“Altre volte si lotta per conquistare un affetto…”

Su Notturno e altre poesie di Gabriella Bianchi, ovvero la felicità perduta e quella mai raggiunta 





Tre sono i nuclei intorno ai quali si addensano i versi del libro di Gabriella Bianchi, nuclei che rappresentano un coinvolgente viaggio lirico, attraverso le sue varie tappe, nel dolore causato dall’assenza delle persone amate: dolore che è quello dell’autrice e al tempo stesso quello degli esseri umani quando soffrono l’assenza di persone a loro strappate da altri o dalle cesoie della morte.

La felicità non sempre entra a far parte della vita; il dolore invece entra con prepotenza senza che vi siano antidoti o balsami atti ad addolcirlo. Se si riesce a catturare la felicità entrando nella sua lontana orbita, questa ha la durata effimera di un tempo scandito dalle dita di un Fato senza volto, e non c’è niente di più lacerante che perdere un pezzetto di paradiso.

Altre volte si lotta per conquistare un affetto e si procede a rilento, mettendo cemento tra mattone e mattone. Ma certe persone amate, anche presenti nell’ambito familiare, sono irraggiungibili più dei paesi posti ai confini del mondo.
Il primo nucleo è quello costituito da due sillogi: “Notturno” e “I fantasmi dell’addio”, che raccontano la non rassegnazione all’addio dell’autrice che vive il dolore acuto derivato dal ricordo della felicità perduta e diventato poi compagno nella sofferenza, che porta al desiderio di morire pur continuando a vivere. La seconda silloge rievoca, e certamente subisce il fascino, del mito di Orfeo.
Il secondo nucleo è costituito dal poemetto “Lunamadre” che altro non è se non il lungo racconto delle varie sfumature della nostalgia per un amore (quello verso la madre) che, forse solo apparentemente, non è stato ricambiato e di cui chi scrive continua a sentire acuta, da anni, la mancanza.
L’ultimo è costituito dalla silloge “Correnti atlantiche” che, nella struttura complessiva del libro, può paragonarsi alla visione di un terreno dopo che sono andati a fuoco gli alberi di un bosco che vi cresceva, terreno nel quale si incontrano residui dell’incendio ma anche piccoli indizi del fatto che, pur essendo dolenti, danno la possibilità di alzare lo sguardo verso altri orizzonti. Vi troviamo così richiami agli stati d’animo descritti nei primi due nuclei, ma anche sguardi rivolti a luoghi diversi da quello del vissuto dell’autrice e ad altre esistenze legate o no alla sua e in particolare a quella del padre, elemento sicuramente positivo della storia di chi scrive.
Quanto al fascino del linguaggio di Gabriella, dei suoi versi intessuti di metafore originalissime, di termini che risentono della sua profonda conoscenza della letteratura classica e contemporanea e non solo, del loro essere preziosi e coinvolgenti insieme, esso è noto ai lettori dei libri precedenti e questa raccolta ne costituisce uno splendido, significativo esempio.

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