Solo brevi domande esiliate, il debutto nella poesia di Griselda Doka, giovane studiosa albanese in Italia



recensione di Salvatore Verde
pubblicata in Tursitani.it



Solo brevi domande esiliate segna il pregevole debutto nella poesia della trentunenne Griselda Doka, calabrese, nata a Tërpan, Berat (Albania). La pubblicazione (FaraEditore, Rimini, 2015, pp. 96, euro 9), notevole già sul piano formale e tecnico-linguistico ed espressivo, si avvale della prefazione di Pierino Gallo e della postfazione di Angela Caccia.
Quasi prodromica la dedica “A quei passi solitari e silenziosi”, per sé stessa, ma anche per tutte coloro che hanno conosciuto un intenso destino, analogo al suo, di studi elevati e di affetti stringenti, nella sintesi veloce del tempo vissuto.

Tutto l’insieme delle trentadue liriche caratterizza una personalità matura, potente e profonda, a dispetto di una fisicità quasi da adolescente indifesa, soltanto in apparenza fragile ed eternamente inquieta. Contrasto sublimato già dal primo verso in apertura “Potrei anche morire” e dal primo in chiusura “Saprò di essere stata amata”, in una parabola esistenziale che rimanda e racchiude l’essenza del suo universo poetico, ricolmo di fascino anche doloroso, di debordante ispirazione e di più motivi di suggestione.

In mezzo, anche psicoanaliticamente, altrettanti incipit di univoca compattezza e coerenza: “Odorava di morte / Servirebbe un incantesimo di sonno / Non mi lascerai annegare / Non sappiamo il disagio / Le risposte ormai ce l’avevi / Mi ricorderò di te / Tu non conosci i miei passi / Vorrei strapparti da quella croce / L’ho pagato a caro prezzo / Mi insegue mi calma mi terrorizza mi prende mi stringe mi trascina / C’è un’ora del giorno / (Alla zingara) / La noia mi ucciderà / Perdonami madre / Anche tu eri fronda / Ricordo il tempo in cui ti chiedevo / Ero la brezza / Mi aggrappavo alle nuvole / Non posso immaginare un cammino / La grandezza eclissa i sogni e le conquiste /Ti ritrovo sempre lì / Solo le ore non hanno senso / Morì di crepacuore, povera donna / A volte ho l’impressione / A lungo sono stata nutrita /La luce di ottobre / Io sono un’inguaribile egoista / Cono sco il senso nascosto / Non voglio restare un pugno in faccia / Mi hanno abbandonato i pensieri veri”. Un vigore palesato nell’opera prima, con altrettanto disincanto e senso di verità, soltanto dai migliori giovani autori contemporanei.

La forma tecnica del verso è libera e moderna, ritmica e sonora, sintetica e ricca, dall’inizio alla fine senza titolo e priva di alcuna punteggiatura, di joyciana memoria, mentre la scrittura si propone come densa architrave di due mondi così lontani così vicini, nell’inversione cronologica del passato italico-meridionale allineato al presente albanese, tutta sedimentata nella personalissima sovrapposizione della cultura balcanica e mediterranea della Doka.

Il tentativo linguistico e la creazione poetica ambiscono, riuscendovi appieno, alla riattualizzazione della tradizione di origine, della terra naturale e del territori culturali, segnati finanche nell’inconscio dal passato cupo e oppressivo del comunismo. E questo agevola la restituzione del senso, che si palesa attraverso simboli e metafore, rendendo appieno il groviglio interiore dell’autrice, irrequieto e inappagato. Quasi una elaborazione della sindrome da sradicamento, ma con felici esiti lirici dai quali, però, è (ancora) assente il sorriso e la pulsione sincretica della libertà onnivora.

Una contrastante visione tormentata e lacerante, nostalgica e dolce, che pare scaturire da una donna ormai nel disincanto dell’avventura umana e intrisa di ricordi lontani, mentre si avverte tutto il peso dell’essere distante dalla terra madre, dai luoghi dell’infanzia, facendoci anche partecipi di una dimensione sofferta, dolorosa e quasi pessimistica dell’esistenza, che sembra non avere un orizzonte altro, una prospettiva.

Al contempo, però, proprio il lavoro dell’Autrice sulla memoria, sul paesaggio interiore, sull’essenzialità dei ricercati versi, non ha il sapore della rinuncia a voler essere felice. E il lettore ne avverte subito la contagiosa dimensione di verità.
Salvatore Verde

Griselda Doka è dottoranda in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici nell’Università degli Studi della Calabria, con il prof. Anton Nikë Berisha. Nella stessa università si è laureata con lode (nel 2010) in Lingue e Letterature Moderne, Filologia, Linguistica e Traduzione e, l’anno dopo, ha conseguito il Master II Livello Didattica dell’Italiano, con la prof.ssa Anna De Marco. In patria si è diplomata brillantemente al Liceo Scientifico dell’Istituto Bilingue “Asim Vokshi” di Tirana, nel 2003.

Una giovane età arricchita già da una rispettabile attività di organizzazione di eventi culturali e seminari, di partecipazione a convegni e di incarichi scientifici, oltre a contributi in pubblicazioni e articoli e traduzioni dall’albanese in italiano e viceversa.

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