Nel dettaglio si rivela l'assoluto: sulla nuova raccolta di Griselda Doka

Fara editore 2015
pp. 95, € 9,00

recensione di Gianni Mazzei




Il filosofo dice Pascal (riprendendo l’esperienza metodologica di Socrate) pone solo domande.
Quali? Le grandi domande che riguardano l’inizio e la fine, l’universo, la giustizia, la bellezza, l’amore.
E il poeta può fare domande? Il poeta è anch’egli filosofo: vive di meraviglia (lo sostiene Aristotele nella metafisica, Pascoli nella poetica del fanciullino e tanti altri) come il filosofo: la poesia circoscrive, però, queste domande, partendo dal singolare per giungere all’universale.
Sono le stesse domande, ma è lo stupore del quotidiano, della semplicità, anche quando parla dell’universo e del divino: ama il dettaglio il poeta, in cui si rivela l’assoluto.
Perciò sono brevi, le sue domande..
Ma perché  “solo”? Ha fretta il poeta, ha il pudore di chiedere o, molto accortamente, nella domanda è già insita la risposta?
Brevi  quanto, però, e chi le pone tali domande?
Nella filosofia è l’uomo, inteso come umanità anche se poi, evolvendosi la società, può il filosofo rivolgersi ad una classe sociale: Marx e il proletariato, per esempio.
La poesia pone soggetti specifici, singoli o collettivi (gli Achei nell’epica omerica).
Qui chi pone le domande, brevi?
Forse la donna ritratta in copertina e quel ramo, non si sa se spezzato o che da esso rinasce e fiorisce?
E brevi, quanto? Forse il numero delle poesie, trentadue, il senso del rispetto (perciò uno in meno) della compiutezza simbolica degli anni e della missione del Cristo, il numero dei denti che triturano il quotidiano e le albe o, aperti, indicano un sorriso chiaro e definitivo?
O gli anni della protagonista?
Le domande sono “esiliate”. Da chi, perché, da quando, da quale patria, definitivamente o si sta tornando? 
Le domande stanno per l’uomo, singolo o collettivo, esiliato o è esiliato il linguaggio e la possibilità di comunicare, dialogare e, nel mutuo dire e pensare, trovare una soluzione?
Di quale esilio parla la poetessa?
Quello di Israele, e quindi di un popolo di cui lei fa parte, quello Albanese, che vaga per anni, in un modo irregolare nel percorso, prima di giungere alla terra promessa?
“Iddio piegò il popolo nel deserto”, dice Pasolini, nel film Teorema, il popolo dalla dure cervice.
O è forse il mondo occidentale? E che fa in esilio?
Si stanca di Mosè e delle leggi, adora il vitello d’oro, e rimpiange i poponi della schiavitù in Egitto.
Ha voglia questo esilio di uscire dalla precarietà per ritornare redento?
È l’esilio, forse, conseguenza dell’egoismo, del figliol prodigo che vuole ritornare alla casa del padre, confrontando la sua miseria attuale tra i porci e le ghiande che non può mangiare e la ricchezza di ciò che ha lasciato?
O è una scelta, un’inevitabile scelta, se si vuole essere poeti?
“Siamo radicati nell’esilio” dice Cioran.
Questo avviene, in chi legge questa silloge di Griselda Doka, fermandosi alla copertina, al titolo.

Ora entriamo nella casa, nel linguaggio e vediamo di trovare le risposte ai vari quesiti che vengono alla mente e al cuore del lettore.
A dare un senso ai titoli, già ci si può fare un’idea: è un cammino, un andare (Tu non conosci i miei passi; Non posso immaginare un cammino), che avviene, ancora non sappiamo se singolo o collettivo o entrambi.
È un viaggio che si paga a caro prezzo, che porta disagio e odora di morte e di perdita: pure c’è una speranza, un seme nascosto che nascerà.
Perché colei che viaggia, non sappiamo se spinta dalla necessità o volutamente per curiosità o per dare senso, ama i propri sogni, sente l’ebbrezza, gode della luce ferma e incantata dell’autunno e sa, con certezza nel cuore, che ritornerà ad essere amata.
Il nulla del foglio bianco chiama irresistibile lei che è stata curata da frammenti di sogni e già conosce la funzione curativa dell’alloro, l’arte (v. poesia numero XXVI): 

