imponderabile folgorazione dell’incongruo) .

Maggiani è un poeta sensibilissimo, che pone la sua voce su quella soglia che separa, labilmente, il limitato dall’illimitato (e l’uomo da dio). Così, la poesia medesima si rivela come l’estremo gioco di un acrobata: da una parte, essa è tutta sospesa sopra il vuoto dell’inconsapevolezza e della mancanza; dall’altra, è invece spinta a mirare verso l’alto, verso l’oltre, di là dal suo stesso sguardo. Ed è proprio nell’istante della visitazione del verso – dono che non appartiene al poeta, ma che il poeta riceve, e a sua volta trasmette – che la scrittura assurge ad angelica testimonianza di immediato collegamento tra l’individuale e l’universale, tra stupore e attenzione, tra sogno e coscienza.

L’ansia di tale infinito domandare è pienamente espressa da Maggiani – con esiti rimarchevoli – nella sua ultima raccolta poetica, intitolata Scienza aleatoria (LietoColle, 2010). Lo stesso titolo – uno straniante ossimoro – annuncia già il senso del turbamento che muove il poeta verso l’interrogazione interminabile delle regioni del visibile e dell’invisibile: la poesia è scienza (tentativo di conoscenza e di dominio per il tramite dello strumento “razionale” della parola), ma è anche e sempre aleatoria (cioè sfuggente, finita, sottoposta alla vanità e alla fragilità dei confini e dei limiti del possibile).

Ecco, di seguito, un esemplare testo poetico, tra i più densi e rilevanti di tutto il libro:



Similitudine


Una poesia è simile a un giorno di luce
che mostra i colori del mondo
e lo libera dalla notte dell’inconoscenza,
mostra i legami tra le presenze
che respirano nell’oscurità,
rivela la scrittura cifrata
racchiusa in sillabe
nelle bocche dell’universo.

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