Le parole sono «stanze dell'umano»

recensione di Guglielmo Peralta ad Accecate i cantori

Il titolo di questa silloge poetica di Angela Caccia ci sorprende per la sua emblematicità. È un'affermazione categorica, che può lasciare, all'inizio, perplessi e con una domanda inevasa, sospesa e da soddisfare. Esso, addirittura, potrebbe sembrare un'aporia se non fosse una metafora e, in quanto tale, è paradigmatico e indicativo del “miracolo” della creazione, che dà la vista ai “ciechi”, cioè ai poeti o cantori. Si tratta, dunque, di un titolo che può apparire “eretico”, assurdo, impraticabile e che sembra negare, contraddire quel suo insito significato. La “cecità” dei cantori è la loro vista interiore, la condizione necessaria affinché possano cantare, cioè sognare. Perché il canto è il sogno, la visione che si concede al loro sguardo e che non ha bisogno degli occhi. Se, dunque, i cantori possono fare a meno degli occhi, quale senso dare a quell'imperativo che li vuole ciechi, se non quello di sottolineare quanto la capacità immaginativa renda inutili e superflui i loro organi preposti alla vista; quanto la cecità sia ininfluente sul potere visionario dello sguardo e finisca, anzi, per esaltarlo. Non fu forse cieco Omero? E quale esempio migliore della sua cecità, che non gli impedì di essere poeta e vate! Sì. Bisogna essere ciechi per vedere. Perché il canto impone, anche a chi gode di un'ottima vista, di mettere il mondo in parentesi, affinché su questa sospensione si apra lo spettacolo oltre le quinte dell'occhio. Dunque, Accecate i cantori è l'esortazione ad “addormentare” i sensi e proclama il primato dell'immaginazione sulla percezione visiva. 
In questo titolo così intrigante si accentra il discorso poetico che percorre la silloge e possiamo cogliere il nucleo della poetica di Angela Caccia. La “cecità”, generatrice del canto, è quella epoché del mondo, di segno husserliano, che consente l'esperienza dell'estasi, in cui il dolore inesorabile, al quale «non ci si addestra mai», la sofferenza, il male di vivere sono sospesi e lasciano che l'essere si “manifesti” in quell'«oltre» dove si «fruga» quando ci si affida alla poesia, la quale è, appunto, «un non fidarsi più degli occhi». Il poeta veggente, teorizzato dal romanticismo tedesco, acquista qui, nella metafora che lo connota, un'identità precisa. Egli è il cantore “cieco” per antonomasia, come lo fu Omero, prima e fuori di quella romantica concezione. Ed è presente là dove c'è autentica poesia, dove lascia le sue orme incancellabili per i nuovi viandanti della bellezza. Questa è l'immagine che suggerisce la dedica in apertura della silloge:
«A chi conferma rotte / calando il piede /nella traccia buona / già calcata / a chi ne imprime di nuove / col coraggio e la solitudine / della prima orma.»
È questa una sollecitazione a seguire le orme di chi ha segnato il cammino lungo i “sentieri interrotti” nel bosco della Poesia, e a imprimerne delle nuove per indicare un'altra via, pur nella consapevolezza di un procedere che è “irriducibile erranza”. Perché, come afferma Heidegger, non esiste un'unica indagine diretta alla conoscenza, alla verità dell'essere, di cui la Poesia è custode, ma tanti percorsi di pensiero che, come gli Holzwege nel bosco, s'interrompono impedendo di giungere alla meta determinata. Cantare è essere, ed è questo cammino sulle orme del vero, il quale apre l'altra vista ai cantori e li fa “ciechi” sottraendosi, nascondendosi nelle parole, dove sfuma il canto. Perché Cantare è in verità un altro soffio. / Un soffio per nulla. Un sospiro In Dio. Un vento. Questo soffio è la parola poetica, l'essenza divina del linguaggio, che coglie quegli «Attimi di niente/ vertigine dell'impercettibile», quel «puro niente», «al di là del sensibile», che è la mera presenza della Poesia, dell'essere, che si “manifesta” come Assenza. E tuttavia, nell'atto della creazione, la Caccia prova (e lo prova ogni poeta), un «piacere sottile che (mi) cancella», cioè, un incantamento, un'estasi, un annullamento di sé, della coscienza: quasi un trasumanare, un trascendere la propria natura umana. Il ritorno alla realtà è di fronte al foglio bianco, nei «grandi silenzi acquattati tra le sillabe», nell'attesa che «la voce» chiami dal «bosco» e accada ancora il miracolo della creazione: la perfetta cor-rispondenza che realizza la metamorfosi, l'unione panica dell'anima della nostra poetessa con la natura boschiva della poesia: «sono io il singulto dei rami / io lo squittio dello scoiattolo / il raggio che si finge liana / a camminare in una guazza di foglie / (...) si può tornare alberi».