XXVI

A lungo sono stata nutrita
di teneri frantumi di sogni 
e con foglie di alloro 
ho curato le mie lacerazioni 
ci sono mille ombre che mi sfuggono
sotto le stelle di autunno
e si stendono
nella fierezza della tua fronte 
sensuale e fugace
come questi appunti 
intrisi nella nostalgia del poco


Sorge allora l’infanzia corale e di lei nelle prime dieci poesie, nelle quali la donna, madre e anche patria, si narra nella dolcezza della parola parlata, quasi omerica, in quel ripetere versi, per dare forza e incisività, da rinviare a futura memoria: qui c’è il destino dell’Albania (il volo dell’aquila congelato, gli ultimi rapsodi della poesia numero III), qui la tragedia della conquista italiana e la seconda guerra mondiale (la figlia del partigiano, poesia numero II) e qui anche il senso della poesia e storia stessa (le brevi domande esiliate che danno il titolo all’opera) e il lamento funebre (il tuo corpo, il tuo corpo, poesia IX) che lo è anche per l’inanità del verso a volte dinnanzi alle miserie, affanni della vita stessa e non solo del singolo (la poesia sconquassa più che redimere e consolare; consola solo creando nuova prospettiva sul mondo, che però costa disagio, esilio, sangue).
Parla al plurale e al singolare la poetessa, in una luce a volte crepuscolare e scomoda, altre volte che profuma di arcobaleno e quindi di speranza, dopo la tempesta appena acquietata, in un bilancio del dare e dell’avere per capire il disagio e dare un senso alla poesia che non è lingua dell’Eden, ma è matrigna, lingua dell’esilio e che comunque rivendica la sua identità e il suo orgoglio se proprio il paradiso perduto va stretto (poesia V):

V

Non sappiamo se il disagio
viene
da ciò che fu dato
o da ciò che fu tolto
donna che partorisci il dolore
non imprecare
le colpe sono sempre orfane
e si nutrono di sorelle ermafrodite
sparse sul giardino dei perché
qualcuno origlia
un altro minaccia
nella lingua matrigna
ci va stretto il Paradiso


Già in queste poesie si vede la maturità, sia nel condurre contenuti di ampia portata storica, raggrumati nella donna, sia di musicalità e di immagini nuovissime e si resta meravigliati come mai un’opera prima e di una poetessa così giovane possa dare frutti così squisiti: scomoda luce gettata al crepuscolo; navigano la mia lingua solo brevi domande esiliate; profumo di arcobaleno; il vento sfuma gli scogli; ci va stretto il Paradiso; la gioia del sacrilegio a primavera; lamento fiorito; arzilli polpacci; riccioli delle mimose, i tuoi occhi … due gigli perenni; l’essenziale è un velo di cenere – sono immagini di grande efficacia, nuovissime, delicate e di grande ritmo musicale a cui non manca nemmeno un richiamo alla “quotidiana cura” di Heidegger, ripreso da Sgalambro e Battiato.
Improvvisa, la XI poesia, una sterzata, una rivelazione dolorosa forse, una consapevolezza matura, un cambio di registro: la rivendicazione di sé, del proprio essere, che fa intuire qualcosa di estremo nel percorso della poetessa (forse anche personale):

