Su “Invito al viaggio” di Domenico Cipriano

recensione di Vincenzo D'Alessio

Il contributo poetico offerto da Domenico Cipriano al volume antologico Letteratura… con i piedi curato dall’editore Alessandro Ramberti, reca il titolo “Invito al viaggio” e come sottotitolo “Tra allegoria e realtà della poesia” . Da amante della buona musica, qual è l’Autore, ha scelto in epigrafe i versi tratti da una canzone del cantautore Franco Battiato, “Ti invito al viaggio / in quel paese che ti somiglia tanto”, oltre agli altri brani da associare alle composizioni poetiche elencati nell’ “Invito all’ascolto: la musica e il viaggio” (pag. 47).
La contaminazione, se preferite l’estasi del connubio versi/ascolto musica, è molto amata da Cipriano cito per tutti il CD Le note richiamano versi (abeat records 2004) dove si avvale di musicisti di valore come Paolo Fresu e in altro momento di Pippo Pollina. Jazz e poesia formano la parte vivace, indomita, del Nostro. Il contributo poetico qui antologizzato raccoglie poesie pubblicate in precedenti raccolte che segnano la ricerca giovanile di “un centro di gravità permanente”, preceduto in prosa dalla dichiarazione della poetica dell’Autore: “(…) È l’anima staccata dal corpo che abbandona le forme della geometria solida e acquista una dimensione propria. Questo è anche la poesia: un viaggio incondizionato, il passaggio tra due tappe, il punto di sutura tra due nuclei vivaci d’osservazione (uno dinamico, l’altro di riflessione)” (pag. 36).
Dall’esordio poetico, il Nostro, ha voluto intercettare il movimento in poesia lungo le dorsali intercontinentali partendo dalla lettura di Arthur Rimbaud, Pier Paolo Pasolini, la Beat Generation, Donatella Bisutti, scrittori come Alberto Moravia, Elsa Morante, Alberto Bevilacqua, Louis Ferdinad Céline, e scavando nel passato del proprio luogo d’origine, in sé stesso, prende a modello Madre Teresa di Calcutta: “(…) In tal modo provava a calmare la sua febbrile convivenza con la vita, scavando pian piano dentro il suo mondo, conoscendo comprendendo meglio come difendersi da sé stesso, attraverso l’incontro con gli altri, le altre civiltà, le altre esperienze” (pag. 40). I colori e i sapori del viaggio poetico di Cipriano sono inclusi nei versi che seguono: “(…) Solcherò montagne di Norvegia / scaverò tra i vicoli di Lisbona / per trovare il passato che mi porto dentro, / l’animale che dal ventre preme, / ostacolato dalla vita che comanda / non mi lascia libero il sentiero” (pag. 42).
Quanta forza vitale potrà trarre il lettore da questi versi?
Per noi che conosciamo le plaghe irpine dove il dolore spezza i sogni anche ai più avveduti amanti della libertà le note scaturite dai versi di Domenico Cipriano in questo corposo viaggio tra i paesi dell’anima e i forzati ritorni “ a casa” rassomigliano alle composizioni affidate alle velocissime e armoniose mani del pianista jazz Michel Petrucciani scomparso nel 1999 e che il Nostro riassume, per evidenziare la forza magnetica della poesia musicale, nei versi che seguono a pag. 46: “(…) Ma a me piace passeggiare / sulle pietre della piazza circolare, nel silenzio / interrotto dalle poche voci che sfuggono / al bar per tornare a casa, e sotto le luci / ti accorgi che c’è un filtro trasparente / che separa la vita dall’essenza.”
Il sentiero cercato dal Nostro può paragonarsi alle strade che indicava il Nobel Eugenio Montale: “(…) Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla” (I limoni). 

La poesia del viaggio , com’è cara al Nostro, diviene l’assenza dalle regole della vita: “(…) In tal modo modifichiamo le nostre regole prefissate, acquisite nei luoghi d’origine, che risentono a volte della mancanza di confronto, mentre altre volte si rafforzano” (pag. 37). I versi raccolgono per intero l’energia dell’incentro permanente del viaggio: “Solo il viaggio / mi rende vivo / libero dai dogmi ancestrali / che mi appartengono: / figlio di terra e vento” (pag. 47).
Il viaggio intramontabile del musicopoeta è da seguire.

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