Su Solo brevi domande esiliate di Griselda Doka

recensione di Vincenzo D'Alessio

Griselda Doka: Solo brevi domande esiliate – Vëtem disa pyetje të mërguara, Fara Editore, 2015




La casa Editrice Fara di Rimini ha pubblicato in più occasioni poeti stranieri che riescono a tradurre i propri versi in Lingua Italiana. In passato sono stati pubblicati i versi del poeta di nazionalità albanese G
ëzim Hajdari. A luglio di quest’anno è stata la volta della poetessa Griselda Doka, anche lei albanese, con la raccolta poetica Solo brevi domande esiliate – Vëtem disa pyetje të mërguara: il testo è stato ideato direttamente in lingua italiana e successivamente riscritto in lingua albanese.

L’agile libretto si apre con l’esergo: “A quei passi solitari e silenziosi – Atyre hapave të vetmuar dhe të heshtur”. La raccolta, maturata nel corso di anni e data alle stampe solo ora, supporta in poesia i drammi di migliaia di persone costrette a lasciare i luoghi consueti per sfuggire ad una morte certa, atroce, senza alcuno scampo. Assistiamo attraverso lo schermo televisivo all’esodo forzato di un intero continente, l’Africa, verso un esilio privo di certezze e irto di difficoltà. I più esposti sono i bambini, verosimilmente i poeti.

Brevi domande, senza risposte, da un esilio necessario per sopravvivere e trasmettere il proprio dolore che è poi il dolore universale dell’abbandono dei luoghi, dell’aria natale, delle persone buone che ti amano e non vedrai più: “(…) solo i miei occhi / cambieranno / in un cristallo nuovo / di scomoda luce / gettata al crepuscolo” (pag. 15). Gli occhi, lo specchio dell’anima nelle persone che conservano la propria dignità, cambieranno di aspetto, diventeranno attenti alla ferocia dei simili che ti accolgono, che cingono le loro mani attorno alle tue spalle nascondendo l’ipocrisia di chi non sa accettare lo “straniero”.

Griselda racconta per intero la storia della sua giovinezza. Racconta l’esasperazione di appartenere a luoghi dove le tradizioni sono divenute una gogna dalla quale non si scappa. Uomini e donne che non possono comprendere le domande irriverenti di una donna: “(…) ho imparato presto / l’arte del silenzio / e mai rispondesti / sul cosa avvenne dopo / e a quelle prima di te / nessuna risposta / navigano la mia lingua / solo brevi domande esiliate / perché strisciava per terra lei / la più piccola di casa” (pag. 19)

Cosa vale una donna/poeta in una società rimasta volontariamente in isolamento per tanti anni? Per i ricorsi della Storia l’Albania è stata sotto il protettorato dell’Italia negli anni trenta del Novecento e successivamente occupata per l’ambizione di ricostruire l’Impero di Roma negli anni 1939-1943, tanto che conservo la moneta corrente di allora il Lek con l’effige di Vittorio Emanuele III, dono di mio zio Francesco combattente in quei luoghi.

La Nostra lo ricorda amaramente oggi che è distante: “Servirebbe un incantesimo di sonno / alla memoria corrosiva / per dimenticare momentaneamente / chi siamo stati / in quell’angolo del mondo / dove congelato è rimasto il volo dell’aquila” (pag. 23): l’aquila è il simbolo dell’Albania.

Questa raccolta ha il senso profondo di una liberazione. I versi sono quasi delle nenie/cantilene composte prima di tutto per sé stessi e poi per chi si affaccia a leggere il solco che questi versi lasciano sul foglio di carta, più spesso nell’anima che avverte la comunanza dell’esilio, quello che ogni famiglia italiana, del mondo intero, hanno conosciuto e conservato nel proprio DNA.

La Nostra ha grande coraggio nell’affrontare la nuova esistenza. Lo fa chiedendo perdono alla fonte primaria dei suoi affetti, la madre, “nën
ë” è il sostantivo corrispondente in lingua Albanese, che è dentro di lei, nella poesia XV a pag. 47: “Perdonami madre / se per sembrarti vera / devo fingere / e amare con amori / che non mi appartengono”.

Molto attenta è la postfazione della poeta Angela Caccia dalla sua terra di Calabria, luogo che ospita da secoli comunità minori albanesi. Chiare sono le parole apparse sul blog “ Il ciottolo” che dirige da tempo: “(…) Dalla mia visuale – una fucina che, nel bene o nel male, sbruffa fumi –, è poesia che rientra appieno nella categoria “riuscita” per quanto sa adempiere alle sue ambivalenti funzioni: (…) in una parola, agire fino ad una sorta di purificazione che fa sentiero all’armonia, catarsi che solo la buona poesia sa attivare.”

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