«Morire / è trovarsi»

Ilaria Maria d’Urbano, Frantoio, Poesie, FirenzeLibri, Collana «Fuori Stagione», Prefazione di Massimiliano Bardotti, maggio 2021

recensione di AR







Essenzialmente lirica, la voce di Ilaria Maria d’Urbano vola oltre il sentimento, raggiunge le cime del pensiero, analizza i dettagli naturali e corporali sapendo che sono sintomi di una ratio intima e spirituale, in parte sfuggente, ma con la quale ci si può interconnettere. 

L’interconnessione è al massimo grado quando si ama/amati (cioè si ama quando ci si sente amati a prescindere dall’idea che abbiamo di noi stessi, è necessario uscire da sé per accogliere e dare amore). Sì perché allora ha luogo un trasporto che vive di reciprocità, si rende possibile una tensione che crea una energia per la quale sono necessari i due poli, l’io e il tu, il soggetto e ciò che lo definisce, il transitorio e il permanente, la voce e il silenzio, l’umano e il divino. Alcuni splendidi versi dedicati all’amato: «Le parole / scritte / sono aria, / respiro // Solo perché / tra poco / tu tornerai.» (da Ossigeno, p. 13, poesia che apre la silloge); «Non posso comprendere / “sempre” // ma so cosa vuol dire / Noi.» (da 22 Giugno, p. 31); «Sento il tuo pensiero / ampio e sottile // e mi provoca un sussulto / sfiorarlo con la pelle» (da Occhi nel buio, p. 49).


Quando si è provata la realtà di relazioni autentiche, non sbilanciate né autoreferenziale, attente quindi al punto di vista altrui, anche le ineludibili difficoltà, le sofferenze, le perdite affettive, i lutti, le porte in faccia e i tradimenti possono essere affrontati sapendo di non essere soli e che non tutto dipende da noi. Emozionante a tal riguardo la poesia Fratelli (p. 42) da cui traiamo il passaggio iniziale: «Quattro // atrii e ventricoli / di uno stesso cuore // l’infinito in un pugno // pochi / pesantissimi / etti // d’inesplicabili / sentieri».


C’è una trascendenza che si è fatta piccola e vicina per dirci che siamo amati, desiderati, speciali… dobbiamo solo farle spazio, sgombrare un po’ il nostro io pletorico e considerare la dignità di ogni persona, la preziosità di ogni incontro, se sappiamo reciprocamente metterci in gioco, affidarci. Ecco allora la morte divenire francescanamente sorella: «Quando morirò / i miei occhi / saranno gli ultimi / la mia anima si staccherà / lentamente / da entrambi // e questo velo /che ci divide / si dissolverà. / (…) / Quando morirò / potrò vedere la creazione in Te» (20 Apile 2020, p. 61). Ecco l’empatia filiale accompagnare il trapasso del Padre (p. 39): «Mano nella mano / dall’alba alle tredici, / ad ogni respiro, lento // mi chiedi se Lui ci sarà, / ti dico “certo”.» 


Importante è anche saper fare memoria con obiettività del proprio cammino, spesso tortuoso e imperfetto ma mai irredimibile e sempre unico: c’è infatti una salvezza, una presenza amica, un angelo («Resta silenzioso / al mio fianco, / un po’ indietro / in tempo per fermarmi / se c’è bisogno // Altrimenti fammi cadere / sporcare / divertire / capire», Angelo a p. 16), una presenza che ci porge una mano di aiuto: a noi è richiesto di aprire gli occhi, di avere un sguardo oltre il buio, oltre i muri che a volte ci crollano addosso, occhi dell’anima, occhi che sanno amare in quanto: «Sono cellula luminosa / impregnanta di Dio / (…) / del mio potente Dio // Un grammo / di questo sconfinato amore / è esso stesso / amore sconfinato» (Ad Astra – Pasqua 2020, p. 63).


Il messaggio poetico di Frantoio può forse essere riassunto nella icastica poesia Cielo («Cos’è vincere / se non nelle tenebre / tirare un filo di Luce, / dal Cielo?», p. 62) o in questi struggenti versi che costituiscono il cuore della poesia eponima della raccolta (p. 44): «Quanto durerà una casa / il cui cemento sbiadisce / in foto impallidite / e memorie di azioni in vestiti appesi? // Muri echeggianti risate estive, / vapori di minestre, / educazioni scomposte / in schiaffi e abbracci.»

Ma in fondo il messaggio è sempre aperto, diffuso, capace di generare ogni volta nuove suggestioni, di aprire finestre che prima non avevamo notato, di attirarci in un labirinto affascinante e misterioso di cui non ci è possibile fare una mappa perché noi stessi ci siamo dentro, coinvolti, avvolti. Non è questo il bello della poesia? 

Desidero concludere con queste intense immagini: «Cos’è il tempo / se non un compasso / che disegna l’infinito / su un foglio di carta velina?” (da Ciak (divin gatto), p. 75); “Ho spaccato / le mie lacrime in quattro” (da Altare, p. 88); «Tra futuro e passato / si fa strada / la mia preghiera, / spermatozoo che risale i cieli» (da Piccola genesi, p. 91):



PS Il distico scelto come titolo di questa recensione è al centro della poesia Link a p. 70.


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