Poesie inedite di Fabio Barissano

 




Resto, un occhio socchiuso a spese della luce,

bevo la calce illuminata della notte.

 

Si sente la città, nella testa

rissosa di un’estate che è già

alla movida di quartiere, che ormai si balla

pure sui cornicioni.

Mai così semplici, per nudi

décolleté e bottiglia d’astri,

ma non contano i figli

a una spinta di sonno

e sia scommessa dell’aria

pei bimbi alla questua della luce.

Ancora non lasciamo di lottare,

la piazza sgombra alle travi del futuro:

aspettiamo chi cerchi le parole

e torni a reclamarci, dica chiaro

in quale uomo cammina la specie,

in quale mano venne

il sasso che ha bevuto

gli schemi della notte.

 

 

***

 

STAZIONE II

 

Nella stanza (stilla di luce

la baracca urtata da percosse)

è il panico centrale

che disperde ogni calore.

Sono donne, bambini sommessi

da uomini a una signoria di sguardi,

siedono con le ombre,

persino annullano i morti,

se il custode del grembo disceso

alla catena di comando

sibila il suo spirito millenne.

Tu non dire della foresta

dove hanno casa, assottigliata

nella calce in fiamme,

se alla riva infinita di lavoro

è il pensiero che sbocca

quieto a valle delle risorgive. Non dire

dell’obiettivo tra le nevi,

dell’orfano al suo vivo padre,

ma il chiaro giorno che ha sete di giustizia

e li conta a uno a uno

i vivi chi scrive sottovento.

***

 

STAZIONE IV

 

Essi vivono, attorno

la luce polverosa di sculture

patriarcali, sotto gli orli

ovali delle parrocchie, pietra ebete

di edifici religiosi.

Stanno, nel loro basso, tribù attorno

un santo dall’occhio

torbido e scollato di subacqueo,

di trapassato ministro del culto.

Forse sognano bianche svizzere,

viali in croce d’oltralpe,

dov’è dominante

il circuito blindato del denaro.

Vivono, lavorano, sognano

ciascuno assopito nell’altro,

le stesse ambasce, portando lo stesso

cappotto, dal cielo lavato dall’alba

ai tramonti in cavezza, di notte per oltre le sere

prefate al profumo di lune

interrotte.

 

***

 

E per favore non dite

che noi siamo immortali, siamo

atto non dovuto, costellazioni

pure diseguali. C’è chi rimane

al fatto compiuto, di sé

pago e in pace non prepara guerra,

o viceversa smette

di credere iscritto al registro delle

opposizioni. C’è chi crede

che questo sia l’affare del secolo,

tra queste fabbriche col ricordo

di braccia in protesta, travi

in croce, nella sera di ruggine.

Così resti inchiodato allo spazio,

a una luce in calo d’altri tempi, il morto

per amore, il morto per cause

di forza maggiore.


Fabio Barissano nasce a Napoli dove vive e lavora come insegnante. Suoi componimenti hanno ricevuto premi, menzioni e segnalazioni in diversi concorsi letterari. Altri testi sono apparsi nella rivista letteraria “Kairòs”, nel blog online “Alma Poesia”, nel magazine “Anteprima poetica” della casa editrice “Homo Scrivens”, nella rivista “Mosse di Seppia” e nella “Bottega della Poesia” del quotidiano “La Repubblica”.

  

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