“L’amore si misura a distanza.”

Doris Bellomusto, Nuda, Ladolfi Editore 2022, Prefazione di Ilaria Grasso

recensione di AR



In premessa alla sua raccolta (p. 9), Doris si rivolge Al cuore di chi legge e confessa: “La poesia mi svela un segreto da niente, ma che spesso si dimentica, mi insegna che non si sta al mondo, si sta nel mondo.”

Con altre parole, la poesia accresce la consapevolezza di una profondità pulsante in cui siamo giocoforza immersi, coinvolti, interconnessi, giudicati: “Nudi e senza pudore / i poeti lasciano in eredità / solo la vergogna che non hanno.” (Bastarda, p. 11); “Da tanto aspetto / che un soffio distratto / soffochi la lenta combustione / dei miei ostinati desideri.” (La rossa candela, p. 17).

Più avanti (Un seme, p. 20) troviamo un autentico selfie della Nostra: “non so essere fiore né frutto / non c’è nessun segreto / giardino nei miei anfratti / solo ciuffi d’erba / disobbedienti al cemento urbano / dei miei giorni. / So, forse, essere un seme / un seme piccolo / nel becco giallo di un merlo.”

E nella pagina successiva (Rubare), troviamo un’altra parte di sé messa a nudo: “cerco soltanto / una preghiera / persa per sempre / nel rosario di mia nonna”. Così a p. 26 (Vizio di forma): “Scrivere in versi / è un vizio di forma / un equivoco fra me e me”.

È nudo, ovvero onesto, trasparente e in prima persona singolare, anche lo sguardo di Bellomusto sulla realtà che ci viene offerta in scene di intrigante e potente leggerezza: “Quando siedono a ricordare / i vecchi / si tengono le ginocchia / come si tiene il rosario per pregare.” (Ginocchia, p. 30); “Nero dell‘eclissi / il sole spezza / il pane che ho nel ventre.” (Eclissi, p. 33); “Nel cuore un tamburo di burro / si scioglie nel tempo piccolo / dei miei giorni. / Mi vesto lentamente ogni mattina / e non sono più niente.” (Una creatura strana, p. 35); “Non so essere altro / che vento e nuvola. / Non conosco la quiete / delle foglie morte / senza ridere di me. / Non so fare inversione / senza vomitare il cuore / sul ciglio della strada.” (La serpe senza mela, p. 38); “Stasera / sdraiarmi sulla schiena / è la sola preghiera che so dire.” (Preghiera, p. 42).

Già dai lacerti qui sopra, risulta evidente lo stile asciutto e apparentemente anodino di Doris che invero è come una pelle sottile e diafana che non può (né vuole) nascondere il sommovimento delle viscere, né la propria inquietudine: “Non ho anni / né aneddoti. / Ho nodi. / Annodata / nell’aria tremula / ritrovo il nido / spostando le vocali.“ (Annodata, p. 44).

Una voce che sa scavare e che può scovare i nostri anfratti più negletti (e forse più interessanti) se la facciamo nostra stando con lei nel mondo.

PS Il verso che abbiamo a posto a titolo di questa recensione è l’ultimo della poesia Somiglianze (p. 41)

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