Il tema dell'esperienza poetica s'intreccia con i ricordi, e allora si ammanta di nostalgia per il “tempo cessato”, in cui la poesia è rimasta come una «rosa» in boccio. Al passato si contrappone il “tempo scaduto”: quello che, giungendo con la vecchiaia e con l'approssimarsi della morte, impedirà di cogliere la “rosa”, di sentirne il profumo. La bellezza, allora, sarà tutta riposta nell'anima, nello spirito immortale, e «sarà forse l'incompiutezza / la parte più vera e dolente / del corpo di un poeta», il quale coglie la "compiutezza" e l'armonia nella parola poetica, che trova un appiglio nella realtà quando su quest'ultima cala la cecità e lo sguardo contempla l'invisibile. Ma è un'illusione. «La poesia sta dietro / in agguato», e le parole, che ne traducono l'incomprensibile linguaggio, sono il “soffio” che “tradisce” e disperde il divino canto, che si rivela «nello spazio vuoto», tra la parola e lo sguardo. Di tanta ricchezza, che la parola partorisce dopo tanto «travaglio», resta la «colpa di scriverne», che attesta il “tradimento” e la caduta in «un baratro chiamato quotidiano».
La silloge si dipana tra gli opposti e immancabili sentimenti che la percorrono e che tengono in ostaggio la vita fino allo scacco della morte, la quale si fa pietosa «sorella» e «chiude gli occhi a chi muore / perché non si stacchi dai sogni», che possono riscattare da soli tutta una vita che, altrimenti, «resta fedeltà alla cenere»; consegnata, «grazie a Dio», alla morte, che pone fine al dolore. La poesia di Angela Caccia ha risonanze ed echi universali perché tali sono i temi che connotano la sua storia personale e quella “epocale” dell'uomo, dell'umanità, che fatica a ritrovarsi e resta sospesa e nascosta «dietro una stessa maschera» e, tuttavia, sempre in cammino in attesa di una voce, di una parola, di una verità che si manifesti e che resta differita e ineffabile. Sono i poeti ad avvertire maggiormente questa mancanza, che si converte in vocazione e li mette «sempre in cammino / su rotte tracciate da delfini», pronti a navigare «quel mare dentro», che è l'infinito della poesia, che «non è un'illusione»; che essi condividono e nel quale - come al Recanatese - è a loro dolce il naufragio.
Quando il quotidiano vivere si fa insostenibile, il ricordo del tempo dorato dell'infanzia è un rifugio volontario e desiderato perché il passato, che irrompe nel presente e lo sospende, è compagno di una memoria felice e nostalgica, a un tempo, la quale si copre di un velo di poesia, che la consegna al mito. A differenza che in Proust, qui non ci sono le «intermittences» che generano la resurrezione del passato. C'è una determinazione volontaria dei ricordi dell'infanzia, con i quali rivivono gli oggetti, le cose, i luoghi, che si epifanizzano acquistando quella veste «bianca» che è il candore dell'innocenza.
Bianca la casa di nonna Grazia / le mura di borotalco i tetti arcuati / – un nido rovesciato – l'odore buono di cucina / il borbottio della pentola sul fuoco / bianco vacanza il sole l'acqua più fresca / nella gola arsa dal gioco l'odore di mosto / (…) / bianca la luce che molleggiava nella piazza / – centrale – il chiosco di gelati e dolciumi / bianche le caramelle col buco / bianca l'infanzia
L'epifania non è solo delle cose. C'è musica nelle parole che catturano l'infanzia e ce la restituiscono nella sua “divinità”. E questo è il miracolo della poesia: l'epifania delle parole, che ci tuffano dentro il mito e ci fanno trasumanare. Questo andare oltre la natura umana, al di là dell'evento “memoriale”, è il momento magico della creazione, ed è un'esperienza fugace, un “incielarsi” che non preserva dalle cadute terrene ma rende penoso e insopportabile il ritorno alla realtà quotidiana. Le parole sono «stanze dell'umano», perché, secondo la lezione di Heidegger, nel linguaggio abita l'essere. E tuttavia, anche se esse "indiano" i poeti, questi sono incapaci di cogliere la divina Presenza della Poesia ed esprimerne il canto assoluto. Perché «una poesia ogni poesia / è fatta di assenza di assenze / farfalle infilzate sul foglio», dove le parole tornano pupe nel bozzolo, pronte ancora a spiccare il volo sognando l'invisibile, che fa “ciechi” e veggenti i loro cantori. 

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