lunedì 15 febbraio 2021

Realtà; Poesia



Nella storia ci sono dei momenti, dei periodi in cui si ha la sensazione che una brutta poesia, che sta però dalla parte della libertà e della democrazia, valga non soltanto più di una bella poesia che sostiene le posizioni opposte, ma anche di una lirica riuscita che non si schiera, che parla volutamente d’altro, che si nasconde e si mimetizza in attesa di tempi e di condizioni più favorevoli.

Sono periodi particolarmente drammatici e tormentati che dobbiamo augurarci di non vivere mai direttamente, dove anche i poeti si sentono spinti e costretti a prendere posizioni nette, a descrivere e a raccontare i fatti nella loro durezza, a denunciare ingiustizie e atrocità, a gridare la propria indignazione e rabbia, ad ammonire, condannare e testimoniare, in modo che nessuno, a cominciare da se stessi, possa rivolgere loro il rimprovero perentorio mosso da Jean-Paul Sartre nel 1945 a Flaubert e Gouncourt: «Io [li] ritengo responsabili della repressione che seguì la Comune perché non hanno scritto una riga per impedirla».

L’impegno, l’urgenza e la comunicazione prevalgono allora su stile, ritmo e bellezza, la morale e la politica sull’estetica, la realtà sociale su qualunque altra realtà meno immediata, concreta e quotidiana; crescono inevitabilmente i rischi di enfasi, prosasticità, trascuratezza. Non è il caso dei seguenti versi di Pablo Neruda, straordinari per ardore e intensità, ispirati alla guerra civile spagnola:



Generali,

traditori:

guardate la mia casa morta,

guardate la Spagna a pezzi:

ma da ogni casa morta esce metallo ardente

e non fiori,

ma da ogni squarcio della Spagna

esce la Spagna,

ma da ogni bambino morto esce un fucile con occhi,

ma da ogni delitto nascono proiettili

che scoveranno un giorno

la tana del vostro cuore.




Chiederete perché la sua poesia

non ci parla del sogno, delle foglie,

dei grandi vulcani del suo paese natio?




Venite a vedere il sangue per le strade,

venite a vedere

il sangue per le strade,

venite a vedere il sangue

per le strade!

Il saggista e romanziere George Orwell nel ‘46 confida: «Ogni riga di serio lavoro che ho scritto a partire dal 1936 è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico […] Punto di partenza è sempre […] una sensibilità verso l’ingiustizia. Quando mi siedo a scrivere un libro, non mi dico: Adesso farò un capolavoro. Lo scrivo perché c’è qualche menzogna che voglio denunciare, qualche fatto sul quale voglio attirare l’attenzione […] Ma», puntualizza Orwell, «non potrei sopportare la fatica di scrivere un libro […]se ciò non fosse anche una esperienza estetica».

Come ogni arte, la letteratura possiede infatti esigenze, regole e metodi propri con cui costantemente si raffronta e che riguardano appunto stile, lingua, forma eccetera. Un bell’ideale non rende automaticamente migliori racconti o liriche, e tuttavia una letteratura senza ideali rischia di perdere fiducia in se stessa inaridendosi.

Non è difficile trovarsi d’accordo con Paul Verlaine quando dice «Sia musica, ancora e sempre musica!», mettendo così in risalto le doti sonore e ritmiche della poesia; il dissenso nasce però non appena si considerano tali qualità come prioritarie o addirittura esclusive.

Allo stesso modo possiamo concordare con i versi di Piero Jahier che affermano «[…] la minima buona azione / vale la più bella poesia», a patto di sapere che stiamo parlando di morale piuttosto che di letteratura, dato che il fare della seconda riguarda sempre un dire, anzi riguarda l’esprimersi nella maniera e nella forma più adeguate e riuscite, a patto di sapere che essa dista dalla cosa che in qualche modo descrive quanto la frase dista dall’oggetto che in qualche modo nomina. «Il poeta», afferma Pascoli, «è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta».

Il rapporto fra vita e letteratura si basa quindi su uno scambio dialettico che partendo dalle sostanziali specificità e differenze le ridefinisce continuamente, si basa su un confronto e un dialogo durevoli ma non privi di attriti, grazie a cui esse si influenzano, sostengono e arricchiscono vicendevolmente. Essenziale e lapidario, Jahier dichiara: «Ognitanto dalla sua poesia si stacca una vita / ognitanto dalla sua vita si stacca una poesia».

Tale reciprocità interessa in modo speciale le relazioni che intercorrono fra poesia, il meno discorsivo e narrativo dei generi letterari, e realtà. Il loro legame, sfuggente e indeterminato, si veste di incoerenza, ambiguità e magia, come dimostra questa lirica incline al paradosso di Wallace Stevens:



La poesia è il tema del poema.

Da ciò il poema ha origine ed a ciò



Fa ritorno. Fra questi due estremi,

Fra origine e ritorno,




C’è un’assenza in realtà,

Le cose come sono. O così pare.




Ma sono i due distinti? Ed è l’assenza

Che al poema dà là vere parvenze,




Verde di sole, porpora di nuvola,

Terra che sente, cielo che riflette.




