venerdì 18 marzo 2016

Le scintille del disastro: su Il numero dei vivi di Massimo Gezzi



Fra i versi e gli spazi bianchi, di uno tra i più promettenti poeti italiani

http://www.donzelli.it/libro/9788868431860 La poesia di Massimo Gezzi, che si dona al lettore nell’ultima raccolta Il numero dei vivi (Donzelli, 2015) è ricerca del senso: l’esserci dell’uomo gettato nel qui-ora esige una spiegazione. “Dopo-adesso, voglio dire / dopo-prima, anzi meglio: durante”: questo, ci ricorda l’autore nel prologo Zero, è il punto di partenza. Trovare il valore della terra, della hölderliniana madre-terra, grazie anche  ad una puntuale attenzione ai morti che,  come i vivi, contemplano la vita (“anche quelli di un tempo / che non respirano più, ma percorrono senza requie / le strade del paese, balbettando”, ivi); forse voci inutili, come è inutile l'esercizio della scrittura e forse anche gli eventi più intimi come le dita di una figlia “che si allungano nel buio”. Una sibilla raccoglie le foglie e le conserva, altri le ritroveranno e le coloreranno. È una luce da difendere, questa finitezza, forse un nulla, a cui vale comunque la pena aggrapparsi, perché non smette di ripresentarsi, di esserci (“Smetti tu di tirare / righe scure, di cancellare. Tocca il tavolo, la carta. / Impara un'altra volta a far di conto: / non sottrarre allo zero, aggiungi uno”, ivi).
Dal grado Zero, si passa al grado Uno: primo di dieci passi, nei quali si inizia a raccogliere molliche di senso, per ricostruire un pane del quotidiano.  Qui, come in altre parti della raccolta,  spesso è la visione del paesaggio a suscitare le riflessioni esistenziali (“Si fermò ad osservare gli ultimi bagliori / di luce che affondavano dietro i monti […] la nuvola più lontana sbiadì all’improvviso”, Un congedo), fungendo da correlativo oggettivo privilegiato. Paesaggio naturale e paesaggio dell’anima, quello che aumenta la propria potenza percettiva proprio nello spazio delle soglie, del limine, dei saluti-congedo, delle partenze: “tu sei ciò che scegli, ciò che vuoi, / quello che dici e anche quello che non dici” (ivi), “tu adesso sei importante, e non lo credi, e non lo sai” (Due abbracci). Eppure prevale l’inquietudine: “manca sempre qualcosa” (ivi). “Cosa manca”? è una domanda gettata nello stagno, posta “sapendo/che non avrebbe più risposto” (ivi). Ci sono e non ci sono le risposte: non ce le daranno coloro che stanno per andarsene, dovremo trovarle noi, nell’esperienza. Che alla fine però, si dimenticherà, forse, di noi, continuando a cedere nella  memoria degli umani. O forse no.
Si tratta di tessere un proprio elenco del senso: “riscrivi questa lista” (Cinque finestre, secondo movimento). C’è il bisogno di nominare le cose semplici, quotidiane (l'immondizia, le pentole, lo zucchero, le piante del balcone, la valigia, i vestiti, lo zaino per un percorso “che ricomincia tutti i giorni, / a ogni svolta del corridoio” (Dimenticanze), un tavolo, delle tende, il bagliore del televisore): Bisogna ricominciare a tracciare i perimetri del mondo (novelli agrimensori): come in Rilke, compito dell’uomo-poeta (?), è di tornare, da pellegrini,  a (ri)nominare gli oggetti («Siamo qui forse per dire: casa, / ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, - / al più: colonna, torre… ma per dire, comprendilo, / per dire così come persino le cose intimamente mai / credettero di essere» (Rilke, Nona Elegia). Fra gli oggetti, dei fotogrammi, Otto fotografie su una bacheca (come quella della gozzaniana nonna Speranza con amica Carlotta) “ognuno nel suo gesto, / ognuno irripetibile e nel suo breve / splendore indimenticabile, / dimenticato” (VIII). Siamo: ed è svanire… eppure… Si può sperare (?) in un montaliano anello che non tiene,  che si apra “una falla / nella logica delle cose” (Dieci piani in via): “la parola è speranza ed è sbagliata, / una volta ancora” (ivi); “La parola è impalcatura. Fatta di pali, / di giunti, di fatica condivisa / per costruire una struttura / temporanea, da smantellare, / di cui non resta traccia non appena/la costruzione del condominio è terminata” (ivi).
