Da domani sarò triste, da domani.

intervento di Paolo Barani (ofmconv) alla kermesse faentina Umiltà e letizia (qui un fotoracconto


Secondo una probabile origine, la radice del termine riconciliazione in latino significa «chiamare insieme», convocare, adunare. La riconciliazione è il processo attraverso il quale realtà diverse e lontane vengono «richiamate» a stare insieme (con), superando così la loro distanza e la loro estraneità. 
Ora la prima forma di riconciliazione che si è chiamati a realizzare è quella con sé stessi: cioè con la propria «biografia». L’io, infatti, per la sua capacità di rappresentarsi può percepirsi lontano e estraneo da sé stesso, in posizione di maggiore o minore accettazione della sua stessa realtà.
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a sofferenza psicologica, che statisticamente è in costante aumento e che solo illusoriamente si può sperare di curare con il ricorso a degli psicofarmaci, trova le sue radici nella mancata riconciliazione dell’io con sé stesso, con la durezza della sua realtà e delle sue stesse contraddizioni. Per questo ogni altra forma di riconciliazione (con i propri simili, con la natura e con lo stesso Mistero di Dio) non è possibile senza questa forma primaria di riconciliazione che prepara e sollecita le altre. La riconciliazione con il proprio io è un sentimento positivo e sereno con la propria soggettività vissuta come benessere, come equilibrio, come volontà di vivere, come capacità di amare, di sperare e di lottare. Questo sentimento positivo nei confronti di sé stessi è, contrariamente alle apparenze, quanto di più arduo si possa immaginare e costituisce il punto di partenza per un processo autentico di conversione e di riconciliazione.
L’io infatti è la sola struttura percettiva e recettiva attraverso la quale è possibile scoprire il reale, compreso Dio stesso e il suo parlare all’uomo. Da questo punto di vista la riconciliazione con sé stessi non si oppone alla riconciliazione con Dio ma ne costituisce, dal punto di vista metodologico e soggettivo, la premessa previa e indispensabile. Secondo la saggezza tibetana, ogni uomo dovrebbe costantemente pensare bene di sé stesso e degli altri e non dovrebbe conservare nell’anima nessuna amarezza, vendetta o tristezza per la situazione in cui si trova. Questo atteggiamento di autoaccettazione – che nel nostro tipo di società competitiva e conflittuale diventa sempre più difficile – è alla base della riconciliazione con sé stessi e, più propriamente, ne è il contenuto profondo. 
L’autoaccettazione (o riconciliazione con il proprio io) presuppone una visione positiva del mondo e dell’uomo: la realtà come fondamentalmente buona, degna di essere amata  goduta e, soprattutto, come dotata in sé di valore e di senso. Senza questa «ipotesi» di fiducia basilare l’io, invece che spazio da desiderare e da ascoltare, viene percepito come luogo da temere e da controllare. L’annuncio biblico, con la sua teologia della creazione («Dio creò il cielo e la terra… E Dio vide che ‘era cosa buona’»: cf Gen 1) e con la sua teologia dell’uomo («Dio creò l’uomo a sua immagine»: cf Gen 1,27) mira fondamentalmente a proporre e a motivare una visione di sé e del mondo armoniosa e positiva.
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a questo processo di autocoscienza – che l’esperienza biblica non si stanca di rifondare attraverso la narrazione dell’amore gratuito di Dio per la sua creatura – è più difficile che mai; stranamente l’uomo, che pure si sa voluto e benedetto da Dio, ha un rapporto distruttivo e odioso con sé stesso. Da questo punto di vista la violenza esterna contro i propri simili e contro la stessa natura, non è che il riflesso e l’oggettivazione della propria violenza interna e soggettiva.
Caino che uccide Abele è, prima ancora, Caino che ha ucciso sé stesso; il suo odio contro il fratello è espressione e traduzione del suo odio contro la sua immagine.
«La lucerna del corpo è l’occhio; se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» (Mt 7,6). Con queste parole Gesù smaschera definitivamente la radici di ogni male che attecchisce, sempre e necessariamente, negli spazi della propria soggettività e della propria responsabilità e che solo illusoriamente può essere collocata al di fuori di sé. E denuncia, una volta per tutte, il meccanismo della protezione che porta ad attribuire agli altri il negativo che andrebbe riconosciuto a sé stessi.
Appunto perché il processo dell’autoaccettazione non è facile e spontaneo, esso non può prescindere da un impegno di «conversione» e di autoanalisi. Tanto più efficace quanto più radicata sarà la fiducia basilare. È quello che san Francesco descrive esemplarmente nel dialogo con frate Leone mentre erano in cammino da Perugia alla Porziuncola: 

… fra Leonardo riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: «Frate Leone, scrivi» questi rispose: «Eccomi, sono pronto». «Scrivi – disse – quale è la vera letizia.»
«Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell'ordine; scrivi:
 Non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia
«Ma quale è la vera letizia
«Ecco, io torno da Perugia e, a notte fonda, giungo qui, ed è inverno fangoso e così rigido che, all'estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d'acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo del ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: "Vattene, non è ora decente, questa, di andare in giro, non entrerai". E poiché io insisto ancora, l'altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti la porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”.
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell'anima”.» (Fonti Francescane 278, Laudi e Preghiere)

La stessa consapevolezza la ritroviamo in questi versi:  
 
Da domani sarò triste, oggi no

Da domani sarò triste, da domani.
Ma oggi sarò contento.
A che serve essere tristi, a che serve?
Perché soffia un vento cattivo?
Perché dovrei dolermi oggi del domani?
Forse il domani è buono
Forse il domani è chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole
E non vi sarà motivo di tristezza.
Da domani sarò triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento.
A e ogni amaro giorno dirò:
“Da domani sarò triste. Oggi no.”


(Frase scritta da un ragazzo ebreo sul muro del ghetto di Varsavia nel 1941)



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