Su Sputami a mare di Stefano Bianchi

FARAEDITORE, 2010
recensione di Vincenzo D'Alessio

C’è un interrogativo ricorrente, in me, quando apro le pagine di una raccolta di poesie: perché il poeta scrive? Una risposta non la trovo. Mi ritrovo a formulare diverse congetture e cerco nei versi della raccolta una possibile risposta.
senza saperlo nemmeno“(…) Che voglia di raccoglier / la tua scarpa dopo il ballo / che voglia d’abbandono / alla piena del fiume. / Spazzami via, sputami a mare / come un ramo già caduto” (pag. 37). I versi sono della poesia Malìa (come magia), della nuova raccolta di Stefano Bianchi, il poeta che ci ha consegnato,nel 2007 la raccolta Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d’inverno. Dunque le scarpe per il cammino, per il viaggio. Viaggiare comodi e non a piedi nudi. Sporcarsi di sabbia anche d’inverno perché vicini al mare. E anche in questa seconda raccolta il mare c’è: una presenza inquietante, un difficile asilo per le speranze.
Nel verso, che richiama il titolo dell’intera raccolta, la scarpa questa volta è quella della favola bella di Cenerentola, divenuta principessa per amore di una madrina buona. Il dolore di una fanciulla trasformatosi, per magia, nel raggiungimento della felicità terrena. La fanciulla del ballo del Nostro poeta, chi è? Inesorabilmente potrebbe essere la fine dell’esistenza, la morte. Da qui la voglia d’abbandono alla piena del fiume. L’intensità di un avvenimento al quale nessuno di noi riesce a sottrarsi: “spazzami via”. Riuniscimi al mare, umanità di millenni, che raccoglie il ramo già caduto, la vita che dispare. Il senso più drammatico è nell’atto più duro che l’uomo compie: lo sputo. Essere sputati, espulsi, dalla vita affidati ad un continuo presente, per continuare a sbagliare.
Ricorrente, come in questa poesia, nell’intera raccolta è l’anafora. La ripetizione come lo sciabordio delle onde lungo la sabbia di quel mare che è la vita. Quasi una metafora dei versi di Cesare Pavese in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, quando Bianchi scrive: “(…) la tua bicicletta incappa nella mia / come un’abitudine o un vizio / che non si perde / che non si perda/ mai” (pag. 39). Ha ragione l’editore Ramberti che scrive nella postfazione a questa raccolta: “Ma la melodia del poeta è una 'pericolosa' voce da sirena: con una sintassi suadente e sospesa, stende un manto impalpabile sulla realtà rendendocela traslucida ed elusiva” (pag. 83).
Perché il Nostro poeta scrive? I suoi interrogativi sono simili ai miei, che leggo. Mi propone una realtà variegata, simile alla mia, ad una latitudine diversa, con nomi a lui noti, ma che percorrono le stesse strade della mia vita. Visitano le stesse stanze, chiuse e illuminate da lampi di parole, che sono versi. Infuocati tramonti e splendidi mattini, nella voce del bosco. A questo punto capisco che la poesia serve al poeta per svelarmi il suo mondo interiore, la sua anima: “fino a scoprirla amara / sulla lingua / come il caffè della mattina” (pag. 49). Una callida iunctura per dare corpo e tangibilità a quella interiore voce che chiamiamo anima.
Il poeta scrive anche per questo. Vuole che lo stesso vento, interiore, ci sveli le sue voci: “(…) mi prendo / la colpa del vento / che fugge impunito / a tormentare altre vite, / dispetti cretini / di cui si fa vanto” (pag. 79). Quante voci ha questa raccolta. Bella la poesia dialettale di Nino Pedretti a pag. 39. Il dialetto è la radice delle parole che sovrapponiamo, in italiano, ai nostri pensieri. Vorrei tradurre tutte le rime, le assonanze, i richiami ai grandi poeti che sono racchiusi in questa raccolta. Una citazione vorrei farla, però, perché mi sembra bella: “Alberi / che mi guardate, / che accompagnate il passo / lungo il mio viale” (pag .57). Questi versi, della poesia omonima di Bianchi, mi riporta alla mente la poesia del Carducci Davanti a San Guido, il dialogo tra il poeta e i cipressi che da Bolgheri andavano a San Guido, di quella “sera” che si concede agli occhi attenti, all’animo sofferente, alla voce rotta dalla “collana” dei ricordi, dalle perle che si disperderanno nella terra. Ogni poeta ha un’anima e gli pesa negli occhi della mente. Quasi un dolore involontario, ma tramandato per chiamata naturale, su tutto il dolore del mondo.
Il Nostro Stefano Bianchi conosce “i segni del tempo” (pag. 73) e mi auguro che saprà rinnovarli nella bella Poesia che gli appartiene e che ci sostenta.

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