Da questi prende. E forse anche ne rende

In universa reciprocità.




Valerio Magrelli sottolinea che la scrittura poetica non rappresenta, con fedeltà e precisione, la natura, anzi ne offre un’immagine sbiadita, opaca, divisa, confusa, sformata. La pagina non funziona come uno specchio, ma come un vetro dalla cui superficie granulosa si percepiscono e s’intravedono sagome e frammenti: «[…] La scrittura / non è specchio, piuttosto / il vetro zigrinato delle docce, / dove il corpo si sgretola / e solo la sua ombra traspare / incerta ma reale. / E non si riconosce chi si lava / ma soltanto il suo gesto».

Esistono diversi livelli della realtà; grazie alle sue doti intuitive e analogiche la poesia è in grado di svelare parzialmente l’essenza che si nasconde dietro questi strati, di rischiarare in maniera lacunosa una verità destinata a restare indecifrabile ed enigmatica.

Frequentemente i poeti si interrogano sul loro ruolo nella società, a volte giudicano la propria marginalità una condizione alla quale è quasi inutile reagire. Scrive con ironia e forse con stanchezza Montale:


L’angosciante questione

se sia a freddo o a caldo l’ispirazione

non appartiene alla scienza termica.

Il raptus non produce, il vuoto non conduce,

non c’è poesia al sorbetto o al girarrosto.

Si tratterà piuttosto di parole

molto importune

che hanno fretta di uscire

dal forno o dal surgelante.

Il fatto non è importante. Appena fuori

si guardano d’attorno e hanno l’aria di dirsi:

che sto a farci?


Patrizia Cavalli, disillusa e caustica, rincara:


Qualcuno mi ha detto

che certo le mie poesie

non cambieranno il mondo.


Io rispondo che certo sì

le mie poesie

non cambieranno il mondo.


Con tono sarcastico e irriverente, Aldo Palazzeschi paragona i poeti a saltimbanchi, a clown che fanno divertire e si divertono perché oggi a loro «gli uomini non domandano più nulla». Beffardo, l’inglese Roger McGough svilisce i versi a strumenti di corteggiamento: «Le sue poesie sono reti / nelle quali lui spera / di catturare ragazze».

Più per contrapposizione che per affinità, torna alla mente questa lirica di Franco Fortini, la cui esortazione conclusiva serve da monito e da guida:


[…]

Scrivi mi dico, odia

chi con dolcezza guida al niente

gli uomini e le donne che con te si accompagnano

e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici

scrivi anche il tuo nome. Il temporale

è sparito con enfasi. La natura

per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia

non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.


Altre volte superfluità e marginalità sono considerate un’apparenza che nasconde uno stato di grazia di cui vantarsi. Orgogliosamente Marina Cvetaeva dichiara:


Ci sono al mondo esseri superflui,

creature in più, aggiunte senza peso.

(Assenti dagli elenchi e dai prontuari,

inquilini dei pozzi più neri.)


[…]ma ai poeti, a noi poeti,


noi paria e pari a Dio –

è dato, straripando dalle rive,

rotti gli argini, rubare

anche le vergini agli dei.


Travolgente, grottesco, iperbolico e tumultuoso, Vladimir Majakovskij declama: «E Dio romperà in pianto sopra un mio libriccino! / […] / e correrà per il cielo coi miei versi sotto l’ascella / per leggerli, ansando, ai suoi conoscenti».

Edwin Muir si paragona infine a un cercatore che aspira a percorre luoghi impervi, inesplorati e forse inaccessibili:


Quel che non saprò mai

Devo render noto.

Dove viaggiatore mai passò

Sta il mio dominio.




(P. Cavalli, da Le mie poesie non cambieranno il mondo, in Poesie, Einaudi; M. Cvetaeva, “Il poeta”, in Dopo la Russia, Mondadori; F. Fortini, “Traducendo Brecht”, in Poesie scelte, Mondadori; P. Jahier, “Giorni”, e “Arte poetica”, in Poesie in versi e in prosa, Einaudi; V. Magrelli, in Ora serrata retinae, Feltrinelli; V. Majakovskij, “Eppure”, in Poesia russa del Novecento, Feltrinelli; R. McGough, “Le sue poesie sono reti”, in Sconfiggere la gravità, Edizioni Sestante; E. Montale, “La poesia”, da Satura, in Tutte le poesie, Mondadori; E. Muir, “Il poeta”, in Un piede nell’Eden e altre poesie, Einaudi; P. Neruda, “Spiego alcune cose”, da Terza residenza, in Poesie (1924-1964), Rizzoli; G. Orwell, da Perché scrivo, in Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani; A. Palazzeschi, “Lasciatemi divertire”, in Poesie, Mondadori; G. Pascoli, Il fanciullino, Feltrinelli; J.P. Sartre, Presentazione di “Temps Modernes”, in Che cos’è la letteratura?, il Saggiatore; W. Stevens, “L’uomo dalla chitarra azzurra XXII”, in Mattino domenicale e altre poesie, Einaudi; P. Verlaine, “Ars Poetica”, in Poesie e prose, Mondadori)

Nessun commento: