Il cielo paradossale di Ardea

intervento di Dom Bernardo Maria Gianni in occasione dell'incontro con Ardea Montebelli in S. Miniato (Firenze)


Carissima Ardea
grazie di essere qui fra noi stasera.
Come può salutarti un monaco?
Come può accoglierti un gruppo di persone che da anni si incontra per incontrare la Parola?
Abbiamo cercato in questi anni di avvezzare i nostri cuori e il nostro ascolto alla locutio Dei, prima di apprendere qualsiasi locutio cum Deo e qualsiasi locutio de Deo.
Cammin facendo abbiamo scoperto che la poesia è un po’ una sorta di mirabile intreccio fra parola di Dio, parola con Dio e parola su Dio.

Ha scritto padre Giovanni Pozzi a proposito di padre turoldo: il Verbo devi dirsi fatto carne non solo perché umiliatosi in carne, ma perché incorporatosi nelle molteplicità e caducità delle lingue e dei discorsi umani!
Sì Dio si dona per parlarsi e per lasciarci parlare a Lui e di lui una infinita trama di linguaggi:

perché comunicarti è necessità
la divorante passione, tua rovina
tu non puoi , non puoi non donarti,
avvertito o inavvertito che tu sia.
Accolto o respinto dilaghi, e c’insegui,
e ti effondi, e incombi

Carissima Ardea
per padre David Maria TUroldo Dio c’insegue con questa effusione di parole come semi di vita, ma come c’insegna agostino riscritto da frate David


Solo cercandolo
si lascerà trovare:
non lo cercheremmo
se non l’avessimo trovato:
trovarlo
è cercarlo ancora:
vederlo è non essere
mai sazi di desiderarlo

solo cercandolo si lascerà trovare…
ma come possiamo trovarlo?
Se lui è l’invisibile, dove trovarne traccia?

Ardea, ci doni e proponi alcune tracce del Suo passaggio fra noi raccogliendo Parole speculari alla Sua Parola, distilli una Parola nuova dalle Parole che scavi e contrai nell’insonne officina del tuo cuore poetico.

Amici e amiche della Lectio,
non paia l’esercizio di lettura poetica banale ricerca di sentimenti a buon mercato, di sospiri vacui, emozioni passeggere, pianti accomodati e sussulti cordiali:
Keats avvertiva che niente e nessuno è più impoetico del poeta.
Noi siamo qui in ascolto, in severo ascolto, memori di quanto scriveva serioso lo stesso Heidegger: Ormai solo un Dio ci può salvare. Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare nel pensare e nel poetare una disponibilità all’apparizione del Dio o all’assenza del Dio nel tramonto (al fatto che, al cospetto del Dio assente, noi tramontiamo).

Amici, amiche, Ardea cara, la fede nella parola ci sospinge a non arrenderci al tramonto e in questa incipiente notte sulla città vogliamo scorgere le tracce oltre di un buio-assenza, di una luce rivelativa di una traccia, un bagliore di senso
Ha scritto Karl Rahner: “l’essere umano non può considerarsi un semplice ente, una cosa dispersa nell’universo solo regolata da leggi biologiche, egli è in ascolto della parola o del silenzio di Dio nella misura in cui si apre, amando liberamente, a questo messaggio della Parola e del silenzio divini.”
Dunque la Parola è veramente medium, mezzo, segno, strumento, epifania della duplice e audace ricerca: da Dio all’uomo e dall’uomo a Dio (Donata Doni ha mirabilmente scritto “sei tutto parola: / dolore dell’uomo / amore di Dio): medium la parola, mediatore il poeta, pedagogo che addita le parole o i silenzi di Dio trascurati dagli uomino meccanizzati, robotizzati, ora globalizzati, li canta, e li rende accessibili perché qualcosa del mistero sopravviva nelle nostre strade asfaltate:

Solo parole, o papa:
parole e di contro
la irreparabile morte
della Parola

le chiese, un frastuono
gli uomini sempre
più soli
e inutili.

E il cielo è vuoto:
Dio ancor più che morto
Assente!


Esiste invece e resiste, tenue ma tenace una parola, quella umanissima, quella poetica, che può essere affidabile trama di relazione e veicolo di speranza nella misura in cui corrisponde, nel pieno senso etimologico della parola, alla Parola di Dio, quella parola creatrice, che fa, fa vivere le cose, sin dall’inizio della creazione e che il poeta analogicamente, come demiurgo di un cosmo rinnovato, riplasma nel suo scrittoio, sospeso fra natura e memoria, storia e istante (si pensi alla etimologia cara agli umanisti per cui poesia viene dal greco poiein fare)
Scrive Mario Luzi

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi- sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

