lunedì 22 giugno 2015

Nazario Pardini: nota critica a Orme intangibili di Alessandro Ramberti

recensione di Nazario Pardini pubblicata su Alla volta di Leucade



Alessandro Ramberti: Orme intangibili 
Fara Editore. Rimini. 2015. Pg. 80

Un viaggio, un odeporico intento per sgombrarsi del corpo e lasciare l’anima alla ricerca del bene, di Dio, dell’assoluto. E si sa che l’uomo soffre del suo fatto di esistere; degli spazi ristretti del suo soggiorno; ed è umano, disumano tentare un aggancio con l’oltre; azzardare sguardi oltre i confini del precario esistere. Una ricerca impellente e epigrammatica che il Nostro affronta librandosi con voli di ardita energia verso gli immensi confini del mare. E quale metafora più vicina alla nostra vicenda che il mare? Quell’immenso piano che si distende davanti ai nostri occhi e che dà l’idea della totalità, della grandezza, e della libertà a cui aspira l’anima umana. Una quiete, questa, che si può raggiungere col sogno, o rifugiandosi nella memoria, come alcova rigenerante dalle nostre sottrazioni. Ma il Nostro va dritto per mete, peregrinaggi, e Orme intangibili:

La partita annullata dalla morte
ha senso se c’è vita che perdura
se cessa diamo corda a marionette
messe in gioco dai fili della sorte.

(Se il tempo non passasse?)

Certo non basta il lampo di un chiarore
In fondo al buio l’energia volatile
Che permane trasformandosi in vuoto:
se la  resurrezione del fattore

(un indice restasse)

corpo fosse una immagine rituale
saremmo degli ammassi cellulari
senza scampo al di là del nostro fiato
ossa in cammino verso una finale

(il dado chi lo trasse?)

di cui sono l’inerte risultato.
estinti dalla storia ricordati
da chi li seguirà nell’estinzione
traguardo indubitabile e scontato (pg. 45);

va dove si può raggiungere tale libertà, senza sperdere l’identità nei meandri delle stelle, o negli infiniti slarghi di un tempo vorace; e lo fa con pienezza ontologica volta alla ricerca di se stesso; di un credo zeppo di spiritualità che affida alla natura un percorso epigrammatico verso il Cielo; attivo, meditativo e fattivo; dove, ad aiutare il cammino, spiccano composizioni di alta esperienza poetica, convalidata dalla musicalità di endecasillabi in tutte le salse: a maiore, a minore, intrecciati da   enjambements; diluiti in spartiti visivi per il supporto di una narratologia di palingenetica fattura: quartine, versi esterni in rima; intermezzi fra parentesi a rattenere la lettura; anch’essi in rima; un ensemble che dà l’idea della maestria compositiva del Nostro; del suo giocare con spartiti vari e originali senza perdere il focus della spontaneità, uno degli alimenti fondanti della Poesia, assieme al sentimento, l’armonia e la parola:
       
Il piombo dello stagno assorbe i lividi
bagliori delle stelle e quelli impliciti
delle foglie – la pelle si è squamata

i sentimenti aprono gli anelli:
bisogna uscire fuori dal sepolcro
per nascere di nuovo ma dall’alto. 

Chi vola non imprime tracce a terra (pg. 59).

Nazario Pardini 

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