XI

Mi insegue mi calma mi terrorizza mi prende 
mi stringe mi trascina
eppur mi soprende il mondo offuscato 
che si manifesta a tratti sotto i doppi occhiali 
la metafora mi sfratta e divento mendicante 
bisognosa d’amore
quotidiana supplica rivolta al cielo
(oh quei tenebrosi soli dei tuoi occhi)
un cenno e l’anima generosa si scuote
come le tasche dalle monete superflue 
dentro qualcosa ancora mi soffoca
raffermo là sotto rimane il vero


La metafora si sposa alla vita, definendola, amandola, scuotendola, con la stessa efficacia di Ibico (ma ancora non è amore) o di coraggio che dà al cuore Archiloco.
L’infanzia collettiva finisce, si presenta l’adolescenza, nelle sue contraddizioni, ma anche con l'entusiasmo di crescere, protetta dal monte Tomor, prima di diventare, riaffermandolo con orgoglio, donna e poetessa, fata / dal latte incantato, nell’ultima ampia poesia, n. XXXII.
In questo secondo nucleo (fino a XX) c’è la scoperta dell’amore, fatto di dolore (l
amaro spinaio; il tallone ferito), per poter cogliere, a differenza dell’inattingibilità della mela di Saffo, in alto sul ramo,  l’ultimo graspo / in cima alla vigna (poesia XIV).
E si vede, perciò, sia il pragmatismo, il sapersi muovere nel disagio della vita e anche l’originalità nel trattare, con variante nuova, topoi della lirica classica.
In questo secondo momento (si potrebbe parlare della poesia della Doka come di un trittico, quasi in atteggiamento hegeliano di tesi, antitesi e sintesi) ci sono le figure dei genitori, madre e padre, da cui, con sofferto affetto, lei si distacca per iniziare un suo percorso.
E, volutamente in margine, per dirne la dolcezza della memoria e della lontananza, il monte della sua Berat e la nonna: l’infanzia si profana non per orgoglio o disprezzo, ma per crescere, chiedendo perdono: il mandorlo fiorito, calpestato che doveva profumare la tomba della nonna.
Ora, lei, l’Albania, la poesia sono cresciute e sono sole ad affrontare il viaggio, interiore non come Ulisse, ma come altre eroine, e il viaggio in altra terra: come donna, come Albania, come poesia, sa di abitare il paradosso e la logica traditrice (poesia XXX) di Ulisse, dell’uomo, della parola, dell’Occidente, dello sradicamento e invece loro sono canto, silenzio, sono madre e sanno che La grandezza eclissa i sogni e le conquiste (poesia XXI) e che “La libertà di scegliere 
non si intrappola (poesia XXXII) e che spesso la verità dell’uomo è violenza se “eroicamente” uccide la bellezza del quotidiano e le vite normali, perché forse considerate insignificanti, il gatto e il gelso.
Altre ardite immagini sono presenti in questa ultima sezione (… il corvo / che becca i garofani / sulla mia finestra; … l’istante / sa di muschio; ecc.) e c’è l’identificazione fisica e morale della poetessa: gelosa fino alla follia delle mie ferite, rami secchi impigliati nei capelli ( come appare in copertina), la mia frangetta, gli occhiali, mia carne timida e coraggiosa, vorace di ferite e verità ecc.
Una curiosa annotazione per ultimo: la seduzione (e sensualità) del corpo è affidata (oltre che ai capelli, al seno e agli occhi) ai polpacci, elemento di grande eleganza femminile, ma che indica anche la danza, il camminare, l’andare: arzilli polpacci; annuso il mio polpaccio.
Il viaggio è momentaneamente terminato: lei ha imparato a conoscere il senso nascosto / di ogni pietra gettata a caso (poesia XXIX), a volte si è persa subendo parole senza se e senza ma, ha saputo alla goccia accostare altre gocce, per rendere più leggero il peso dei perché abortiti, per diventare l’inquietudine della collina, tramite (come la poesia), tra la pesantezza, gli umori ma anche i germi e i frutti della terra, del tempo e il cielo, fatto di grandi utopie e dell’anelito dell’assoluto.

Trebisacce, li 18.nov.2015 


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