All’Uno si aggiungono gli altri: vicini, lontani, viventi, defunti, ombre, consistenze, dissolvenze… L’ansia è per la luce: “la luce che poteva visitarti si è posata / sullo scuro che si è chiuso / imprevedibilmente” (Responso per R.). Purtroppo, però,  è una luce che si frantuma in sottilissime fessure che “non portano a niente” (ivi). Gli altri, come dicevamo, si incontrano in profondità sulla soglia, là dove  si divide l'umido dal secco” (Lo spazio percorso): all’illuminazione (effimera) della luce naturale subentra  “il pulsante / arancione tremante della luce delle scale” (che rievoca il campanello reboriano che impercettibile spande un polline di suono), nel rito dell’allontanamento.
Persone ed oggetti sembrano apparire per un esercizio di dissolvenza.
Si giunge all’ultima sezione, che dà il titolo alla silloge: Il numero dei vivi. Si tratta di procedere alla conta, di ascoltare l’Eco della vertigine della lista: il paesaggio c'è ancora,  il sole accende i gialli, è un “trapezio di luce” (Promemoria) che poi svanisce.  Qualche occasionale lamella di luce sul pavimento del naufragio, mentre i viventi vanno avanti (“Il suicida risale sul ponte col rewind e legge la pagina di sport”, Dimenticanze), sospinti da “un'unghiata di sole” (Strillo), una luce che ancora indora il profilo dei monti. 
Ma gli uomini sanno anche condividersi, se escono dal loro guscio vuoto: “sotto i piedi / degli uomini, tra le fessure delle suole […] o negli incavi dei copertoni”  i semi giungono più lontano (Due  ritrattazioni). Si tratta di aggiungere relazioni al numero dei vivi: una figlia, da indovinare nel volto di qualcun’altra, una ragazza sconosciuta aiutata a rialzarsi, i nuovi vicini di casa. Urge “Difendere un perimetro di luci”, di spazi e di esistenze, “appartenersi nel rito / del risveglio sotto un unico / tetto che sembra casa e non lo è, / perché le luci già tremano” (Discorsi ai nuovi vicini).
Urge una leopardiana ginestra: oltrepassare una vita di quieta sicurezza “che schiva gli ostacoli e le spinte” (Un passo indietro), coscienti di essere tutti appesi a un vuoto che “un passato di generazioni riempie sempre / di un senso” (Discorsi ai nuovi vicini). Per capire alla fine che il “lusso di un nulla / imperturbabile” (Lettera a Fabio) sazio di delusione e dolore va ritrattato, che nella scacchiera degli eventi la tavola è imbandita di esistenze imperfette, sì, ma reali, che non tutti, non sempre, abitiamo poeticamente la terra (ma seguiamo altre tracce, Traccia n. 4), che, come dice l'amico Fabio, “custodiamo una vicenda / di partenze e ricordi, la storia di un altro / che ancora non si vede ma già chiede / risposte a una domanda indecifrabile” (Lettera a Fabio). Per renderci conto che il profilo delle cose, se sappiamo guardarlo veramente, condiziona il nostro stesso essere pensanti.
C’è una libertà che ci (at)tende: ci dice che non bisogna unire i puntini per far emergere un disegno già previsto,  che bisogna trovare le differenze, fare un altro gioco, non vedere “solo ciò che è uguale” riuscendo a vedere il campo di colza che si tinge di marea (Unisci i puntini): il cerchio si chiude con un quesito, che è speranza  di  un'ombra che è minaccia ma che ci rende meno soli nella volontà – ma non certezza – di essere (Ultima domanda); un’ombra che, nella dialettica con la luce, “era la gioia” (ivi). La memoria foscoliana è una corrispondenza d’amorosi sensi disturbata, con interferenze, imprecisa, imperfetta: eppure, è.

Massimo Gezzi (S. Elpidio a Mare, 1976) ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004), L’attimo dopo (luca sossella editore, 2009, Premi Metauro e Premio Marazza Giovani), la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni in francese di Mathilde Vischer e in tedesco di Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011) e Il numero dei vivi (Donzelli  2015, Premio Carducci, Premio Tirinnanzi e Premio svizzero di letteratura 2016). Ha curato l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori 2010) e l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni a libri di poesia. Vive a Lugano, dove insegna italiano presso il Liceo 1. Il suo sito è www.massimogezzi.it

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