Carissimi,
ecco allora un breve e certamente insufficiente sondaggio poetico dei versi di Ardea,
artefice di una parola che vola alta, che ci è consegnata come esito, non esito a dirlo, di un vero itinerarium mentis in Deum compiuto da Ardea nei recessi delle stanze della memoria, come fra i paesaggi della Maiella immortalati da foto splendide, soffuse di bellezza oltre il tempo.
Ha scritto Massimo Cacciari: “Toccare Dio, questa è la conclusione dell’itinerario mistico, restituzione dei sensi nella loro perfezione, riscoperta, riappropriarsi del sensibile, dell’estetico nella sua intatta nobiltà, cioè non più oggetto di possesso, non più al servizio, non più a disposizione, ma amato.”
Amore, come compimento ultimo del nostro viaggio di ritorno alla ricerca di Dio, un amore amato nella gratuità, appreso finalmente un altro amore con cui attraversare le cose, custodendole, ascoltandole, valorizzandole, contemplandole, restituendole:
è in quest’amore e da quest’amore che parte e si compie la nostra ma anche la sua ricerca, quella divina e anche la ricerca di Ardea:


Una e una soltanto
è la verità
cui tende il nostro amore

Esso si accorge, se rilascia almeno un attimo se stesso,
che è all’opera l’amore di Dio.
In Paradosso della memoria così mirabilmente Ardea: “Sì, la salvezza c’è, l’historia salutis è la vera e unica trama della nostra pur drammatica storia, tuttavia essa chiede silenzio, contemplazione e pazienza per essere ascoltata e trovata, in questo mondo in adorazione di sé stesso” (p. 25).

Tratto affascinantissimo di queste liriche è il loro palpitante e incalzante battere il ritmo – la palpebra dell’occhio che scruta, il passo del pellegrino audace, il finestrino del treno danzante –di una inesausta ricerca, cara carissima al sentire benedettino, se per san Benedetto – e oggi celebriamo la festa di tutti i santi monaci – divenire monaci è essenzialmente quaerere Deum.

Scrive Ardea

Può essere follia
la ricerca insistente
di salvezza?

Vorrei dirle di sì, oggi è davvero impresa folle cercare la salvezza nelle pieghe putrefatte delle nostre cronache.
Oggi più che mai è veramente sopraggiunto quel tempo prefigurato da abba Antonio: “Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e quando vedranno uno che non è pazzo, lo assaliranno dicendogli: 'Sei pazzo!' per il solo fatto che non è come loro.”

È lucida ma salvifica follia Ardea la tua, la nostra.
Vogliamo che lo sia per il mondo, anche se costa fatica, perché come tu dici:

Non so liberarmi dal mistero,
senza fare rumore
mi passa accanto
si posa su tutto
anche sulla mia faccia

e ancora

Fin dal principio
il corpo e il sangue
pretendono accoglienza

E ancora

Vale la pena domandare
all’infinito di sceglierci

E ancora

Dove respiro penso mi affatico
amore penetra il mio sangue

Sì, la parola entra nel cuore dell’uomo a prezzo di una ferita, amici e amiche è quella bruciante circoncisione dello Spirito che tante volte abbiamo in questo luogo invocato perché si spezzi il sigillo della ceralacca del nostro compiaciuto egoismo e s’apra all’altro il cuore perché irrompa nei nostri territori l’urgenza di un amore + grande del nostro: sine dolore non vivitur in amore scrive il mistico fiammingo:
Così Ardea a pag. 71 ove va sottolineato il nesso fondante, tipicamente logico, nel senso del logos prima greco e poi autenticametne cristiano, di un nesso vivo e vivificante fra parola e significato.
Un nesso non cerebrale, non cognitivo, non intellettualistico, non meramente culturale
fra parola e significato: Ardea evoca il sangue, il mio sangue, il suo sangue, il nostro sangue e – oso dire – il Sangue di Dio ove si raggruma l’esperienza del Significato + intimo e profondo nascosto in ogni passo della creazione: l’amore di Gesù Cristo nostro unico Signore.
Altrove ardea così evoca il primato della ricerca, della decifrazione di questo mistero, decifrazione austera e ardua, lei che è ardea di nome, ma davvero liberante:

il bisogno di guardarmi dentro
mi aiuterà a decifrare
questa necessità di essere
ridotta all’essenziale,
non esiste altro,
costruire la speranza
fermarmi a chiedere perdono
accogliere la vita
fino alla stanchezza

ma accogliere la vita, cioè l’amore donato, fino alla stanchezza, non è certamente un disperato arrendersi alla morte, alla consunzione, alla notte senza alba che verrà, è semmai albergare un mistero, quello pasquale, fatto di amore e di rivelazione, di speranza e di rinascita (pag. 29).

Una fuga addolcita dalla ragione è la tua forza…
Una ragione, attenzione, che, agostinianamente, francescanamente, è subordinata all’amore e alla contemplazione del mistero (pag. 61).

