L’alveare assopito di Angela Caccia: “il foglio sul quale si può ancora scrivere il diario del ritorno”

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi pubblicata su Poeti del Parco il 17 Gennaio 2023 di Redazione

Angela Caccia, L’alveare assopito, Fara Ed. Rimini, 2022




C’è una sorta di ossimoro nel titolo che esprime metaforicamente anche lo sguardo poetico e quell’attenzione alle cose, tipica di un/a poeta. Un alveare nel suo insieme non dorme mai, sembra assopito perché di notte o in particolari condizioni di tempo, le operaie non escono per raccogliere il nettare; eppure, al suo interno ci sono sempre api in fervente attività. Un po’ quel che accade nel mondo degli umani, anche in periodi apparentemente oscuri.
Così nella raccolta di Angela Caccia “… I ricordi non muoiono / s’addormentano vigili / Io so di lei / la ricordo!…” in un dialogo di sguardi con una foto (forse della madre?) in uno “sparigliare” e nello “sciamare di presenze” ferve e si esplicita un mondo, pur nella quiete attenta dell’osservare e dell’osservarsi.

“Avesse un rumore la solitudine / sarebbe di silenzio / e quello di una stanza d’albergo non dà eco / eppure / avanzano tamburi al suono di neve”. Quiete e silenzio, così diversi, quanto lo sono il tempo e i giorni; ma la poesia non spiega, non descrive, la diversità: replica domande “Sentinella / quanto resta del giorno?” e ancora “quale tempo / s’accorgerà che ce ne siamo andati?”

La poesia di Angela Caccia “affastella” pensieri e immagini, in uno stile originale, apparentemente mai chiuso, come la notte che non è fatta solo di buio. Sembra che lei viva in un tempo “che si è fatto breve” – il kairòs evangelico, ma anche l’esistenza contratta dal web e dai mezzi di trasporto superveloci – eppure si affretta, sembra, a “sbirciare la pagina che segue” per voler capire se i desideri contano più di quello che non abbiamo “se la nostra è più fame di domani che digiuno”; se ci può ancora rendere felici un tempo che compensa con la piacevolezza esteriore di luoghi e situazioni sia la sua avarizia di promesse, che la nostra povertà di attese.

Né mancano nella sua poesia fughe di immagini ardite che riecheggiano miti platonici – il desiderio che sia l’ombra a guidare il corpo e non viceversa – per esprimere la solitudine e la “nudità” di chi scrive “La verità / è che si entra indifesi nel verso” dove ciascun istante di suono e senso contiene l’impronta di ogni “sé disperso” i tanti toni dell’io e delle umanità perdute. Angela Caccia sa bene che “dislocare vita sul foglio” per dare consistenza alla poesia e espressione al ricordo, è impresa ardua e spesso si è traditi dalle stesse parole che si tramutano in “pietre di inciampo”, in scandalo; e tentare comunque una forma – come più di qualcuno fa – non è sua intenzione, lei così schietta e profonda, così esigente in sé.

Per l’Autrice poetare è difficoltà di “vuotare le parole” come otri da versare fino al loro “lato ghiacciato” ma senza farsene sommergere né compiacersene: il dolore ha spesso un gusto dolce, al quale non si vuole rinunciare. Così lei conserva la “memoria del bianco” – la chiarezza, la luce – il foglio sul quale si può ancora scrivere il diario del ritorno, una traccia minima che pure fa uscire dal buio dell’assenza: il ritorno è la memoria, dove entra il tempo a dare colori nuovi all’infanzia, ma anche a ricordare che “l’orco non se n’è mai andato”.

Verrebbe di danzarla
quest’aria che inizia e si fa
spiffero    Verrebbe
da sbirciare la pagina che segue
capire se la nostra
è più fame di domani che digiuno
se attende rivelazioni – a settembre
le nuvole s’ammatassano –
verrebbe da chiedere all’Angelo
colpevole dei veleni di ciò che passa
    – Sentinella
    
quanto resta del giorno?

***

Se vivere
è questa inerme militanza
al bene e al male i versi
non avranno mai la forma di
un amore privato
    S’impara tutti per prossimità
    e tutti le stesse le cose:
vuotare i minuti insidiati
riempirli del sole a disposizione
trovare i giorni che mancano a
riallacciare la vita alla vita
isolare la pozza senza luna

***

Mi piacerebbe
per una volta
srotolare l’ombra in avanti:
fosse lei a pencolare il corpo

La verità
è che si entra indifesi nel verso
    ad ogni semitono
    il timbro di un sé disperso

***

Dislocare vita sul foglio le dà
spessore ma un’accozzaglia di parole
non trova il bandolo – ovunque
    solo pietre d’inciampo

Tutto sa di tenerezza e tutto è distanza
non è facile togliere il silenzio alle cose

    – … smalizialo allora il verso
    
tenta l’approdo qualunque! – ma
    la voce si incrina

Dicono sia la perdita
la misura dell’amore e a me resta
un pezzo di vita mancata dalla
parte del buio


***

Ti direi che è facile vuotare
le parole conoscerne il lato
ghiacciato
o l’alveare assopito – alcune
a deviarne una sillaba
tornano crepe – bisognerà
attendere che il sole le asciughi
scongiurare solitudini in cattività
gli alberi in lutto ostinato e altre
ghiottonerie del dolore – tu
    conserva sempre
    memoria del bianco
    un diario minimo del ritorno

***

L’infanzia
sul meridiano del bel ricordo
    latte che non inacidisce

Il tempo la netta la ricolora
racconta che l’orco
non se n’è mai andato

Fa presto il tramonto
ad arrochire i resti del giorno
    i contorni non danno più noia
    e gli occhi si gingillano
    in ombre di antiche tenerezze
    – mi chiedo se la
    notte sappia
    che non è fatta solo di buio

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