Un amore tuttavia non estraneo alla verità
evocata, nell’ultima pala del trittico giovanneo così mirabilmente

lasciamo alla verità
il dolcissimo spessore


Dolcissimo spessore di verità: è questo leggero ma profondissimo secondo breviario poetico di Ardea che proprio dalla ambigua domanda ddell’ambiguo Pilato di fronte alla non ambigua verità incarnata in Cristo ferito e deriso sta l’incipit della sua raccolta Ma il cielo ci cattura (pag. 19).La verità come abisso, di buio di luce, di ricerca, di svelamento, aletheia nella multiforme e multiversa matassa di metafore, perché, ce lo accennava prima Cacciari, l’itinerarium parte comunque dai sensi e non dai sensi prescinde (cfr. Giovanni: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), 3 quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. 4 Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.”)

Ma attenzione, i sensi mostrano la bellezza cangiante ma anche provvisoria da cui prender le mosse (pag. 23), da qui, da questo spettacolo transuente l’uomo ritrova o scopre l’urgenza della domanda: lo stupor aristotelico del filosofare diventa il cristianissimo sgomento a fronte dell’eterno patire dell’uomo peccator e del Dio misericors (pag. 25).

In questa trama che è l’esistenza Ardea ci addita il kairos l’occasione della bellezza – l’estetico nella sua intatta nobiltà aveva detto Cacciari – come occasione per risalire, dagli antri abissali fotografati da ardea – all’epifania di una bellezza finalmente affidabile percé essenziale e di essenzialità infinita (pag. 29), un kairos che propone e addita ma che non può non risolversi in altrettanta domanda, come a pag. 31:

Quale forza
dà corpo all'assoluto?

È in questa dialettica fra finito e infinito, fra manifestazione e mistero, fra mura a secco, geometriche e rigorose di eremi spiaccicati su informi pareti di montagne refrattarie a ogni ordinamento che non sia quello di una trascendente bellezza che riappare, ormai lo sappiamo, nesso salvifico e relazionale la parola il verbum il logos il dabar ebraico cosa e parole, in questo kairos è la parola di Ardea a illuminarci (pag. 37).
Forse è quel bagliore, stasera come sempre a metterci in fuga da schermi banali, da parole scisse dal significato e dalla vita e a riaprire ai nostri stanchi passi l’audacia del cammino e la fatica liberante della recherche, fuga, addolcita dalla ragione (pag. 41).
È il riflesso, per me lunare, della bellezza della vita che se saputa scorgere come penultima manifestazione di Dio è davvero segno e strumento di un viaggio di salvezza viva e condivisa (pag. 43):

Il vento il sole
l'oscurità della notte
si specchiano nelle beatitudini
del tuo sguardo infinito.

In questo dialogo profondo fra il nostro cuore e la verità, fra il nostro intimo e le cose, fra il nostro essere e Dio, dialogo che è occasione kairos di manifestazione di verità, s’insinua, serpente malizioso il divisore, il diabolico, colui che fa di tutto per rendere inesorabile il varco di distanza fra cielo e terra (pag. 49), ma c'è un cielo più grande di ogni abisso a orientare con minimi fendenti di luce i pellegrini scivolati nella grotta
e c’è un amore più grande di ogni nostra colpa a perdonare e a guardare, ogni sguardo è amore per Simone Weil, e c'è uno sguardo che ci ama da ogni + remoto angolo: distanza finalmente non inesorabile quella fra terra e cielo ma rimando ad ulteriore proseguio del nostro viaggio (pag. 53), la monastica ricerca di Dio, condotta in foto fra gli eremi abruzzesi, archetipi di una ricerca di assoluto che parte da inizi altrettanto assoluti, ma che per me, fidatevi del monaco, posso essere benissimo anche gli eremi delle vostre laicissime case e questo perché tutto, dice Ardea (p. 55):

Ci abbrucia
ci consola
riconduce alla vita.

Tutto riconduce alla vita e il tutto ricondotto alla vita riconduce a Dio, esito di pace nella eterna consumazione di ogni storia, differenza, bellezza, contingenza, apparizione, ansia e traccia (pag. 59).

La scala della copertina del volumento si apre alla spazialità infinita di un mare di luce, di vita, di cielo: è la luce evocata evocando Agostino alla fine del testo, l’Agostino di un testo mirabile che bene ci fa capire il nesso, a me carissimo, fra parola e immagine, fra ascolto evisione, fra udito e contemplazione: “Chi conosce la verità conosce quella luce e chi la conosce conosce l’eternità. L’amore la conosce” (Confessioni).

L’amore…
Forse è davvero all’amore che è dedicato questo prodigio di prossimità e lontantnaza, di ascolto e di silenzio, di mistero e di bellezza, di rivelazione e di segreto, di attesa e di presenza che è l’ultimo mirabile gradino alzato da ardea sui nostri passi sospesi fra terra e cielo (pag. 64).

Grazie

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